Enzo Agostino (Gioiosa Jonica 1937 - Roma 2003)
Ha tenuto nascosta per quasi tutta la vita una lunga consuetudine vantata con la scrittura, tanto che la sua passione per la poesia è rimasta “segreta” persino nella Locride, nonostante nella sua terra natale fosse ben conosciuto sia come insegnante che come militante politico (aveva respirato e ereditato in famiglia la tradizione del Socialismo riformista ed ha ricoperto incarichi nel PSI e, in vari mandati, in organi amministrativi locali). A convincerlo, prima a confidarsi e a commentare nel chiuso di un piccolo cenacolo i propri testi, e poi a farlo uscire dall’anonimato, sono stati alcuni “amici di Toscana” come si sono a volte definiti Giovanna Fozzer, Margherita Pieracci Harwell e Renzo Gherardini che hanno curato la stampa di una asciutta raccolta di versi in dialetto gioiosano, Coccia nt’o’ gramoni (Firenze, Polistampa, 2003) e poi promosso l’uscita di una altrettanto selettiva scelta di poesie in lingua, ordinate dall’autore stesso poco prima della scomparsa (Inganni del tempo, Firenze, Polistampa, 2004). Due raccolte che, insieme, sommano uno sparuto gruppo di versi sopravvissuti alla dispersione o alla volontaria distruzione: quello che rimane di inedito è affidato ora all’archivio dell’autore. Lo studio dei versi e la tutela della memoria di Enzo Agostino sono stati oggetto di alcuni incontri seminariali organizzati negli ultimi anni: nel 2005 si è tenuta a Firenze presso il Gabinetto Vieusseux una giornata di studi (un nuovo incontro è stato tenuto a battesimo nella città toscana nel 2008), un convegno ha avuto luogo a Locri nel 2006 (per gli atti si veda Tempi e luoghi nell’opera di Enzo Agostino, a cura di Mariagrazia Palumbo, Gioiosa Jonica, Edizioni Corab, 2007), nel 2008 un incontro è stato organizzato dall'Università della Calabria di Cosenza (gli atti sono stati pubblicati in Per Enzo Agostino, Università della Calabria, 5 maggio 2008, a cura di Francesco Piluso, Firenze, Polistampa, 2009), una nuova occasione per letture e riflessioni è stata allestita a Mormanno (CS) nell'agosto 2009. In varie riviste sono inoltre apparsi saggi che hanno velocemente arricchito la bibliografia su Agostino.
Contenuto del Fondo: testi autografi con note e varianti, carteggi che documentano la genesi dei versi e, dopo l’uscita allo scoperto, i commenti di vari interlocutori alla poesia di Agostino (corrispondenze raccolte insieme alla copia delle proprie risposte da Giovanna Fozzer, alla quale sono indirizzati la maggior parte degli scambi epistolari, provenienti da vari mittenti e dallo stesso Agostino, di quest’ultimo si conservano più spesso in copia alcune lettere da lui inoltrate o ricevute da conoscenti e amici), una raccolta bibliografica con i volumetti delle poesie e una rassegna stampa della critica sulla scarna opera del poeta calabrese, una scelta di fotografie personali.
Strumenti di ricerca: elenco sommario disponibile in sala consultazione.
Ettore Allodoli (Firenze 1882 - 1960)
A Firenze, la sua città natale, compie studi classici e consegue la laurea in lettere nel 1905, presso il R. Istituto di Studi superiori di Firenze, con una tesi su Giovanni Milton. Insegna in varie scuole fino ad approdare definitivamente a Firenze, nel 1927. Dal 1940 ottiene l’insegnamento della letteratura italiana presso la facoltà di architettura dell’Università. Studioso di grammatica e di linguistica, produce, a partire dagli anni giovanili, scritti, saggi critici e articoli su numerosi periodici italiani, tra cui la Grammatica degli Italiani composta, nel 1934, in collaborazione con Ciro Trabalza e il Vocabolario della lingua italiana, compilato nel 1947, insieme ad Alberto Albertoni. Le sue carte, molte delle quali rimaste inedite, testimoniano, inoltre, un’intensa attività di saggista, curatore, traduttore e trascrittore di opere letterarie, di curatore di antologie e di scritti per la scuola, di elzevirista nelle pagine culturali dei quotidiani, di conferenziere su temi letterari e storici. La sua produzione d’invenzione in prosa, si articola in romanzi, racconti e biografie di personaggi storici. L’amicizia con Giovanni Papini, nata nel periodo dei giochi dell’infanzia, ricordata molte volte come costante impulso allo studio e allo scrivere, attraverserà il corso dell’esistenza dello scrittore e li vedrà, sino dagli anni giovanili, collaborare a una serie di riviste manoscritte a quattro mani, della fine degli anni ’90: “La Rivista”, “Sapientia”, “Il Giglio”, primi esperimenti nel terreno del giornalismo letterario.
Contenuto del Fondo: corrispondenze indirizzate a Ettore Allodoli (sia da mittenti personali che da enti e associazioni, a cui si aggiungono carteggi organizzati in fascicoli tematici dallo stesso destinatario). Manoscritti di racconti e romanzi, in parte incompleti e non datati, tra cui testimoni di opere legate al filone dell’Allodoli memorialista e novelliere come Il domatore di pulci (1920), Novelle morali (1923), Amici di casa (1923), La lunga giornata (1957); o romanzi di pura fantasia (Il ragazzo risuscitato, 1923; Cuor di sorella, 1927) o di impianto storico (Giovanni dalle Bande Nere, 1927; Ferruccio, 1928; L’assedio di Firenze, 1930; Savonarola, 1952). Una miscellanea di fascicoli comprende poi componimenti giovanili, come le riviste degli anni ’90 compilate insieme a Papini, i saggi, le edizioni critiche, le trascrizioni dai classici, traduzioni, la Storia della letteratura (1953), antologie scolastiche, fino al Vocabolario della lingua italiana. A questa serie appartengono anche i numerosissimi articoli, trovati talora fascicolati, oppure sciolti, spesso non datati, pubblicati nei principali fogli periodici, le testimonianze delle conferenze pronunciate dall’Allodoli nel corso della sua attività, legate, per lo più, a illustri personaggi toscani di ogni tempo e una copiosa messe di zibaldoni e di appunti di grammatica e di letteratura. In una serie di “carte varie” troviamo documenti relativi all’attività didattica, ai rapporti con il Centro di studi sul Rinascimento, con le case editrici e con i premi letterari delle cui giurie fu membro; comprende anche agende e rubriche dei corrispondenti e delle collaborazioni periodiche, fino ai disegni a carboncino pubblicati nella terza edizione (1926) del Domatore di pulci, di mano di Giovanni Costetti. Le carte biografiche e personali sono ancora da riordinare. Come deve ancora ricevere una sistemazione la parte del Fondo relativa al figlio Enzo, dove si trovano documenti dell’archivio familiare. Alle carte d’archivio si aggiunge la biblioteca personale, conservata a Palazzo Strozzi.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto scaricabile in formato pdf, comprende un indice dei mittenti della corrispondenza e la descrizione dei manoscritti e delle carte varie. Biblioteca personale (si veda la pagina descrittiva) schedata come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux. Descrizione dei disegni (pubblicati ne Il domatore di pulci) nel data base del Servizio Conservazione.
Luigi Amaducci (Verona 1932 - Firenze 1998)
Professore ordinario di Neurologia all’Università di Firenze, direttore del Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche presso la stessa Università, è stato coordinatore e direttore di vari progetti di ricerca nazionali e internazionali sull’invecchiamento cerebrale e le demenze quali la malattia di Alzheimer.
Contenuto del Fondo: corrispondenza di lavoro, materiale a stampa (pubblicazioni, ritagli di giornale, programmi di convegni e simposi), dattiloscritti e fotocopie di articoli a carattere scientifico e testi di conferenze, documentazioni personali.
Strumenti di ricerca: elenco di consistenza.
“L’Antico Fattore”
Noto locale fiorentino, frequentato da intellettuali e artisti, sede, nel corso degli anni, dell’omonimo Premio letterario.
Contenuto del Fondo: elenchi di firme di letterati, artisti e varie personalità, relativi agli anni ’30.
Strumenti di ricerca: scheda descrittiva.
Franco Antonicelli (Voghera 1902 - Torino 1974)
Critico, prosatore e poeta, ha collaborato a numerosi periodici e riviste, fra i quali “La Stampa” e “L’Approdo”.
Contenuto del Fondo: quaderni relativi alla scuola di S. Gersolè, e copie dei documenti attinenti alla Chiesa Giurisdavidica da lui raccolti.
Strumenti di ricerca: elenco dei materiali.
Giacomo Antonini (Venezia 1901 - Parigi 1983)
Di nascita aristocratica e cosmopolita per vocazione, è stato un fine critico letterario al passo con le più moderne e meno provinciali teorie della letteratura novecentesca. I suoi scritti sono stati accolti, tra le due guerre, nei periodici più aggiornati, come la fiorentina “Solaria” e una sua antologia, Narratori italiani d’oggi (1938), ha definito impeccabilmente il quadro della situazione letteraria dell’epoca. La sua figura ha rappresentato uno snodo di passaggio tra la cultura italiana e quella europea, in particolare quella francese. Dopo aver fatto esperienze e preso contatti in vari paesi (Olanda, Germania) ha risieduto a Parigi da dove, dopo la fine della seconda guerra mondiale e fino alla metà degli anni Sessanta, ha svolto un ruolo di intermediario tra Francia e Italia, tra scrittori e editori. Centrale è stato il suo rapporto di lavoro, durato venti anni, con Valentino Bompiani. Nel 1965 si è trasferito in Inghilterra, da dove ha continuato a svolgere il suo ruolo di mediazione.
Contenuto del Fondo: corrispondenza, di natura privata, indirizzata a Giacomo Antonini, alla quale si aggiungono i carteggi di lavoro scambiati con le case editrici per le quali ha lavorato (in particolare lunga e ben documentata è stata la collaborazione con Bompiani, editore per il quale è stato il “plenipotenziario” parigino; oltre che con la casa editrice milanese si trovano nel fondo fascicoli di corrispondenza con Dall’Oglio e Sansoni) e la corrispondenza relativa all’attività che, tramite la rivista “Sipario” e l’Agenzia Ulisse, ha svolto la Bompiani nel mondo del teatro. Completano il fondo un gruppo di minute di Giacomo Antonini e una piccola appendice di documenti con estratti e ritagli di giornale a firma di Antonini e alcuni suoi testi (tra cui un curriculum vitae e copia di una sceneggiatura).
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto scaricabile in formato pdf e sotto forma di data base interrogabile on line.
Domenico Baranelli (Bonefro, Campobasso 1895 - Siena 1987)
Molisano di nascita ma senese di adozione, nella città toscana è approdato negli anni ’30 dopo soggiorni di studio e lavoro a Venezia, Napoli, Milano e Firenze; pittore soprattutto paesaggista, il suo sguardo si è concentrato nell’osservazione di luoghi congeniali ridotti al tratto essenziale di un disegno “discreto e scarno” (Piero Calamandrei), come le semplici geometrie della campagna toscana e il profilo scabro di Siena, vera e propria patria d’elezione; opere di Baranelli si trovano nelle Gallerie d’arte moderna di Milano e Firenze, nel Gabinetto Disegni e stampe degli Uffizi e in numerose altre collezioni pubbliche e private, italiane e straniere. Le sue relazioni e il suo mondo culturale (si vedano per esempio i contatti epistolari) non si limitano a quello strettamente artistico e i nomi presenti tra i corrispondenti, come per esempio quelli degli “amici di Toscana”, Piero Calamandrei, Pietro Pancrazi, Corrado Tumiati o quelli di Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio, testimoniano dell’universo intellettuale e politico a cui è stato vicino.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Domenico Baranelli; completano il Fondo alcuni documenti biografici, materiali preparatori per studi dedicati all’artista, cataloghi di mostre e monografie sulla sua opera.
Strumenti di ricerca: descrizione dell’intero Fondo ricercabile tra gli inventari on line, un elenco dattiloscritto dei mittenti è scaricabile in formato pdf.
Ubaldo Bardi (Firenze 1921)
Giornalista, scrittore, esperto di letteratura spagnola. Laureatosi in Lingue e letterature straniere e in giornalismo, Bardi si specializza in lingua spagnola, approfondendone la conoscenza presso le università di Madrid e Barcellona. Rimanendo in costante contatto con alcuni dei più prestigiosi intellettuali spagnoli, come José Augustin Goytisolo, José Maria Castellet, Carlos Barral, Arturo del Hoyo, Antonio Buero Vallejo, cura la pubblicazione di testi di Cervantes, Lorca, Goytisolo, Ramon y Cajal, Anna Maria Matute, Ortega y Gasset ed altri. Tra i molti saggi pubblicati si ricordano La fortuna di Garcìa Lorca in Italia 1936-1958 (1958), La guerra civile di Spagna (1975), Materiali per una bibliografia italiana su G. Lorca (1984), Armando Meoni (1987). Collaboratore di numerose riviste italiane e straniere, ha pubblicato nel 1990 un libro di narrativa, Antella 1889-1946.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Ubaldo Bardi (interessante soprattutto per le testimonianze epistolari di mittenti che scrivono dalla Spagna e dal mondo della cultura ispanica in generale); scritti, in forma manoscritta o dattiloscritta, con testi delle prove narrative di Bardi, i suoi saggi critici, le traduzioni; materiale bibliografico: collezione di riviste, estratti, opuscoli, alcune monografie, ritagli di giornale (sparsi tra tutti questi formati si trovano i testi di Bardi, pubblicati in varie sedi, i saggi dedicati alla sua figura e la documentazione bibliografica che rappresenta una testimonianza dei suoi interessi culturali). A questi materiali vanno aggiunti i libri (integrati anche da alcuni esemplari di riviste) della biblioteca personale conservata nella sede di Palazzo Strozzi. Si tratta di un Fondo ‘aperto’ soggetto a periodici accrescimenti.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo dei corrispondenti disponibile in sala consultazione, elenco dattiloscritto, scaricabile in formato pdf, dei manoscritti e della documentazione bibliografica (testi di Bardi apparsi in varie sedi, rassegna stampa varia, collezione di riviste). Biblioteca personale parzialmente schedata come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux.
Alessandro Baumgartner (Caserta 1906 - Roma 1977)
Ha svolto la professione di magistrato (è stato consigliere di corte d’appello), ma ha coltivato fin dai primi anni Venti la passione per il disegno. Suoi soggetti preferiti sono stati paesaggi e monumenti d’Italia. Interessante, in particolare, la documentazione che ha lasciato sull’evoluzione urbanistica di Roma.
Contenuto del Fondo: disegni vergati con varie tecniche (a inchiostro, matita, carboncino, pastello) da Alessandro Baumgartner, un magistrato che si è dilettato per tutta la vita nelle arti grafiche; la sua collezione rappresenta, per la costanza con cui è stata incrementata (conta un numero complessivo di disegni che supera le 1350 unità, datati dal 1920 al 1966), un curioso caso di testimonianza, seppure presa con l’occhio di un dilettante, dell’evoluzione dei soggetti rappresentati: sfondi urbani (è documentata, per esempio, l’espansione della periferia romana negli anni del “boom”), centri minori (Narni, Pitigliano, Soriano, Tuscania, Assisi, Viterbo ecc.), scorci paesaggistici, con escursioni in alcuni scenari della seconda guerra mondiale; gli schizzi sono conservati in fogli sciolti e in una trentina di album.
Strumenti di ricerca: una scheda riassuntiva del Fondo, ricercabile nel data base del Servizio Conservazione; in sede disponibile un elenco dattiloscritto.
Carlo Betocchi (Torino 1899 - Bordighera 1986)
Poeta, tra i maggiori animatori della rivista “Il Frontespizio” (1929 - 1940), redattore de “L’Approdo letterario” dal 1961 al 1977.
Contenuto del Fondo: manoscritti del poeta, varie migliaia di lettere a lui dirette, carteggi familiari, copialettere della corrispondenza inviata, oltre alla biblioteca.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo e elenco dattiloscritto dei corrispondenti (la descrizione dei carteggi è in corso di riconversione tra gli inventari on line); descrizione parziale dei manoscritti dei testi del poeta ricercabile tra gli inventari on line. Le monografie della biblioteca personale (si veda la pagina descrittiva per una introduzione generale) schedate come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux, mentre in sala consultazione è disponibile un indice delle riviste e dei periodici. Descrizione di disegni e schizzi conservati tra i documenti di archivio, quasi esclusivamente di mano dello stesso Betocchi, nel data base del Servizio Conservazione.
Renato Birolli (Verona 1905 - Milano 1959) e Rosa Birolli (Milano 1917 - 1997)
Pittore, Renato approda a Milano alla fine degli anni ’20; anni dopo partecipa dell’esperienza di “Corrente” maturando la propria opera attraverso viaggi e varie esperienze artistiche. Si deve alla moglie Rosa la conservazione ed un primo riordinamento dell’archivio.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata all’artista, manoscritti, taccuini, fotografie; disegni delle Metamorfosi e di altre serie pittoriche (complessivamente più di 80 opere), oltre alla biblioteca.
Strumenti di ricerca: inventario analitico dattiloscritto dei “Manoscritti e carte varie”; indice alfabetico dei corrispondenti; inventario analitico dei disegni. Biblioteca personale (si veda la pagina descrittiva) in corso di riordinamento, parzialmente schedata come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Anna Bonetti (Firenze 1925)
Pittrice di formazione non scolastica, nel 1946 si è presentata per la prima volta al pubblico della sua città con una personale tenuta alla Galleria d’arte moderna “Il Fiore” di Corrado Del Conte. A doti di spontaneità e immediatezza ha aggiunto poi l’insegnamento del Maestro Gianni Vagnetti. Le sue opere si trovano esposte in musei e collezioni private in Italia, Francia, Stati Uniti, Canada.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata ad Anna Bonetti da Aldo Capitini negli anni compresi tra il 1956 e il 1959 e da Fausto Pirandello tra il 1954 e il 1966. La corrispondenza indirizzata da Cristina Campo ad Anna Bonetti è stata donata dalla destinataria a integrazione del Fondo che si conserva in questo stesso Archivio intitolato alla scrittrice bolognese.
Strumenti di ricerca: elenco di consistenza.
Lorenzo Bracaloni (Firenze 1901 - Rivarolo Ligure 1961)
Pubblicista e scrittore, laureato in chimica, strettamente legato all’ambiente cattolico e collaboratore dell’“Osservatore romano”.
Contenuto del Fondo: manoscritti e ritagli di giornale.
Strumenti di ricerca: elenco sommario.
Irma Brandeis (New York 1905 - 1990)
Nasce in una colta famiglia ebraica newyorkese. Dopo l’istruzione primaria e secondaria intraprende studi universitari a carattere umanistico laureandosi al Barnard College e frequentando la Columbia University. Approfondisce la conoscenza del francese e dell’italiano e delle loro letterature e segue i corsi di letteratura medievale comparata tenuti alla Columbia da Dino Bigongiari appassionandosi in particolare a Dante. A partire del 1925 scrive poesie e racconti che vengono pubblicati in testate come il “New Yorker” e l’“Harper’s Bazaar”. Negli anni Trenta comincia la sua carriera di insegnante al Sarah Lawrence College. Viaggia a lungo in Europa e nel 1933 si presenta nella biblioteca del Gabinetto Vieusseux di Firenze, che allora occupava la sede del Palagio di Parte Guelfa, per conoscerne il direttore: il primo incontro con Eugenio Montale si rivela, per usare sue parole, “disastrosamente stupido”, ma questa falsa partenza non ha impedito che la coppia riuscisse a ritrovarsi e a frequentarsi quotidianamente durante quell’anno, fino alla partenza di Irma per gli Stati Uniti. Nelle poesie di Montale, di cui è stata una delle massime ispiratrici, Irma Brandeis prende vita, con il poetico senhal Clizia, come una apparizione, a cominciare dalle Occasioni (raccolta misteriosamente dedicata a “I.B.” a partire dall’edizione 1949). Irma tornerà a Firenze l’anno successivo, la sua presenza in Italia è stata poi sicuramente accertata nel 1938, quando constaterà che Montale non avrebbe mai interrotto il rapporto che lo legava a Drusilla Tanzi, la relazione amorosa con Montale si consuma quindi quasi esclusivamente attraverso tracce epistolari scambiate tra America e Italia (la corrispondenza si trascinerà fino al 1939). Con la massima discrezione la Brandeis ha custodito il corpus epistolare fino al 1983, quando durante l’ultimo soggiorno italiano ha definito il lascito delle carte montaliane affidandole, come per chiudere il cerchio della storia, al Gabinetto Vieusseux. Oltre alla fama guadagnata nella storia della letteratura italiana del Novecento grazie alla poesia di Montale, Irma Brandeis è stata una insegnante preparata e una appassionata promotrice culturale (ha insegnato dal 1944 al 1979 al Bard College di Annandale-on-Hudson, New York), ha tradotto dal francese e dall’italiano e si è distinta come ottima dantista.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata da Eugenio Montale a Irma Brandeis, più una minuta di quest’ultima, databile al 1935, di una lettera destinata al poeta e mai spedita (mentre le risposte della studiosa americana a Montale sono state forse distrutte dal destinatario) e una avvertenza dal titolo Al lettore da I.B., in cui Irma riassume, siamo nel 1979, la storia del suo legame con Montale e il valore che va attribuito all’epistolario di cui aveva gelosamente conservato il segreto. Il carteggio è stato donato nel 1983 dalla stessa Brandeis e per volontà della donatrice è stato conservato sigillato per 20 anni; nel 1990 Jean T. Cook, cara amica di Irma, ha consegnato altri documenti che integrano il Fondo: due biglietti a firma di Montale che si aggiungono al resto del carteggio (uno datato 1937 e l’ultimo, isolato dopo un silenzio durato più di quarantanni, risalente al 1981), un codice cifrato attribuibile a Montale con un elenco di parole e a fianco il reale significato assegnato a questi termini nel corso dello scambio epistolare, alcuni brani trascritti dalla Cook da un diario dell’amica, un gruppo di 21 fotografie del periodo 1934-1938 che ritraggono la coppia e i loro amici, un opuscolo commemorativo del Bard College di Annandale-on-Hudson, New York (che ne ricorda la memoria di donna e di studiosa) e 3 libri di Eugenio Montale con dedica del poeta a Irma (si tratta di una edizione di Ossi di seppia pubblicata nel 1931 da Carabba e di copie de La casa dei doganieri e altri versi, Firenze, Vallecchi, 1932 e de Le Occasioni, Torino, Einaudi, 1939). Le lettere, i biglietti e le cartoline scritte da Montale (per complessivi 156 documenti, datati tra il 1933 e il 1939 con un epilogo nel 1981), la minuta di Irma e la sua avvertenza al lettore, il glossario “segreto”, le fotografie e i disegni (che Montale aveva l’abitudine di aggiungere a margine delle missive) sono pubblicati in Eugenio Montale, Lettere a Clizia, a cura di Rosanna Bettarini, Gloria Manghetti e Franco Zabagli, Milano, Mondadori, 2006.
Strumenti di ricerca: la descrizione del carteggio (insieme a quella delle altre tipologie documentarie) ricercabile tra gli inventari on line, i 3 libri con le raccolte di poesie montaliane sono schedati nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux, la descrizione dei disegni si trova nel data base del Servizio Conservazione.
Silvio Branzi (Vermiglio 1899 - Trento 1976)
Nasce in provincia di Trento, allora parte dell’impero asburgico, e su questo fronte partecipa alla prima guerra mondiale, mentre nel 1919 prende parte, tra i legionari dannunziani, all’occupazione di Fiume. Dopo la guerra si trasferisce a Venezia, dove risiederà per oltre quarant’anni. Comincia a scrivere su quotidiani, in particolare su quelli stampati nel capoluogo veneto, come “Il Gazzettino” e la “Gazzetta di Venezia”. In questi anni alterna le cronache artistiche all’esercizio letterario (alcuni testi in prosa gli vengono pubblicati nella rivista “Trentino”, poi saranno riuniti nel 1935 nel volume Cavalcata notturna, la raccolta di racconti Una nuvola rossa uscirà postuma nel 1978), ma la sua autentica vocazione rimane la critica d’arte. I suoi articoli critici e le recensioni alle mostre di artisti sono una presenza puntuale sulle pagine del “Gazzettino” (il giornale sui cui ha scritto costantemente nel corso degli anni). È uno dei critici più autorevoli della “Biennale” (in particolare di quelle del secondo dopoguerra) e in occasione di alcune edizioni dell’esposizione veneziana riceve il premio per le sue cronache d’arte. Negli anni Sessanta, maggiormente libero dagli impegni quotidiani del giornalismo, si è dedicato con più frequenza alla cura e alla presentazione di cataloghi di mostre. Trascorre gli ultimi anni della sua vita nella città natale, dove era rientrato all’inizio degli anni Settanta. Si è occupato soprattutto di arte moderna (alla sua ricca bibliografia, i cui titoli sono sparsi tra i vari periodici a cui ha collaborato, vale la pena di aggiungere la monografia sui Ribelli di Ca’ Pesaro, uscita nel 1975), ma non ha disdegnato escursioni in quella classica. La documentazione raccolta durante la sua carriera di critico e osservatore scrupoloso rappresenta una fonte informativa di tutto rispetto sulla storia dell’arte: l’archivio che ha formato e la rassegna bibliografica che ha accumulato (insieme alla biblioteca personale) costituiscono strumento di servizio che, di per sé, vale come una vera e propria enciclopedia specializzata sull’argomento.
Contenuto del Fondo: rassegna stampa e documentazione varia: il materiale è conservato in 126 grandi cassetti estraibili, incastrati in un imponente “mobile-archivio” costruito appositamente per dare ospitalità alla raccolta. All’interno dei cassetti si trovano centinaia di buste contenenti documentazione eterogenea: in particolare si tratta di materiale a stampa (ritagli di giornale, estratti da riviste specializzate, pieghevoli e piccoli cataloghi di mostre) che Branzi ha raccolto nel corso, è proprio il caso di dirlo, di una vita dedicata all’arte, e dove si possono leggere saggi critici scritti da vari autori su quell’artista o quel dato argomento; accanto al corpus maggioritario si trovano anche altre tipologie di documenti, come dattiloscritti e manoscritti con bozze e appunti di testi scritti da Branzi stesso, qualche raro campione di corrispondenza, altra documentazione “grigia”. La sequenza principale dei materiali è organizzata sulle buste dedicate ai singoli artisti, nella successione monografica si inseriscono però anche altri blocchi tematici, come quelli relativi alle “collezioni” cioè ai musei e alle gallerie, distinte per la città di conservazione , alle “mostre” sull’arte antica o moderna allestite nelle varie città italiane e straniere , ai “movimenti artistici”.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo allestito dallo stesso Silvio Branzi e elenco dattiloscritto.
Giulio Bucciolini (Firenze 1887 - 1974)
Commediografo, scrittore e giornalista; noto soprattutto per le commedie in vernacolo, ancora oggi rappresentate.
Contenuto del Fondo: corrispondenza, manoscritti teatrali, raccolte di ritagli di giornale e di altre documentazioni relative al teatro in vernacolo in Italia. È stata inoltre lasciata la biblioteca del commediografo, e una ricca collezione di riviste, in parte teatrali.
Strumenti di ricerca: elenchi dattiloscritti dei corrispondenti; elenco delle commedie. Biblioteca personale (si veda la pagina descrittiva) non catalogata, elenco sommario delle riviste.
Arrigo Bugiani (Grosseto 1897 - Figline Valdarno 1994)
Ha vissuto in diverse città della Toscana e della Liguria, alternando il lavoro di operaio e poi di impiegato alle acciaierie Ilva a una ininterrotta passione per la letteratura e, dal 1951, anche a una fitta attività di piccolo, originale e raffinato editore. Negli anni della formazione frequenta gli intellettuali de “Il Frontespizio”, dove comincia a pubblicare le prime prose liriche, inserite in seguito nel volume Festa dell’òmo inutile (1936). L’esperienza con i cattolici fiorentini e l’influenza delle radici maremmane contribuiscono entrambe a fornire ispirazione alla sua prima invenzione editoriale: una rivista intitolata “Mal’Aria”, che esce per nove numeri, dal 1951 al 1954. A Genova (era stato infatti trasferito in Liguria per motivi di lavoro), agli inizi degli anni ’60, lo scrittore avvia un progetto unico nel suo genere, che porterà avanti per tutta la sua lunga vita: la collana dei Libretti di Mal’Aria. Sotto questo nome, infatti, Bugiani stamperà, tra il 1960 e il 1994, 568 titoli, destinati inizialmente agli amici, ma che rapidamente finiranno per diffondersi in Italia e all’estero attraverso una rete di appassionati e sostenitori. Una mini-biblioteca dalla veste tipografica artigianale e preziosa, realizzata con materiali particolari e stili sempre differenti. Ogni libretto è costituito da un semplice foglio di carta piegato in quattro, comprendente un’immagine (spesso una xilografia originale) e un testo inedito o raro: detti famosi, epigrafi, documenti antichi, poesie, racconti brevi, ecc., tratti da poeti e prosatori coevi e della tradizione, italiani e stranieri, ma anche testimonianze della cultura religiosa, popolare e perfino delle minoranze linguistiche. Tra le principali opere dello scrittore, ricordiamo: La Stella (1946), L’altalena degli adulti (1954) e Annata felice (1958).
Contenuto del Fondo: le corrispondenze che si conservano nel fondo consistono innanzitutto nei carteggi indirizzati a Bugiani: si tratta di un consistente corpus epistolare, costituito dalle missive di oltre 800 mittenti al momento identificati (una piccola parte dei carteggi resta da decifrare o ordinare), che fa da controcanto alle relazioni personali coltivate da Bugiani. I documenti più antichi sono stralci da brevi corrispondenze di conoscenti locali, comunicazioni al soldato di stanza sul fronte della Grande Guerra o impegnato dopo il conflitto nelle associazioni dei combattenti e reduci, o provenienti da corrispondenze intrattenute da Bugiani nell’ambito dell’associazionismo cattolico, tra le cui file militò a partire dalla fine della guerra. Il primo nucleo di scambi epistolari significativo è però quello che testimonia, agli inizi degli anni ’30, l’accoglienza ricevuta dagli scrittori del mondo cattolico fiorentino riuniti sotto l’insegna del “Frontespizio”; spostandosi più avanti in coincidenza con il duplice trasferimento in Liguria si segnala l’apertura delle corrispondenze a un raggio non più circoscritto alla Toscana. Oltre a una “linea” ligure, dall’elenco dei mittenti si possono ricavare altri filoni omogenei (ma i raggruppamenti potrebbero essere diversi e, tutti, incrociarsi tra loro), come quello degli esponenti della cultura cattolica o quello che può essere ricondotto all’attenzione di Bugiani per l’arte e la grafica. Non passa certo inosservata, nei carteggi ricevuti da Bugiani, la storia di “Mal’Aria” e della lunga appendice dei libretti (nati come ideale continuazione della rivista), la cui genesi si dipana anche attraverso gli scambi epistolari; le fasi dell’elaborazione dei fascicoli di “Mal’Aria” e dei libretti sono naturalmente documentate dalla Serie che conserva tutta una sequenza di fascicoli preparatori: inserti dove Bugiani ha inserito bozze, cliché ma anche lettere e sue minute (a riprova di un mutuo scambio di generi e di motivazioni). Nella tipologia epistolare rientra anche un gruppo compatto di “copialettere” formato da 16 tra quaderni e bloc notes in cui si conservano, sistematicamente, tracce della corrispondenza spedita da Bugiani a vari destinatari: i singoli pezzi (sotto forma di minute o di copie) sono ordinati cronologicamente dal 1972 al 1988; alcune delle copie ottenute battendo a macchina con carta carbone o carta copiativa e rilegate in questi quaderni si ritrovano poi distribuite negli inserti dei relativi corrispondenti o in quelli monografici dedicati ai libretti. Molto consistente è la documentazione preparatoria ai fascicoli di “Mal’Aria” e ai successivi libretti: della rivista “maremmana” si conservano dossier di tutti i fascicoli usciti ad eccezione del n° 4 (quello dedicato a Lorenzo Viani; gli altri numeri monografici furono dedicati a Pietro Parigi, Luigi Bartolini e Domenico Giuliotti), negli incartamenti sono presenti manoscritti e dattiloscritti con i testi destinati all’impaginazione, bozze di stampa, articoli di giornale con recensioni al numero appena uscito, comunicazioni epistolari di congratulazioni e commento al fascicolo dato alle stampe ecc.; imponente il materiale che testimonia la genesi e la stampa dei libretti: a quasi ogni numero uscito corrisponde un inserto in cui Bugiani ha raccolto le lettere a lui spedite o sue minute (gli interlocutori chiamati in causa sono i personaggi coinvolti nel progetto: che nella sua ossatura minimale sta in piedi su un testo di un dato autore accompagnato da un contributo di un illustratore, e parole e immagini si integrano e si commentano vicendevolmente), articoli di giornale, documenti da cui è stata presa in prestito l’ispirazione, scritture e ripensamenti successivi, bozze e prove di impaginazione, cliché, cioè tutto quell’apparato di sedimentazioni stratificatosi prima dell’uscita del libretto. Oltre al materiale preparatorio a quasi tutti i libretti effettivamente dati alla luce, esiste una controserie che raccoglie documentazione dei progetti rimasti solo sulla carta. A dispetto del notevole materiale sul suo lavoro di editore sono più scarne le presenze di testimoni dei libri scritti da Bugiani: gli unici titoli di cui si conserva qualche forma di documentazione sono quelli di Annata felice (con bozze e recensioni su questo libro pubblicato nel 1958) e di Questo e altro (testi e bozze dell’edizione datata 1985). Tra il materiale bibliografico di varia natura si conserva una collezione rilegata della rivista “Mal’Aria” e la raccolta completa (di ciascun esemplare se ne conservano più copie) della serie dei libretti, con le prime 5 centurie e i 70 numeri (tranne due che non furono portati a termine) che hanno proseguito (con una cifra “negativa”) la numerazione fino a 500 “meno” 70. Si conservano anche recensioni ai libretti e altro materiale bibliografico sciolto. Bugiani si è autocostruito anche una specie di inventario iconografico con illustrazioni di disegni e stampe (fregi anonimi, disegni di mano di artisti contemporanei, incisioni antiche, un repertorio di immagini dedicate per soggetto a vari personaggi) ritagliate da libri, giornali ecc.. All’archivio è aggregata anche la biblioteca privata di Bugiani, che ne testimonia le letture e gli interessi personali: ben rappresentata è la letteratura degli autori legati al “Frontespizio” (molti i libri con dedica firmata dagli amici di Bugiani), i titoli di alcune case editrici (per esempio libri Vallecchi e quelli delle Edizioni di Storia e Letteratura) o quelli che rientrano nell’ambito della letteratura religiosa; vi si possono riconoscere varie sezioni più o meno omogenee (all’interno di una libreria ancora da riordinare): i libri degli amici letterati (Giuliotti, Bargellini, Betocchi, Lisi, Papini, Bartolini, Sbarbaro ecc.), libri antichi, libri d’arte, letteratura sulla storia e la cultura locale (in particolare quella toscana e quella ligure), collezioni speciali (come quelle Scheiwiller o alcuni esempi di opuscoletti che in qualche modo emulano l’esempio dei libretti), per finire con alcune raccolte di periodici (del “Frontespizio” è presente la raccolta quasi completa).
Strumenti di ricerca: disponibili in sala consultazione l’indice dei corrispondenti del carteggio e un elenco della serie dei Libretti, insieme ad altri elenchi di consistenza.
Egidio Calzini (Ascoli Piceno 1857 - Firenze 1928), Giuseppe Mazzatinti (Gubbio 1855 - Forlì 1906)
Egidio Calzini nasce ad Urbino nel gennaio 1857. Inizia la sua carriera di insegnante a Forlì, dove nell’ultimo decennio dell’Ottocento risulta tra i più attivi studiosi di arte locale: nel 1892 pubblica Memorie su Marco Melozzo, nel 1893 la Guida di Forlì, e nel 1894 la prima monografia sul Palmezzano uscita a puntate sull’“Archivio storico dell’Arte” con il titolo di Marco Palmezzano e le sue opere. Dal 1897 è accademico della Regia Accademia Raffaello, e dello stesso anno è la pubblicazione di Urbino e i suoi monumenti. Nel 1898 dà inizio, a Forlì, alle pubblicazioni della rivista intitolata “Rassegna bibliografica dell’arte italiana”. Nel 1900 viene nominato preside del Regio Istituto tecnico “Umberto I” di Ascoli Piceno, città nella quale trasferisce la sede della rivista, e nella quale rimase fino alla fine della Prima Guerra Mondiale. Autore di numerosi studi sull’arte romagnola e marchigiana, per la rivista “L’Arte” fu corrispondente dalle Marche e dalla Romagna dal 1898 al 1916, relazionando su fatti e scoperte artistiche di questi territori.
Di formazione umanistica, ma fortificata da ardore patriottico, Giuseppe Mazzatinti è stato un insegnante e bibliotecario animato da grande spirito di servizio e un filologo dalla scrupolosa attenzione per la ricerca documentaria. Si era laureato con Alessandro D’Ancona all’Università di Pisa e aveva iniziato a insegnare nel ginnasio di Gubbio, la sua città natale, per poi trasferirsi in altre sedi fino all’approdo al liceo Morgagni di Forlì, città nella quale ha vissuto dal 1887 fino alla morte e dove ha diretto la locale biblioteca comunale. Proprio la sua esperienza bibliotecaria è alla base dell’erudita vocazione per lo studio e il censimento di fonti custodite in biblioteche e archivi, soprattutto quelle funzionali a dare smalto alla storia del Paese da poco unito in uno stato nazionale (nella vita e nelle pagine di Mazzatinti, che in coerenza con questo anelito fu iniziato alla massoneria, si sente infatti ancora palpitare l’eco del Risorgimento). Nel solco di questo fervore patriottico e archivistico si inseriscono alcune sue iniziative editoriali, come i tre volumi, che hanno visto la luce tra il 1886 e il 1888, dell’Inventario dei manoscritti italiani delle biblioteche di Francia, o la fondazione di alcune riviste, come l’“Archivio storico per le Marche e l’Umbria” e l’“Archivio storico del Risorgimento umbro”, per finire con l’ideazione della collana “Gli archivi della storia d’Italia”. Il progetto più impegnativo, che lo vide mettere in campo tutta la sua sapienza di studioso accompagnata dal rigore documentaristico del ricercatore seguace del “metodo storico”, resta però l’avvio della collana degli “Inventari dei manoscritti delle biblioteche d’Italia”, di cui Mazzatinti ha personalmente curato l’uscita dei primi 13 volumi. Oltre agli inventari la sua passione per la storia e per i censimenti compilatori si applicò con grande attivismo (nonostante le condizioni di una salute sempre precaria che lo condussero a una morte prematura) al reperimento dei carteggi di alcuni grandi personaggi della storia italiana e alla pubblicazione di una parte delle loro corrispondenze: a sua cura uscirono infatti edizioni di lettere di Vincenzo Monti, Vittorio Alfieri, Gioacchino Rossini, quelle di alcuni “padri della patria”, come Garibaldi, Verdi e Mazzini, rimasero invece incompiute.
Contenuto del Fondo: la raccolta è formata da documenti epistolari estratti dai carteggi indirizzati a Egidio Calzini e Giuseppe Mazzatinti: le due corrispondenze si intersecano per ragioni biografiche (sia Calzini che Mazzatinti hanno vissuto e insegnato a Forlì e questo può spiegare per esempio perché alcuni documenti delle carte Mazzatinti siano indirizzati o parlino anche di Egidio Calzini) e per motivi geografico-culturali: in entrambi gli epistolari il filo conduttore si può ricondurre a vicende che hanno Umbria, Marche e Romagna come epicentro di interesse. Dei carteggi a Egidio Calzini fanno parte 36 documenti epistolari (compresi tra il 1891 e il 1910) attribuiti a una ventina di corrispondenti (mentre un mittente resta non identificato), tra cui si segnalano Domenico Gnoli e Igino Benvenuto Supino. Le corrispondenze a Giuseppe Mazzatinti sono costituite da 28 documenti epistolari, datati tra il 1890 e il 1901, per un totale di 22 mittenti identificati (di 4 pezzi resta da sciogliere la responsabilità), tra cui Camillo Boito, Alessandro D’Ancona, Guido Mazzoni, Francesco Torraca.
Strumenti di ricerca: disponibile in sala consultazione uno schedario cartaceo con l’inventariazione analitica dei carteggi, un indice dei mittenti è invece scaricabile dalla rete in formato pdf.
Cristina Campo (Vittoria Guerrini, Bologna 1923 - Roma 1977)
Nata in una famiglia colta, venne educata dai genitori lontano dai suoi coetanei per preservarne la malferma salute (era affetta da un congenito difetto cardiaco) e invece di seguire un corso di studi regolare crebbe da raffinata autodidatta, ricevendo dai parenti stimoli e consigli di letture Nel 1928, al seguito della famiglia, si trasferisce a Firenze, dove il padre di Cristina, il Maestro Guido Guerrini, era stato nominato direttore del Conservatorio “Luigi Cherubini”. Nel capoluogo toscano, durante gli anni della prima maturità, ebbe la possibilità di coltivare, la passione per la letteratura, che si concretizzò nella pubblicazione di pochi scritti e traduzioni, ma che soprattutto lievitò in una abitudine alla conversazione con i sodali di un ristretto cenacolo. Le letture di Simone Weil e di Hugo von Hofmannsthal, tra i nomi probabilmente evocati in quelle discussioni, sono quelli che più influenzeranno il cammino di Cristina. Mario Luzi, Anna Banti, Margherita Pieracci Harwell, Gabriella Bemporad, sono tra gli altri i compagni di strada con i quali scambia idee e suggerimenti (a cui si aggiungeranno, tra Firenze e Roma, altri fidati amici, come Margherita Dalmati, Alessandro Spina, María Zambrano). Dal 1948 si legò sentimentalmente con Leone Traverso, con il quale ebbe un rapporto contrastato, alla ricerca dell’“amore impossibile”. Sempre parca nell’esporsi in prima persona, una palestra per mettere in pratica il suo gusto e le sue preferenze fu la rubrica quindicinale della “Posta letteraria” del “Corriere dell’Adda”, a cui collabora grazie a Gianfranco Draghi. Alla metà degli anni ’50 un nuovo trasferimento a Roma, sempre al seguito del padre, nella capitale per guidare il Conservatorio di “Santa Cecilia”, rappresenta quasi una cesura, segnata soprattutto dalla volontà di mettersi alle spalle la rottura della relazione con Traverso. Nei primi anni romani collabora ad alcuni programmi radiofonici della RAI e pubblica, per la casa editrice di Vanni Scheiwiller, la sua prima raccolta di poesie, Passo d’addio (All’insegna del pesce d’oro, 1956), firmata con l’eteronimo di Cristina Campo, il più famoso e fedele dei nomi dietro ai quali si è travestita. Continua a scrivere e a tradurre (William Carlos William, Simone Weil, John Donne ecc.) ma sempre saltuariamente e sotto lo schermo degli pseudonimi (un tratto questo che ha assunto il colore della leggenda). Nella capitale, tra i nuovi incontri, conosce Elémire Zolla che diventerà suo compagno di vita e di lavoro (tra le altre cose Cristina collaborerà all’antologia “I mistici” e scriverà sulla rivista di Zolla “Conoscenza religiosa”), insieme al quale ha combattuto una battaglia contro la modernità e per una concezione dell’arte aristocratica, raffinata, indistinguibile dalla perfezione che solo può trovare linfa nel sacro e nel misticismo. Nel 1962 esce da Vallecchi un suo volume di saggi, Fiaba e mistero (che in parte confluirà ne Il flauto e il tappeto pubblicato da Rusconi nel 1971). La morte di entrambi i genitori (avvenuta a distanza ravvicinata a metà degli anni ’60), alimenta forse una nuova svolta che accentua la tendenza all’isolamento, perfezionato con il trasferimento sul colle dell'Aventino (una secessione dal sapore in questo caso elitario), dove già frequentava l’abbazia di Sant’Anselmo tenuta dai monaci benedettini. Il 1965 è una data che fa da spartiacque anche per la chiusura del Concilio Vaticano II, sinonimo di apertura della Chiesa al mondo, rinnovamento che la Campo osteggerà con tutte le sue forze. Dopo la fuga nel rito gregoriano che salvaguardava l’antica liturgia per lei unica fonte dell’autentico mistero sui cui si fondano l’arte e la religione l’approdo finale in questa corsa a ritroso sarà un’ulteriore scarto verso la tradizione, assicurato dai riti ortodossi o in quelli della Chiesa scismatica di Monsignor Lefebvre, quella cattolica aveva secondo lei ceduto alle pretese dei tempi. La sua misteriosa biografia ce la mostra ora ascetica e distante (disprezzava l’attualità e, piuttosto che combatterla, scomparve, ne fece le spese anche il suo nome al secolo era nata come Vittoria Guerrini , dimenticato in una selva di pseudonimi), ora appassionata e battagliera (difese pubblicamente Danilo Dolci, prese a cuore la sorte di patrioti greci e ungheresi e si buttò nella mischia organizzando sottoscrizioni e promuovendo associazioni per la difesa della Messa in latino). Le sue poesie, i testi critici, le traduzioni, gli epistolari (che di volta in volta aggiungono un tassello alla ricostruzione del suo ritratto) hanno goduto di una vita editoriale quasi completamente postuma, assumendo seppure confinati nella dimensione della nicchia la risonanza di un caso letterario, grazie alle edizioni curate dalla casa Adelphi, per la quale rappresenta quasi un marchio a garanzia di una letteratura estranea alle correnti più in voga nel secolo scorso. Gli imperdonabili (1987), volume di saggi introdotto da Guido Ceronetti, è il primo capitolo di questa politica di riscoperta, La tigre assenza (a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, 1991) raccoglie le poesie del primo titolo datato 1956, le prove liriche sparse e le traduzioni poetiche, Sotto falso nome (a cura di Monica Farnetti, 1998) ha il merito di riunire (fornendo anche un utile apparato bibliografico) altri saggi e recensioni della Campo, difficilmente rintracciabili anche a causa dall’uso degli pseudonimi che rendono complicato attribuirle la paternità dei suoi stessi testi.
Per documenti e altre informazioni sulla figura di Cristina Campo si rimanda al sito che gli è stato dedicato da alcuni appassionati.
Contenuto del Fondo: la documentazione raccolta su Cristina Campo è costituita innanzitutto dai carteggi indirizzati dalla scrittrice a Alessandro Spina e a Anna Bonetti, donati dai rispettivi destinatari; del primo nucleo fanno parte poco più di una settantina di documenti (tra le carte depositate manca una lettera andata smarrita, quella numerata nella prima edizione a stampa con il numero di LIV) pubblicati per la prima volta in Lettere a un amico lontano, Milano, Libri Scheiwiller, 1989 (una 2ª ed. accresciuta uscita nel 1998; l’intero epistolario comprese le lettere di risposta di Spina dato alle stampe in C. Campo, A. Spina, Carteggio, Brescia, Morcelliana, 2007). Oltre alla corrispondenza a lui destinata, Alessandro Spina ha aggiunto copia di 2 lettere scritte dalla Campo a Margherita Pieracci Harwell e documentazione preparatoria a Il fiore è il nostro segno. Carteggio e poesie di Cristina Campo, Vanni Scheiwiller e William Carlos Williams (Milano, Libri Scheiwiller, 2001). Spina ha consegnato anche (incrementi che continua periodicamente ad arricchire) altre tipologie di materiale: una raccolta di testi (che si presentano sotto forma di dattiloscritto o di estratto a stampa, in fotocopia o in originale) con articoli, saggi, traduzioni e poesie a firma della Campo; una rassegna stampa (ritagli di giornale, estratti, fotocopie di articoli) con saggi e recensioni sulla Campo (la raccolta è costituita da poco più di un centinaio di documenti, quasi tutti usciti dopo la morte della scrittrice: quelli a partire dalla fine degli anni ’80 ne documentano in qualche modo la fortuna postuma, non solo italiana), insieme a documenti sulla Campo è conservato anche materiale relativo a personaggi a lei vicini, come Elémire Zolla e Margherita Dalmati; fuori da questa sezione, ma in qualche modo rappresentano un’appendice all’apparato critico, sono una videocassetta con un documentario sulla Campo girato da Andrea Scorzoni e Luigi Boneschi e una musicassetta con la registrazione di una conferenza tenuta in memoria della scrittrice; 8 fotografie con ritratti (stampe originali o copie) di Cristina Campo e una fotografia della sua abitazione fiorentina; e, infine, una piccola sezione bibliografica con libri e riviste con testi (alcuni rari) della scrittrice, traduzioni di suoi libri, monografie recenti sulla sua opera. Della donazione di Anna Bonetti fanno parte 27 tra lettere, cartoline e biglietti, datati tra la metà degli anni ’50 e il 1965 e indirizzati da Cristina Campo a Anna Bonetti; a questa sezione va aggiunto un altro documento epistolare (una lettera di Margherita Dalmati scritta nel 1969 a Anna Bonetti in cui si accenna alla comune amica) e il testo autografo di alcune poesie della Campo. I carteggi indirizzati a Anna Bonetti da Aldo Capitini e Fausto Pirandello sono conservati in questo stesso Archivio in una raccolta separata intestata personalmente al nome della pittrice.
Strumenti di ricerca: descrizione del Fondo ricercabile tra gli inventari on line, un inventario dattiloscritto è disponibile in sala consultazione; la sezione bibliografica schedata nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux.
Aldemiro Campodonico (Filottrano, Ancona 1880 - Firenze 1956)
Giornalista e uomo politico, giovane studente universitario iniziò a scrivere su periodici di impronta liberale monarchica, di particolare rilievo la sua collaborazione, fin dagli esordi della rivista, a “Il Regno” di cui è stato direttore succedendo a Enrico Corradini. La sua attività militante si svolse nel partito dei giovani liberali fondato da Giovanni Borelli e nel movimento nazionalista. A Firenze, dove si era trasferito dopo la laurea in Legge conseguita a Bologna, ha partecipato alla vita pubblica e politica della città esercitando la professione forense e impegnandosi come consigliere comunale, carica ricoperta fino al 1920. Candidato dal Partito Liberale in diverse elezioni politiche fu sempre sconfitto nei collegi in cui si presentò. All’avvento del fascismo ne subì le violenze e per un ventennio la sua attività si è limitata a quella legale per poi riprendere, nel secondo dopoguerra, di nuovo con il giornalismo e la scrittura di testi autobiografici. Nella sua bibliografia compaiono opere di diritto e contributi di carattere politico e memorialistico.
Contenuto del Fondo: corrispondenza personale, documenti e carteggi testimonianti l’attività giornalistica e politica, manoscritti di memorie e di opere giuridiche e politiche; sezione bibliografica con, tra gli altri documenti, rare collezioni di alcuni periodici come “Avanti Savoia!-Il Rinnovamento” e “L’azione liberale”.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto dei documenti di vario genere e dei manoscritti, schedario cartaceo della corrispondenza e indice dattiloscritto dei mittenti.
Giorgio Caproni (Livorno 1912 - Roma 1990)
Poeta, autore di numerose raccolte a partire dal 1936, si accostò intorno agli anni ’40 alla scuola ermetica, recuperando al tempo stesso forme metriche tradizionali. Ha pubblicato anche opere in prosa.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati al poeta ma anche un consistente nucleo di copie o minute di sue lettere; testi autografi di Caproni che, sotto varie forme (manoscritti, testi a stampa magari fittamente annotati ecc.), documentano la sua produzione, innanzitutto poetica (comprese le traduzioni da altri autori), ma anche narrativa e saggistica; materiale a stampa: ritagli estratti da giornali e riviste con i testi di poesie di Caproni, rassegna stampa con la letteratura critica su di lui, miscellanee varie; documenti personali e amministrativi, altri generi di documenti come disegni e fotografie.
Strumenti di ricerca: descrizione di tutte le serie del Fondo ricercabile tra gli inventari on line; scaricabili in formato pdf due inventari della corrispondenza (ma le descrizioni ricercabili nella banca dati sono più aggiornate), in uno le descrizioni sono organizzate in ordine alfabetico per corrispondente, nell’altro secondo la sequenza cronologica dei documenti. Descrizione di disegni e schizzi conservati tra i documenti di archivio, quasi esclusivamente di mano dello stesso Caproni, nel data base del Servizio Conservazione.
Lucio Settimio Caruso (Napoli 1931)
Dopo il conseguimento della laurea in medicina, entra come volontario laico nella “Pro Civitate Christiana”, l’associazione di apostolato fondata ad Assisi nel 1939 da don Giovanni Rossi. Gli scopi di questa associazione si sintetizzano nel contributo alla divulgazione della parola di Cristo e nella volontà di “far incontrare il Vangelo con la cultura contemporanea”. Caruso inizia a studiare teologia e a scrivere articoli di filmografia su “Rocca”, la rivista curata dalla “Pro Civitate Christiana”. Dell’associazione assisiate ha diretto la Sezione Cinema che, nella sede della Cittadella Cristiana, ha curato incontri e convegni tra cineasti, prestato consulenza religiosa a film di soggetto cristologico, istituito premi e corsi di cinematografia. Nel febbraio del 1962 scrive una prima lettera a Pier Paolo Pasolini per chiedergli un’intervista. Gli incontri che seguiranno sfoceranno nella realizzazione di un film sul Vangelo di Matteo: insieme agli altri padri della Pro Civitate Christiana Caruso collabora infatti alla sceneggiatura del film e nel luglio 1963 è tra gli accompagnatori di Pasolini nei sopralluoghi in Terra Santa. Nel 1968, dopo aver seguito il lavoro cinematografico di Pasolini fino alla realizzazione del film Teorema, si allontana dal mondo del cinema per svolgere la propria missione di medico in Africa. Attualmente vive in Italia.
Contenuto del Fondo: carteggio scambiato tra Pier Paolo Pasolini e alcuni membri della “Pro Civitate Christiana” (a cui si aggiungono i pareri di altri teologi e biblisti, come il cardinale Giuseppe Siri, don Francesco Angelicchio e lo scrittore tedesco Stefan Andres): i documenti epistolari di Pasolini e le risposte (presenti in forma di copia o di minuta) dei suoi interlocutori (a cominciare da quelle di don Giovanni Rossi, don Andrea Carraro e Lucio Settimio Caruso) gravitano intorno alla scrittura delle sceneggiature del Vangelo secondo Matteo (le date in questo caso sono comprese tra il 1962 e il 1964, durante questi anni si fanno anche alcuni accenni all’elaborazione di Comizi d’amore) e di Uccellacci e uccellini (siamo tra il 1965 e il 1966); quasi naturale epilogo al dialogo epistolare è la presenza di una copia della sceneggiatura del Vangelo secondo Matteo: la versione dattiloscritta che i padri della Cittadella avevano ricevuto come base per le loro osservazioni è arricchita con le annotazioni manoscritte (datate maggio 1963) trascritte da Lucio Settimio Caruso e don Andrea Carraro (di sua mano sono anche gli interventi suggeriti dal biblista don Angelo Penna e dal padre gesuita dell’Università Gregoriana Domenico Grasso). Completa il fondo una rassegna stampa che copre gli anni 1962-1965 e documenta la genesi “assisiate” del Vangelo secondo Matteo, la stesura della sceneggiatura, i “sopraluoghi” in Palestina, la presentazione della pellicola al Festival del cinema di Venezia nel settembre 1964 e l’accoglienza avuta dal film sui quotidiani e sui periodici dell’epoca.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto scaricabile dalla rete in formato pdf.
Emilio Cecchi (Firenze 1884 - Roma 1966)
Dopo gli studi tecnici, e mentre accetta impieghi diversi per aiutare la famiglia, esordisce sulle più importanti riviste fiorentine d’inizio secolo: “Il Leonardo”, “Hermes”, “Il Regno”, “La Voce”. Studia da autodidatta il francese e l’inglese, lingue che metterà a frutto nello studio della letteratura straniera, soprattutto di quella anglosassone (pubblica nel 1915 il primo volume della Storia della letteratura inglese nel secolo XIX progetto che però non avrà un seguito editoriale , e molti saggi sull’argomento confluiranno nella monografia, più volte edita ed aggiornata, degli Scrittori inglesi e americani, pubblicata nel 1935). Nel 1910 si trasferisce a Roma (dopo la prima “fuga” del 1906), l’anno successivo sposa la pittrice Leonetta Pieraccini, conosciuta a Firenze alcuni anni prima; nella capitale, dopo essersi allontanato dal gruppo vociano (dal quale aveva mantenuto sempre una posizione autonoma), collabora assiduamente al quotidiano “La Tribuna”. Richiamato alle armi col grado di capitano alla fine del 1915, nel 1917 viene mandato al fronte. Subito dopo la guerra, nel 1918, parte per il primo viaggio in Inghilterra, paese in cui si tratterrà alcuni mesi (sarà di nuovo in Inghilterra nel 1921). Un altro soggiorno inglese è datato a dopo la conclusione dell’altra grande guerra europea, è infatti di nuovo a Londra nel 1946-47. Il suo periodo più intenso di viaggiatore cade sicuramente negli anni Trenta, decennio che si apre e si chiude con lunghi soggiorni negli Stati Uniti e in Messico (1930-31 e 1938-39), altre tappe del suo tour sono la Grecia, la Libia coloniale, l’Africa. I resoconti dei viaggi (anche di luoghi più domestici e familiari come le città e la campagna italiana) confluiranno in reportages che hanno fatto scuola, usciti su quotidiani e poi riuniti in volumi, come Messico (1932), Et in Arcadia ego (1936), America amara (1939). Nel 1919 è tra i fondatori a Roma di una nuova rivista letteraria, “La Ronda”, che segna l’inizio del nuovo periodo post bellico. Intensifica anche lo studio della storia dell’arte e pubblica vari titoli sull’argomento: I trecentisti senesi (1926), Pittura italiana dell’Ottocento (1926), Giotto (1937), Donatello (1942). Nel 1927 inizia a collaborare al “Corriere della Sera”, che con poche interruzioni rimarrà il suo giornale per tutta la vita. Negli anni Trenta, avviando una proficua intesa tra cineasti e intellettuali, è direttore di produzione della casa cinematografica Cines. Scrive, oltre che di letteratura, di arti figurative e di cinema. Il suo Pesci rossi (1920), segna una tappa fondamentale nella storia della nostra prosa contemporanea. Tra gli altri libri si ricordano: La poesia di Giovanni Pascoli (1912), Corse al trotto (1936), Di giorno in giorno (1954), Scultura fiorentina del Quattrocento (1956), Piaceri della pittura (1960).
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Cecchi e alla moglie Leonetta Cecchi Pieraccini, carteggio scambiato tra Emilio e Leonetta, altre corrispondenze familiari; di Emilio si conservano i diari, stesi nei celebri “taccuini”, mentre sono sparute le presenze di autografi di suoi scritti (vista l’abitudine di disfarsi, una volta licenziata alle stampe la versione definitiva, degli abbozzi preliminari dei propri testi), è invece molto fornita (seppure non esaustiva) la rassegna degli articoli apparsi a propria firma su giornali e periodici, come pure si conservano ordinati anche loro cronologicamente saggi e recensioni sulla sua figura e sulla sua opera; molto interessante anche la raccolta di fotografie: poche sono le stampe ma molto numerosi i negativi e i fotogrammi estratti da pellicole cinematografiche (entrambi sono stati digitalizzati) che illustrano scenari di viaggio (dall’America ai paesi della campagna italiana) e i set dei film a cui Cecchi ha assistito o ritraggono, in ambienti familiari, parenti e amici. Oltre ai carteggi scambiati con il marito e alla corrispondenza a lei indirizzata, di Leonetta si conservano i “quaderni” personali, e di sua mano sono numerosi ritratti di amici e conoscenti (che costituiscono una bella galleria di intellettuali “visti da vicino”) conservati nella raccolta d’arte del Fondo (in cui si trovano disegni e dipinti anche di altri artisti). Il Fondo comprende la biblioteca personale di Emilio, dove sono riccamente rappresentate la letteratura italiana e straniera (soprattutto angloamericana) ma anche altre discipline testimonianti gli interessi del suo creatore, tra tutte naturalmente la storia dell’arte.
Strumenti di ricerca: corrispondenze indirizzate a Emilio (sia i carteggi provenienti dai corrispondenti “privati” che quelli che possiamo definire di “lavoro”) e a Leonetta descritte tra gli inventari on line (disponibili, in formato pdf, anche due elenchi con i mittenti della corrispondenza indirizzata a Emilio, uno per i carteggi privati e un altro per la corrispondenza di lavoro aziende, enti, istituzioni , e un elenco con i mittenti della corrispondenza indirizzata a Leonetta), il carteggio tra Emilio e Leonetta e altre corrispondenze familiari descritti in schedari cartacei (da integrare con inventari dattiloscritti); sono inoltre disponibili, in formato pdf, inventari che descrivono i “taccuini” e i pochi testi di Emilio presenti in forma di manoscritto o dattiloscritto o bozze di stampa, i “quaderni” di Leonetta; in sala consultazione consultabile gli inventari dattiloscritti dei negativi di scatti fotografici di Emilio e dei fotogrammi di alcune pellicole cinematografiche; le monografie della biblioteca personale (si veda la pagina descrittiva per una introduzione generale) schedate come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux, mentre un indice delle riviste e dei periodici è presente in sala consultazione. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Angiola Centaro Albergotti (Arezzo 1898 - Firenze 1994)
Di origine aretina ha vissuto a Firenze, dove durante la seconda guerra mondiale ha aderito al corpo delle volontarie della Croce rossa italiana. Dopo il tirocinio e il conseguimento del diploma di infermiera ha prestato servizio nei terribili anni 1940-1945 presso l’ospedale fiorentino di Santa Maria Nuova, allora denominato Ospedale di Sanità, dove affluivano feriti dai vari fronti di ingaggio dell’esercito italiano, linea del fuoco che si fece sempre più vicina (con conseguente precarietà delle condizioni di assistenza nei reparti), tra bombardamenti aerei, ritirata degli occupanti tedeschi e avanzata degli alleati. All’ospedale fiorentino Angiola ha avuto come diretta superiora Ferdinanda Ojetti, moglie dell’Accademico d’Italia Ugo, con la quale instaurò un rapporto (che è proseguito, tra altalene di umori, anche negli anni successivi) fatto allo stesso tempo di ammirazione per l’esperienza e l’autorità che “donna Fernanda” esercitava e di rigida distanza che la capogruppo sembrava frapporre tra sé e le più giovani sorelle. Nel dopoguerra è rimasta vicina alla CRI, conservando tra le sue carte documentazione che attestavano il servizio svolto come infermiera volontaria. Ha pubblicato anche due libretti con resoconti di viaggio, dal taglio devozionale (Terra Santa, nostra patria, 1959 e Dal Medio Oriente all’India, 1965).
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Angiola Centaro Albergotti da sorelle della Croce rossa e da altri mittenti: praticamente quasi tutto il piccolo epistolario copre vicende della CRI e del servizio offerto dalle volontarie che prestarono la loro opera all’ospedale di Santa Maria Nuova negli anni 1940-1945; il carteggio più rilevante (inizia nel 1940 e si spinge fino al 1958) è quello scambiato con Fernanda Ojetti capogruppo di Angiola e delle altre crocerossine; oltre a missive spedite a Angiola si conservano anche appunti e minute di lettere a sua firma, indirizzate sempre a sorelle della CRI. Tra le carte miscellanee si trovano invece tessere, distintivi, permessi, lasciapassare: documenti tutti relativi all’attività di volontaria svolta da Angiola nella CRI, in particolare è conservata documentazione della seconda guerra mondiale, proveniente dalle autorità italiane (tra cui il diploma di infermiera volontaria rilasciato dalla Croce rossa italiana), da quelle di occupazione e dagli alleati; si conservano anche fotografie di sorelle, ricevute, elenchi, inventari, comunicazioni relative alla vita della CRI; a riprova del rapporto contrastato con Fernanda Ojetti (fatto di devozione e di incomprensioni) sono presenti testimonianze sulla figura di “donna Fernanda”: 3 diverse versioni di un testo scritto da Angiola negli anni ‘70 a ricordo della sua vecchia superiora, un dattiloscritto di Piero Chiara che rievoca una visita alla Ojetti e un articolo di Piero Bargellini sul Salviatino; oltre a documenti appartenenti a Angiola Centaro Albergotti si trova tra le carte anche un dattiloscritto di un romanzo autobiografico scritto da sua figlia, Antonella Centaro Pease, intitolato La croce.
Strumenti di ricerca: elenco di consistenza disponibile in sala consultazione.
Arnaldo Cervesato (Torino 1872 - Roma 1944)
Pubblicista e scrittore di lungo e versatile corso, dalla carriera precoce e longeva, iniziata nell’ultimo decennio del secolo diciannovesimo e ancora vivace nell’ultima parte della sua vita. Dopo una breve parentesi fiorentina è a Roma che trova terreno fertile per un’operosità infaticabile, distinguendosi come animatore culturale, traduttore e prefatore, conferenziere, giornalista, saggista. Il clima è quello della reazione antipositivista allora in voga e Cervesato ne interpreta le più generiche pretese, eleggendosi a più intransigente paladino del “nuovo”. Le contraddizioni sono ben evidenti ne “La Nuova Parola”, la rivista da lui stesso fondata a Roma nel 1902 e diretta fino alla cessazione nel 1908. La temperie irrazionalista di inizio secolo è filtrata da una buona dose di approssimazione e minata da un eclettismo spavaldo, l’idealismo di facciata è una cornice lessicale vuota riempita da un generico slancio spiritualista intorbidato fino a perdersi nell’occultismo. Il suo più grande successo, anche internazionale (ha avuto l’onore di una traduzione in lingua inglese e di ristampe plurime), è stato senz’altro la cura di un volume omaggio al mito dell’agro romano (Latina Tellus. La campagna romana, Roma, Mundus, 1910, poi Voghera, 1922), edizione riccamente illustrata e, nella versione del 1922, impreziosita da disegni di Duilio Cambellotti. Come di nuove edizioni, arrivate fino ai nostri giorni, hanno goduto le traduzioni dei Grandi iniziati di Schuré, del Riso di Bergson e del Brand di Ibsen. Le traduzioni e le presentazioni a opere di scrittori stranieri stanno sullo scaffale di una biblioteca personale ben aggiornata, ma i nomi di Maeterlinck, Stevenson, Swinburne (che si aggiungono, insieme a molti altri, a quelli già evocati) non sono però sufficienti a ricostruire un pedigree europeo, tanto che non si trovò a disagio nel clima nazionalista del Ventennio, imboccato senza traumi e dal quale ricevette commissioni e prebende, perfettamente integrato e anonimo tra altri oscuri grafomani di regime.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Arnaldo Cervesato, a cui si aggiungono pochi altri documenti di natura eterogenea.
Strumenti di ricerca: inventario scaricabile in formato pdf (corredato da una introduzione, una bibliografia e un indice dei corrispondenti) e sotto forma di data base interrogabile on line.
Angelo Conti (Roma 1860 - Napoli 1930)
Critico d’arte e scrittore, collaboratore di numerosi periodici, fra cui “Capitan Fracassa”, “Cronaca bizantina”, “Il Marzocco”. Ha ricoperto vari incarichi presso i musei italiani; dal 1925 fu nominato direttore del Palazzo Reale di Capodimonte.
Contenuto del Fondo: corrispondenza varia, corrispondenza familiare, manoscritti e dattiloscritti delle opere, taccuini, fotografie, nonché parte della biblioteca.
Strumenti di ricerca: tesi di laurea contenente una schedatura della corrispondenza, completa di regesti e consultabile come repertorio; elenco dattiloscritto di tutti i corrispondenti e inventario dei manoscritti scaricabili in formato pdf.
Vittorio Corcos (Livorno 1859 - Firenze 1933) e Emma Corcos (Lari, Pisa 1860 - Firenze 1933)
Vittorio, pittore, allievo di Domenico Morelli, esercitò anche a Parigi. Fu inoltre stimato illustratore di libri e autore di manifesti. Di Emma si ricorda l’importante rapporto epistolare con Giovanni Pascoli.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Vittorio ed Emma Corcos, Memmi Strozzi Corcos e Ada Rotigliano Fiorentino; a questi quattro personaggi sono legate altre serie di documenti con testi di loro racconti e poesie, agende e taccuini personali, raccolte bibliografiche con ritagli di giornale e fascicoli di periodici contenenti articoli a loro firma o sulla loro opera e vita privata; l’unico esempio di materiale iconografico presente nel Fondo è rappresentato da un cofanetto di tavole relative a un’esposizione collettiva tenuta a Firenze nel 1910.
Strumenti di ricerca: descrizione del Fondo ricercabile tra gli inventari on line.
Franco Cordelli (Roma 1943)
Quando esordisce come romanziere nel 1973, anno di pubblicazione di Procida per i tipi di Garzanti, Cordelli ha alle spalle gli anni della contestazione studentesca, la stagione delle cantine e dei teatri off (per la cui scena scrive le prime cronache su “l’Avanti!” e poi su “Paese Sera”), un cammino di studi e di letture già intense, insieme a compagni di strada come Dario Bellezza, Giulio Ferroni e Alfonso Berardinelli. In quella prima prova narrativa la forma del romanzo viene indebolita da spinte centrifughe che ne minano la stabilità: la provvisorietà si palesa anche nel corso del tempo, tanto che per questo titolo, dopo oltre trent’anni, sono stati di nuovo scomodati i manoscritti per una nuova edizione che ha visto la luce nel 2006, presso Rizzoli. La tenuta del “genere” consumato da una carica di erosione interna è messa a dura prova anche nei romanzi successivi: Le forze in campo (Garzanti, 1979), I puri spiriti (Rizzoli, 1982), Pinkerton (Mondadori, 1986), Guerre lontane (Einaudi, 1990), fino al romanzo sugli anni di tangentopoli di Un inchino a terra (Einaudi, 1999) e al pamphlet de Il duca di Mantova (Rizzoli, 2004). Ma la funzione della macchina romanzesca non svanisce del tutto, nell’autore non si incrina la fiducia nella “religione del romanzo”, come recita un suo titolo di saggi (pubblicati da Le Lettere nel 2002). Una riflessione che fa il paio, insieme si incastonano in un vero e proprio dittico, avendo in comune l’editore e l’anno di pubblicazione, con gli scritti di Lontano dal romanzo. Intorno all’“ossessione” per il romanzo gira anche il libro di saggi La democrazia magica (Einaudi, 1997). Altra miscellanea di critica letteraria è la raccolta di Partenze eroiche (Cosenza, Lerici, 1980). Il reportage sul giro d’Italia del 1989 (L’Italia di mattina, Milano, Leonardo, 1990, poi riedito a quasi vent’anni di distanza, da Perrone, nel 2009) è piuttosto un pretesto per scrivere, nella forma ibrida del romanzo-diario-saggio, su un intero paese (sul ciclismo e l’Italia Cordelli ritorna in Scipione l’italiano, Roma, Gremese, 1991). Il romanzo, con tutte le sue articolazioni, non esaurisce le passioni di Cordelli che si cala con naturalezza in mezzo alla commistione dei generi (la prosa che si confonde con il diario, il reportage e il pamphlet, il saggio che trasmigra nei territori della prosa, la poesia che prende in prestito dal romanzo quello che resta di lirismo narrativo). Come detto si è interessato di teatro, dopo gli esordi su testate della capitale (dal 1968 al 1989 scrive su “Paese Sera”), nel 1986 è diventato il critico teatrale del settimanale “l’Europeo”, attualmente collabora al “Corriere della Sera”. Ha inoltre ricoperto sulla scena dell’avanguardia degli anni Settanta un ruolo di promotore di eventi. Lo scrittore-promoter ha organizzato letture di poesia e performance teatrali come le sedici serate messe in scena nel 1977 al Beat 72 di Roma (raccontate nel libro-reportage Il poeta postumo uscito da Lerici nel 1978 e ristampato da Le Lettere nel 2008) e il Festival Internazionale dei poeti promosso sul litorale romano di Castel Porziano nel 1979 (gli happening saranno trasformati in scrittura in Proprietà perduta, Guanda, 1983), che segna la conclusione di un decennio e forse anche di un intero clima culturale. Alcuni suoi testi da mettere in scena sono apparsi in piccoli libretti (Antipasqua, Milano, SE, 1987; Arancio, Salerno, Sottotraccia, 1994; Pessimi custodi, Roma, Ega, 1998) o raccolti nel volume Diderot Dondero (Roma, Edizioni del Fondo Pier Paolo Pasolini, 1993), dove in chiusura compare un saggio di teoria teatrale. Nella sua bibliografia non manca una raccolta di versi, Fuoco celeste pubblicata da Guanda nel 1976, mentre l’anno precedente aveva curato insieme a Alfonso Berardinelli l’antologia critica Il pubblico della poesia (Cosenza, Lerici, 1975, riproposta “trent’anni dopo” da Castelvecchi nel 2004), zibaldone-inchiesta che provava a mettere ordine in una materia, quella della poesia degli anni Settanta, che tendeva a sfuggire a canoni e sistemazioni. Ha curato anche altre antologie e numerose sono le sue traduzioni o la cura di testi di autori stranieri. Negli anni ’90 è stato chiamato a collaborare alla Rai e ha lavorato sia per programmi tv che radiofonici (la sua esperienza di “editore” alla radio è stata raccolta nel Diario del disamore, Rai-ERI, 1999).
Contenuto del Fondo: 20 quaderni e 1 raccoglitore di carte che documentano la produzione narrativa, saggistica, teatrale e poetica di Cordelli; dei romanzi sono conservati i testimoni del libro di esordio, Procida pubblicato nel 1973, e poi di Le forze in campo (1979), I puri spiriti (1982), Pinkerton (1986), fino ai quaderni relativi a Guerre lontane (1990); dei testi saggistici e di critica letteraria sono presenti le versioni manoscritte di Partenze eroiche (1980) e dell’indagine-resoconto (sul ciclismo e sul nostro paese) de L’Italia di mattina (1990, 2ª ed. 2009) e di Scipione l’italiano (1991); in un piccolo quaderno abbozzi dei dialoghi del testo teatrale Frère Jacques (1993), mentre le poesie almeno in parte pubblicate nella raccolta Fuoco celeste (1976) sono contenute in pagine manoscritte e dattiloscritte riunite insieme in un fascicolo-agenda. I quaderni sono tutti dello stesso formato e stile, scritti magari in entrambi i versi, fittamente annotati tra le maglie dei quadretti o con pagine lasciate bianche in attesa di sviluppi futuri, le copie presenti in archivio non è detto che rappresentino tutti gli esemplari serviti per licenziare un testo dato alle stampe, spesso contengono appunti relativi a più di un’opera o ad abbozzi di testi che non hanno preso forma o che si sono trasformati lungo la strada tortuosa dei percorsi creativi (i quaderni intitolati Corviale per esempio sono propedeutici al romanzo, pubblicato nel 1999, Un inchino a terra, il cui intreccio narrativo ruota intorno al noto insediamento urbanistico della periferia romana).
Strumenti di ricerca: elenco di consistenza disponibile in sala consultazione.
Carlo Cordié (Gazzada Schianno, Varese 1910 - Firenze 2002)
Francesista raffinato, ma anche studioso di letteratura italiana come pure bibliografo rigoroso e appassionato bibliofilo (nel secondo dopoguerra è stato segretario della sezione lombarda dell’Associazione italiana biblioteche e, successivamente, ispettore bibliografico onorario per la Toscana), ha applicato la diligenza dell’indagine e uno spirito classificatorio (“Dio dello scrupolo e della filologia” lo ha definito Valentino Bompiani) alla cura di numerose edizioni di testi e alla stesura di monografie su autori della letteratura francese e italiana (comprese opere didattiche come un Avviamento allo studio della lingua e della letteratura francese e un’antologia della letteratura italiana per le scuole superiori). Lunga è la lista dei nomi su cui si è soffermato, dal prediletto Stendhal, a Flaubert e Baudelaire, al “gruppo di Coppet” (Madame de Staël, Sismondi, Benjamin Constant, Charles-Victor de Bonstetten) sul quale ha aggiornato negli anni un prezioso contributo bibliografico, ai classici italiani come Pietro Aretino, Ariosto, Tasso, Baldassarre Castiglione, Benvenuto Cellini, Giovanni Della Casa, Giacomo Casanova, Folengo, Foscolo, fino ad arrivare a Gian Pietro Lucini, Vittorio Lugli, Diego Valeri e Giuseppe Dessí. Una cultura enciclopedica e una sensibilità bibliografica più puntuale di quella di un comune umanista che hanno avuto come approdo quasi scontato la compilazione di moltissime voci e nella revisione bibliografica, che gli fu affidata dall’editore, del Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature. La passione per il pensiero politico e filosofico, spesa prima di tutto nell’esempio personale della resistenza civile negli anni del fascismo e poi nella guerra di Liberazione, si è concretizzata nelle edizioni di testi di Niccolò Machiavelli, Benedetto Croce (autentico maestro di liberalismo), Antonio Banfi, Piero Calamandrei. Di famiglia e formazione piemontese, Torino e Milano (insieme naturalmente alla Francia) sono stati i centri della giovinezza e della prima maturità, mentre in Toscana ha studiato alla Scuola normale di Pisa, dove conobbe compagni e sodali come Carlo Ludovico Ragghianti, Aldo Capitini e Delio Cantimori. Negli stessi anni Trenta ha frequentato l’ambiente letterario fiorentino, collaborando a “Letteratura” dell’amico Bonsanti e poi alla rivista “Argomenti” di Alberto Carocci e Raffaello Ramat. Ha insegnato nelle scuole superiori e in varie sedi universitarie (in Francia, Belgio e in Italia), fino a quando non ha assunto nel 1959 il ruolo di docente di “Lingua e letteratura francese” all’università di Firenze (cattedra ricoperta fino al 1980), città dove ha potuto, sono sue parole, “fruire delle raccolte presenti e future del Gabinetto Vieusseux”, ringraziando la “buona stella” che aveva portato Giovan Pietro nel capoluogo toscano. Il rapporto con il Gabinetto Vieusseux si è consolidato nel 1974, con la proposta di donazione (fatta insieme a Vittoria Corti, l’altra curatrice del Fondo) dell’archivio di Ottone Rosai, che costituisce il nucleo più antico del nascente “Archivio Contemporaneo”. E Carlo Cordié ha fatto parte della Commissione che, nel 1975, ha redatto il primo regolamento dell’Archivio che ora porta il nome di Alessandro Bonsanti.
Contenuto del Fondo: consistente nucleo epistolare con i carteggi indirizzati a Carlo Cordié, a cui si aggiungono una serie di fascicoli con le carte di lavoro (appunti, bozze di stampa, “frammenti” di corrispondenze che hanno come argomento una pubblicazione o un progetto di ricerca) che testimoniano dei suoi piani editoriali e di studio, “dossier” monografici su autori come Banfi, Garrone, Rosai, Dessí, Machiavelli, Baudelaire, alcuni fascicoli contenenti documenti relativi alle relazioni istituzionali intrattenute con enti culturali, faldoni con estratti bibliografici, fotocopie di testi a stampa, appunti di natura eterogenea; aggregata al Fondo archivistico una sezione (formata da oltre 4000 volumi e da centinaia di estratti) della sua biblioteca personale dedicata alla cultura e alla letteratura francese.
Strumenti di ricerca: Fondo in corso di ordinamento, i libri di argomento teatrale della biblioteca sono stati oggetto di una ricerca ai fini di una tesi di laurea, le corrispondenze sono state parzialmente ordinate e descritte in un elenco alfabetico dei mittenti disponibile in sala consultazione.
Cammilla Cospi Billò Gagnoni Schippisi (1857 - Impruneta, Firenze 1884)
Discendente dalla famiglia senese dei Cospi Billò, imparentata per il ramo materno con un’altra nobile casata senese, quella dei Chigi Saracini, era andata in sposa a Ranieri Gagnoni Schippisi (proveniente da una famiglia di antica origine pisana) e con il marito ha vissuto a Firenze, abitando nella villa degli Schippisi detta "Il bacìo" nei dintorni del capoluogo, in località Colline. Dalla coppia è nato Augusto Gagnoni Schippisi (1881-1946), che è stato un collaboratore del quotidiano “La Nazione” e, come scrittore, ha pubblicato il baedeker Terre toscane (impressioni) (1902). Cammilla aveva frequentato il collegio dell’Istituto della Santissima Annunziata al Poggio Imperiale e la sua breve vita, prima e dopo il matrimonio, è dunque trascorsa nell’ambiente della piccola aristocrazia, un mondo diviso tra antico retaggio e apertura alle novità.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Cammilla da poco più di una trentina di mittenti (le lettere nel complesso sono circa 120), una cerchia epistolare che si allarga dai componenti della famiglia alle compagne di collegio fino a coinvolgere alcune personalità del mondo culturale dell’epoca (come Angelo Sommaruga, chiamato in causa per la sottoscrizione di un abbonamento alla “Cronaca Bizantina”). In appendice si conserva altro materiale miscellaneo, come fogli di appunti, alcuni documenti epistolari di corrispondenti non identificati e 3 fotografie del sepolcro dove sono sepolti Cammilla e il marito, nella cappella della villa di famiglia nei dintorni di Firenze, in località Colline.
Strumenti di ricerca: un indice dei corrispondenti scaricabile in formato pdf.
Edward Gordon Craig (Londra 1872 - Vence 1966)
Attore, scenografo, teorico di teatro, fondatore delle riviste “The Page”, “The Mask” e “The Marionnette”, è considerato il maggiore innovatore dell’arte scenica moderna. Visse per anni a Firenze, dove nel 1913 inaugurò una Scuola di Teatro presso l’Arena Goldoni.
Contenuto del Fondo: corrispondenza, manoscritti, incisioni (in buona parte relative alle illustrazioni di “The Mask”), disegni, fotografie, documenti a stampa, 4 maquettes di scena, collezione completa di “The Mask”.
Strumenti di ricerca: disponibili per la ricerca in sala consultazione uno schedario cartaceo e un inventario dattiloscritto (preesistente al deposito presso l’Archivio Contemporaneo e al riordino del Fondo), oltre a un elenco delle monografie e delle riviste. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Luigi Dallapiccola (Pisino d’Istria 1904 - Firenze 1975)
Compositore, a partire dal 1937 adottò la dodecafonia. Si dedicò principalmente a composizioni vocali ed a lavori teatrali. Docente al Conservatorio di Firenze dal 1934, ha lavorato a lungo anche all’estero, con notevole successo.
Contenuto del Fondo: circa 240 autografi musicali; manoscritti di articoli e conferenze; corrispondenza indirizzata al compositore (alcuni carteggi sono integrati dalle minute che aveva l’abitudine di conservare o dalla copia delle sue risposte), diari (consultabili dopo 50 anni dalla morte), registrazioni di concerti, oggetti personali, una consistente raccolta di fotografie (con ritratti personali, di colleghi musicisti, immagini di concerti e rappresentazioni teatrali), quadri e disegni della sua collezione privata. Biblioteca personale del Maestro.
Strumenti di ricerca: inventario a stampa a cura di Mila De Santis (Firenze, Polistampa, 1995), le cui descrizioni sono ricercabili (tranne che per i nomi dei corrispondenti) anche tra gli inventari on line. Elenco delle esecuzioni (disponibili per l’ascolto in sala consultazione) di musiche del Maestro, si tratta di registrazioni masterizzate su cd (versioni digitali di originali su nastro magnetico) o incise su musicassette; elenco dattiloscritto delle fotografie disponibile in sala consultazione. Biblioteca personale (si veda la pagina descrittiva) schedata come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Stefano D’Arrigo (Alì Terme [Alì Marina], Messina 1919 - Roma 1992)
Narratore, poeta e critico d’arte, dedicò molti anni alla stesura del romanzo più famoso e discusso, Orcynus Orca.
Contenuto del Fondo: i documenti conservati nel Fondo (abbozzi e stesure di testi, plurime e tormentate) testimoniano il lungo iter di un progetto creativo ed editoriale, culminato con la pubblicazione nel 1975 del romanzo Orcynus Orca (Milano, Mondadori), ma elaborato fin dagli anni Cinquanta, anticipato con il titolo de I giorni della fera sul “menabò” di Vittorini (1960, n° 3) e apparentemente chiuso nel 1961 (in questa occasione il romanzo assunse il titolo de I fatti della fera, questa versione è stata pubblicata nel 2000 dall’editore Rizzoli) quando furono presentate al romanziere le bozze “definitive”, il testo già pronto per la stampa fu invece sottoposto dall’autore a una revisione (divenuta leggendaria) durata più di dieci anni e vide la luce soltanto nel 1975 (prassi variantistica che non si è interrotta con la prima pubblicazione, tanto che la nuova edizione Rizzoli del 2003 propone una lezione “con le ultime inedite correzioni d’autore”). Completano il Fondo gli autografi della raccolta di poesie di Codice siciliano e del romanzo Cima delle nobildonne, stralci da alcuni carteggi (soprattutto di natura editoriale, in particolare con i redattori della Mondadori; in copia è presente la consistente corrispondenza indirizzata a Cesare Zipelli), raccolta di materiale bibliografico (rassegna degli articoli scritti negli anni duranti i quali D’Arrigo ha svolto la professione giornalistica, cataloghi e dépliant di mostre d’arte con sue presentazioni, edizioni dei suoi romanzi, monografie, saggi e recensioni sulla sua opera, testi narrativi e critici di altri autori in qualche modo vicini alla narrativa dell’autore), una scelta di fotografie, tesi di laurea discusse sulla sua figura, materiale vario.
Strumenti di ricerca: inventario sommario disponibile in sala consultazione.
Giulio de Angelis (Firenze 1925 - 2000)
Studioso di letteratura inglese e traduttore, noto soprattutto per la prima versione italiana dell’Ulysses di James Joyce (1960).
Contenuto del Fondo: appunti e schede preparatorie della traduzione dell’Ulysses, redazioni definitive ms. e ds. del testo, corrispondenza, ritagli di giornale. È stata inoltre donata una ricca collezione di edizioni e di scritti critici su Joyce e su altri autori come Proust e Balzac.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto scaricabile in formato pdf. Sezione bibliografica schedata come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux.
Giacomo Debenedetti (Biella 1901 - Roma 1967)
Con la famiglia si trasferisce da Biella a Torino, ma nel 1917, rimasto orfano dei genitori è affidato, con il fratello Corrado, allo zio Alessandro Debenedetti. Laureatosi in giurisprudenza all’Università di Torino nel 1921, l’anno seguente fonda nel capoluogo torinese la rivista letteraria “Primo tempo”, dove pubblica i suoi primi saggi critici. Collaboratore di varie riviste italiane, dalla torinese “Baretti” alla fiorentina “Solaria”, Debenedetti, che nel 1927 si laurea in Lettere, rivela ben presto la propria dimensione europea, grazie anche al determinante contributo dato alla scoperta di Proust in Italia. Nel 1929 esce per le Edizioni di Solaria la prima serie dei Saggi critici. Nel 1937, in seguito all’entrata in vigore delle leggi razziali, abbandona Torino e si trasferisce a Roma. Professore universitario dal 1950 al 1966.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Giacomo Debenedetti (con incremento del "deposito Giglielmo Debenedetti" relativo agli anni Venti, descritto separatamente) e alla moglie Renata Orengo; manoscritti con articoli, racconti, saggi a firma del critico, insieme ad autografi di altri scrittori, tra cui Gadda, Montale, Saba, Ungaretti.
Strumenti di ricerca: inventario dei mittenti scaricabile in formato pdf, descrizione del fondo ricercabile tra gli inventari on line.
Eduardo De Filippo (Napoli 1900 - Roma 1984)
Autore drammatico, attore, poeta. Dopo vari successi nel teatro dialettale fonda nel 1930 la compagnia “Teatro umoristico”, con i fratelli Peppino e Titina. Nel dopoguerra acquista il Teatro San Ferdinando di Napoli, restaurandolo. Nel 1980 apre una scuola di drammaturgia a Firenze. Senatore dal 1981, ha lavorato anche per il cinema, e pubblicato due volumi di versi.
Contenuto del Fondo: manoscritti delle commedie, poesie, prose varie, appunti, alcuni disegni, corrispondenza, oggetti di scena.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto disponibile in sala consultazione e interrogabile on line. Descrizione di disegni e schizzi di mano di Eduardo (conservati tra i documenti di archivio) nel data base del Servizio Conservazione.
Corrado Del Conte (Firenze 1904 - 1983)
Sviluppò l’iniziale attività di corniciaio, che gli aveva procurato contatti con intellettuali e artisti, aprendo una galleria d’arte, “Il Fiore”, con sede a Firenze. Dal 1945 vi affiancò l’attività editoriale, con una collana di poesia e studi critici.
Contenuto del Fondo: carte e documenti attinenti ad Ottone Rosai (perizie di suoi dipinti, donazioni di opere da parte della vedova alla città di Firenze); corrispondenza varia indirizzata allo stesso Del Conte, a Francesca Rosai e a Ottone Rosai. Carte relative alla galleria “Il Fiore”, testi autografi o dattiloscritti di illustri presentazioni, lastre fotografiche.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto e schedario cartaceo della corrispondenza disponibili in sala consultazione, elenco dei mittenti, dei recensori e presentatori delle mostre, delle lastre fotografiche, scaricabile in formato pdf.
Tammaro De Marinis (Napoli 1878 - Firenze 1969)
Bibliografo e bibliofilo, ha studiato a lungo le tipografie napoletane, dedicandosi quindi al commercio librario. Ceduta l’azienda alla casa Hoepli, si stabilì a Firenze dal 1904 al 1924. Ha diretto la sezione libri e manoscritti dell’Enciclopedia italiana.
Contenuto del Fondo: 74 lettere, comprese tra il 1904 e il 1969, indirizzate a lui e ad altri destinatari da mittenti diversi, 11 lettere di De Marinis a vari.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto scaricabile in formato pdf e interrogabile on line.
Giuseppe De Robertis (Matera 1888 - Firenze 1963)
Nel 1907, grazie ad una borsa di studio, si trasferisce a Firenze dove frequenta l’Istituto di Studi Superiori. Collaboratore de “La Voce”, nell’ottobre 1914 succede a Prezzolini nella direzione della rivista. Dopo la prima guerra mondiale, a cui partecipa come sottotente di complemento, si trasferisce per un breve periodo a Bologna; ma dal 1920 è nuovamente nel capoluogo toscano, dove insegna materie letterarie al Conservatorio musicale. Nel 1938 gli viene conferito l’incarico d’insegnamento di Letteratura italiana presso la Facoltà di lettere di Firenze, e l’anno dopo è nominato ordinario della stessa disciplina per chiara fama. Collaboratore dei più importanti periodici del Novecento, De Robertis è ricordato per alcune importanti indagini storiche (Scrittori del Novecento, 1940; Studi, 1944; Primi studi manzoniani e altre cose, 1949; Altro Novecento, 1962; Scritti vociani, postumo 1967) e per edizioni commentate delle poesie di Foscolo, Leopardi, Poliziano, ecc.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Giuseppe De Robertis (con l’eccezione di alcuni rari casi in cui il destinatario corrisponde invece con un’altra persona), insieme a un piccolo nucleo di sue lettere (in copia o in originale) spedite ad alcuni destinatari; circa 200 suoi manoscritti (e cioè testimoni di saggi e di articoli poi quasi tutti pubblicati in monografie e periodici , appunti preparatori, testi di lezioni universitarie e di conferenze) e una manciata di autografi di altri autori; completano il Fondo una piccola serie di ritagli di giornale (che documentano quasi esclusivamente una scelta degli articoli apparsi a stampa a firma di De Robertis) e parte della sezione contemporanea della sua biblioteca personale (che conta poco più di 2800 volumi).
Strumenti di ricerca: tutta la descrizione dell’archivio (carteggi, manoscritti, ritagli di giornale) è ricercabile tra gli inventari on line (le informazioni sono il frutto della riconversione di uno schedario cartaceo); per i manoscritti (di mano di De Robertis o di altri autori) disponibile anche un inventario dattiloscritto scaricabile in formato pdf, sempre in formato pdf scaricabile un elenco sintetico dei mittenti. La biblioteca personale (si veda la pagina descrittiva) schedata come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux.
Giuseppe Dessí (Villacidro, Cagliari 1909 - Roma 1977)
Narratore e scrittore di opere per il teatro, alterna inclinazioni lirico-evocative a tendenze realistico-oggettive. Dopo aver trascorso in Sardegna un’adolescenza inquieta, contrassegnata da studi irregolari e letture filosofiche disordinate, si spostò a Pisa, città che costituì una svolta decisiva nella sua formazione umana e culturale, grazie anche al gruppo di amici a cui si legò (Baglietto, Binni, Capitini, Cordié, Varese). Conseguita la laurea in Lettere nel 1936, ricoprì prima il ruolo di insegnante nelle scuole superiori, quindi dal 1941 assunse la carica di Provveditore agli Studi, in varie città italiane. I suoi esordi risalgono al 1939 con la raccolta di racconti La sposa in città e il romanzo San Silvano, che gli valsero il titolo di ‘Proust sardo’, da parte di Gianfranco Contini. Nel periodo che va dal ’40 agli anni ’60, fiorì la sua produzione letteraria, culminata con il riconoscimento del Premio Strega, nel 1972, con Paese d’ombre.
Contenuto del Fondo: appunti preparatori, taccuini, quaderni, fogli sparsi e annotazioni varie con abbozzi e note sviluppate in testi letterari, perfezionati poi in una forma definita o rimasti allo stato di appunto. Quello che può essere definito l’avantesto di prove più sorvegliate fa da introduzione agli autografi dei romanzi: lo stesso Dessí aveva provveduto a conservare (e questa disposizione è stata rispettata al momento del riordinamento del fondo), accanto ai veri e propri testimoni (appunti in forma di abbozzo, quaderni, stesure dattiloscritte), documentazione che ne fa da corollario, come copie di pubblicazioni periodiche dove in alcuni casi sono stati anticipati frammenti dei romanzi, articoli e recensioni che ne testimoniano la fortuna, le eventuali traduzioni, stralci da vari carteggi che contengono informazioni sul romanzo in oggetto. Segue la raccolta dei racconti, ordinata con grande precisione dall’autore e dalla sua compagna, che costituisce una parte consistente del fondo. Lo stesso criterio di organizzazione dei romanzi è ripetuto per i testi teatrali: agli esemplari manoscritti e dattiloscritti è stato avvicinato materiale accessorio, come opuscoli relativi alle messe in scena, ritagli di giornale e, quando presenti, notizie sulle traduzioni. Dal teatro si passa ai testi scritti per la televisione e per la radio, con copioni di sceneggiati, documentari, soggetti, conversazioni, ai quali si accompagna un apparato di ritagli a stampa. Un faldone è invece dedicato al cinema, con sceneggiature o abbozzi di sceneggiature, soggetti, trattamenti, testi di documentari, riduzioni da romanzi, commenti a film. Altre sezioni sono costituite dai materiali serviti per le antologie curate da Dessí o usati per raccolte in cui lo scrittore ha contribuito con un proprio testo, seguono le traduzioni, poi un gruppo di saggi, recensioni, presentazioni e articoli, apparsi a firma di Dessí su quotidiani, riviste, cataloghi d’arte o come introduzione a libri altrui, e altri scritti di Dessí pubblicati in sedi diverse su argomenti vari, per finire con la documentazione raccolta in vista della sua tesi di laurea. Una circoscritta raccolta di documenti testimonia la produzione poetica dessiana, rimasta sempre a uno stato di esercizio mai del tutto perfezionato (almeno secondo il giudizio dell’autore). Presenti inoltre quaderni, taccuini e agende con annotazioni di carattere personale, una raccolta di ritagli e testi con interviste concesse da Dessí, una sezione di saggi e recensioni con dattiloscritti, estratti, riviste e monografie sullo scrittore sardo e una rassegna stampa di ritagli di giornale ordinati cronologicamente. Conclude la consistente Serie della documentazione sulle opere di Dessí una sezione miscellanea con materiali sui premi a cui lo scrittore ha partecipato come giurato, sulla sua attività di pittore e con testi di altri autori. Nella Serie della corrispondenza familiare si trovano i carteggi scambiati tra i membri della famiglia Dessí e tra lo scrittore e alcuni dei corrispondenti a lui più vicini. Sono divisi in varie sezioni, a partire dalle corrispondenze di Francesco Dessí Fulgheri, il padre dello scrittore. Le corrispondenze di Giuseppe Dessí sono indirizzate ai familiari (in particolare al padre, seguono poi missive destinate alla madre, al fratello, a Luisa Babini la seconda moglie e ad altri parenti) ma anche ad amici intimi che hanno avuto un ruolo importante nella formazione dello scrittore, come Bianca Gerin e Renzo Lupo. Di Franco Dessí si conserva il carteggio al fratello e alla cognata Luisa. Più circoscritte le corrispondenze di Lina Baraldi e di Luisa Babini e di mittenti vari. La corrispondenza con colleghi, amici e lettori ospita i carteggi indirizzati allo scrittore (ai quali si aggiunge un nucleo di minute di Dessí); i corrispondenti rientrano in varie categorie di interlocutori: sono presenti in forze scrittori e critici, ma non mancano mittenti come esponenti politici, enti e associazioni culturali o anche gente comune. Alle corrispondenze che ruotano intorno allo scrittore vanno aggiunti i carteggi ricevuti da Luisa Babini Dessí (di cui si conserva anche un gruppo di minute). Mentre le corrispondenze di lavoro sono relative ai carteggi intrattenuti con redazioni di giornali, riviste, case editrici italiane e con persone e istituzioni del mondo teatrale, televisivo e radiofonico e poi con traduttori, case editrici, radio e tv straniere; di tipo professionale anche gli scambi epistolari ricevuti in virtù degli incarichi ricoperti da Dessí come Provveditore agli studi, presso l’Accademia dei Lincei e in altre istituzioni; altri carteggi di natura amministrativa sono quelli scambiati con associazioni di categoria; anche in questo caso numerose sono le minute di lettere di Dessí.
Strumenti di ricerca: inventari a stampa dei testi creativi e personali e della letteratura critica sullo scrittore (Giuseppe Dessí: storia e catalogo di un archivio, a cura di Agnese Landini, Firenze, Firenze University Press, 2002), dei carteggi con i familiari e con alcuni tra i corrispondenti più intimi (Le corrispondenze familiari nell’archivio Dessí, a cura di Chiara Andrei, Firenze, Firenze University Press, 2003). La descrizione della corrispondenza con amici, scrittori e lettori (indirizzata a Giuseppe Dessí e alla moglie Luisa Babini, oltre a un gruppo di loro minute e a un piccolo nucleo di documenti epistolari scambiati tra altri corrispondenti) è ricercabile tra gli inventari on line e nel volume A Giuseppe Dessí. Lettere di amici e lettori. Con un’appendice di lettere inedite (a cura di Francesca Nencioni, Firenze, Firenze University Press, 2009); nella banca dati raggiungibile in rete si trova anche la descrizione (seppur incompleta) della corrispondenza di lavoro; scaricabile in formato pdf un elenco dei mittenti dei carteggi personali indirizzati a Giuseppe e Luisa (e delle minute di questi ultimi) e dei carteggi che fanno parte della corrispondenza di lavoro (quest’ultima Serie è ancora in corso di descrizione); descrizione dei disegni conservati tra i documenti di archivio nel data base del Servizio Conservazione.
Rossella Falk (Roma 1926)
Si diploma nel 1947, sotto la guida di Wanda Capodaglio, all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica mentre il debutto ufficiale davanti al pubblico è datato 1949 in Sei personaggi in cerca d’autore diretti da Orazio Costa. Nei primi anni ’50 collabora con Maestri come Luchino Visconti e Giorgio Strehler, esperienza circoscritta a brevi stagioni ma ricca di riflessi per il futuro. Al 1954 risale la fondazione, insieme a Giorgio De Lullo, Romolo Valli e Annamaria Guarnieri (compagni di strada di un’esperienza che si prolungherà per 18 anni), della “Compagnia dei Giovani”, un lungo sodalizio (di grande successo, anche in tournée all’estero) capace di mettere in scena allestimenti pirandelliani che hanno fatto scuola, ma anche testi di autori come Diego Fabbri, dell’esordiente Giuseppe Patroni Griffi (alla cui penna si devono, per esempio, i copioni di Anima nera, D’amore si muore, Metti, una sera a cena, dove la Falk ha interpretato personaggi femminili diventati paradigmatici) e di autori poco noti in Italia. Dalla metà degli anni ’70, come “capocomico” di una sua compagnia, si è messa alla prova come impresaria, adattatrice di testi, regista: progetto che ha dato i suoi frutti a partire da La signora dalle camelie, per poi proseguire con la messa in scena di titoli di autori stranieri sconosciuti (in particolar modo anglosassoni), fino al lavoro di ricerca intorno alla figura di Maria Callas (interpretata in Master Class di Terrence McNally e attingendo alle memorie di una lunga amicizia nello spettacolo Vissi d’arte, vissi damore) e ai testi portati sulle scene nelle ultime stagioni. Per il suo fascino sofisticato, l’eleganza, la bellezza statuaria e enigmatica, è stata identificata con lo stereotipo dell’interprete algida, dai nomignoli irraggiungibili di “Madame”, “Regina”, “Divina”, fino al paragone con Greta Garbo. Ma oltre a una innata presenza scenica c’è una intellettuale poliglotta e cosmopolita, con le sue letture, la passione per i viaggi, la traduzione di testi inesplorati dalla consueta programmazione teatrale, la curiosità di sperimentare (per esempio con l’allestimento del musical Applause di Comden & Green). Oltre al teatro (recitato anche per la radio e la televisione), rare ma di prestigio le apparizioni cinematografiche, come le partecipazioni a 8 ½ di Fellini, Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, Modesty Blaise (uno sfortunato film d’azione diretto in Inghilterra da Joseph Losey), Quando muore una stella (The Legend of Lylah Clare) girato a Hollywood con Robert Aldrich.
Contenuto del Fondo: la documentazione ripercorre, dalla fine degli anni ’40 fino agli spettacoli più recenti, la carriera e la vita dell’attrice, grazie alla presenza di copioni, libretti di sala, locandine e manifesti di commedie, una rassegna critica con recensioni e articoli di giornale raccolti sui singoli spettacoli, una ricca scelta di fotografie di scena e personali, tracce di scambi epistolari con amici, colleghi e ammiratori, alcuni tra i premi e riconoscimenti ricevuti, materiale audiovisivo (audio e videocassette, dvd, LP) con registrazioni di messe in scena teatrali, film, trasmissioni radiotelevisive, interviste.
Strumenti di ricerca: elenchi sommari disponibili in sala consultazione.
Giovanni Fattori (Livorno 1825 - Firenze 1908)
Nacque a Livorno il 6 settembre 1825, città che lasciò, ancora nell’anonimato e senza avervi lasciato traccia, a poco più di venti anni per Firenze, dove si iscrisse all’Accademia. Dopo i primi tentativi di trovare una strada personale, alla “macchia” vera e propria Fattori iniziò a dedicarsi solo verso il 1859. Insieme a Telemaco Signorini e a Silvestro Lega è considerato uno degli esponenti, se non il caposcuola, di quel movimento di rinnovamento della pittura nazionale i cui seguaci, per il particolare tocco della loro pennellata, furono appunto chiamati “macchiaioli”. Ma lo scarto in avanti rispetto all’arte accademica e classica non significarono per Fattori un’adesione alle novità provenienti in quegli anni soprattutto dalla Francia, rimanendo piuttosto diffidente rispetto alla rivoluzione impressionista. La qualifica di Maestro di una nuova maniera fu sancito dalla nomina a insegnante all’Accademia di Firenze. Città dove morì, ormai famoso e seguito da una schiera di allievi, il 30 agosto 1908.
Contenuto del Fondo: 2 documenti epistolari di Giovanni Fattori indirizzati a Ugo Matini: nella prima lettera (risalente al 1898) il pittore livornese illustra, rispondendo evidentemente a una richiesta di Matini, la sua “opinione” sull’arte, mentre nella lettera del 1905 propone al suo interlocutore (collaboratore, tra le altre cose, del Dizionario degli artisti italiani viventi curato da Angelo De Gubernatis) di scrivere un profilo del pittore macchiaiolo Cristiano Banti, da poco scomparso; oltre a questi documenti si conserva nella raccolta anche un disegno di una bozza di libro (o manifesto) dedicato a Fattori.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo disponibile in sala consultazione.
Mario Francesconi (Viareggio 1934)
Pittore, ha dedicato gran parte dei suoi lavori alla Versilia.
Contenuto del Fondo: stampe e dipinti su carta, libri e cataloghi d’arte, fotografie e audiovisivi.
Strumenti di ricerca: Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Carlo Emilio Gadda (Milano 1893 - Roma 1973)
Narratore e romanziere; laureato in ingegneria, esercitò in Italia e all’estero. Prese parte al primo conflitto mondiale. Collaborò a “Solaria” e “Letteratura”; visse a Firenze fra il 1940 e il 1950, quindi a Roma, dove fu impiegato alla RAI. Pubblicò le sue prime opere, grazie ad Alessandro Bonsanti, nelle edizioni di “Solaria”, poi, presso Einaudi e Garzanti, fino al successo dei romanzi maggiori negli anni Sessanta (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, La Cognizione del dolore). Le carte di Carlo Emilio Gadda, per volontà di Alessandro Bonsanti, fanno parte del Fondo “Letteratura”.
Contenuto del Fondo: corrispondenza inviata allo scrittore e ai familiari, minute di lettere, quaderni di studio, appunti, ritagli di giornale, documenti vari che testimoniano l’attività letteraria e la vita privata di Gadda e della sua famiglia dalla fine dell’Ottocento fino al 1944; le carte del Fondo hanno avuto bisogno di un laborioso intervento di restauro reso necessario per riparare ai gravi danni causati dall’alluvione del 4 novembre 1966, quando le casse di documenti, affidate da Gadda a Alessandro Bonsanti alla fine degli anni Quaranta, furono travolte nei sotterranei di Palazzo Strozzi, sede del Gabinetto Vieusseux.
Strumenti di ricerca: in seguito al riordinamento del Fondo sono stati individuati, oltre alle serie dei documenti direttamente legati all’attività di Carlo Emilio, i “subfondi” riconducibili alla madre, Adele Gadda Lehr, al padre, Francesco Ippolito Gadda, e ai fratelli Clara ed Enrico; nel dicembre 2007 si è conclusa, ed è ricercabile tra gli inventari on line, la descrizione delle carte dello scrittore e degli archivi familiari; altri strumenti di corredo per la ricerca sono scaricabili in formato pdf: uno schema descrittivo della struttura complessiva del Fondo principale e dei subfondi, indici dei mittenti dei carteggi di Carlo Emilio e dei corrispondenti degli altri familiari, un indice di consistenza dei manoscritti dello scrittore, un elenco dei libri e delle riviste presenti nel Fondo, oltre a un “indice di consistenza per buste” (strumento che ristabilisce “su carta” l’architettura del Fondo come lo stesso scrittore l’aveva disegnata via via che costruiva il proprio archivio personale, una ricostruzione dell’originario ordinamento gaddiano che è possibile ottenere anche “virtualmente” immettendo particolari chiavi di ricerca nel data base on line); in sala consultazione disponibile anche una relazione sul lavoro di restauro (a cura del Servizio Conservazione). La consultazione del Fondo è sottoposta a vincoli particolari.
Pietro Gerbore (Roma 1899 - Firenze 1983)
Nato a Roma in una famiglia valdostana molto legata a Casa Savoia, all’avvento della Repubblica, per rimanere fedele al giuramento fatto alla Monarchia, si dimise dal servizio diplomatico in cui era entrato nel 1924. Negli anni precedenti, alla fine delle ostilità della prima grande guerra europea, aveva fatto parte della commissione alleata di controllo di Austria e Ungheria: i rapporti di forza tra le nazioni e il modo per regolarli attraverso l’arte della diplomazia saranno infatti sempre al centro delle sue attenzioni, in prima persona durante gli uffici svolti nel corpo diplomatico, poi come studioso di relazioni internazionali. Come incaricato d’Affari ha svolto missioni in Canada, negli Stati Uniti, a Vienna, a Lisbona e a Bucarest. Proprio in Romania aveva conosciuto una giovane nobildonna, Aurelia Athanasiu, appartenente a una grande famiglia terriera caduta in rovina sotto il regime comunista, che diverrà sua moglie. Abbandonata la carriera diplomatica, Gerbore si è dedicato alla ricerca storica e al giornalismo, entrambi sostenuti da una infaticabile sete di aggiornamento per i fatti della vita italiana e mondiale. Nel secondo dopoguerra ha militato nei movimenti e nelle organizzazioni filomonarchiche ma sempre mantenendone una certa distanza (che non ne attenuava il dovere di testimoniare una causa). La sfiducia nelle nuove istituzioni è facile che lo avesse avvicinato a Leo Longanesi: ecco allora la collaborazione a “il Borghese” dove, dal 1951 al 1957, cioè fino alla morte del fondatore e direttore del periodico conservatore, scrive di storia e di politica internazionale. Per la casa editrice di Longanesi traduce alcuni libri (dall’inglese e dal tedesco) e pubblica le prime monografie: Dame e cavalieri del Re (1952), sui cortigiani dei sovrani piemontesi fino a Umberto I, Commendatori e deputati (1954), una storia delle due Italie (quella del malaffare e della probità) uscite dal processo unitario, per arrivare al vademecum de Il vero diplomatico (1956), un autentico manuale di ars diplomatica del XX secolo. Gerbore ha scritto a lungo anche per il “Roma”, giornale napoletano di proprietà di Achille Lauro, dove ha collaborato con editoriali di terza pagina e di attualità con direttori come Alfredo Signoretti, Alberto Giovannini e Piero Buscaroli. Ha sempre scritto con frequenza e con grande dimestichezza di penna e la rassegna stampa dei suoi articoli ha assunto di conseguenza una mole consistente. Altre testate dove appare la sua firma sono “Il Globo”, “Il giornale d’Italia” e “La Torre”, un periodico di Giovanni Volpe, un animatore culturale e editore della destra tradizionalista con cui Gerbore ha collaborato negli anni Settanta e presso la cui casa editrice ha pubblicato vari studi: La Monarchia (1976), resoconto della storia centenaria della monarchia italiana, un saggio sulla politica e la diplomazia internazionale intitolato I responsabili (1980) e una storia degli Stati Uniti compresa in L’America di fronte all’Europa (1981). Per la stesso editore fa uscire, nel 1983, Il cavallo e l’uomo, un curioso trattato sull’equitazione. Come al suo gusto aristocratico, a cui si accompagnava una provvidenziale carica di eccentricità intellettuale, è da far rientrare il volume, pubblicato postumo, dedicato alla gastronomia, promossa in questo caso a Una storia dell’arte di vivere (Torino, Fògola, 1985), una vera e propria storia universale costruita con i piccoli fatti dei progressi culinari: come scrive lui stesso, il buon gusto a tavola diventa indice di socievolezza, il consorzio umano si fonda quando cominciano ad essere apprezzati i piaceri della cucina. Il rimpianto per un mondo che è stato travolto senza appello dalla modernità è la sua cifra caratteristica, il convincimento che i tempi fossero scaduti in una età appiattita sulla volgarità e la sua idea di Italia conservatrice, liberale e elitaria (per lui sinonimi di eleganza e buone maniere) ne hanno poi isolato la posizione tra le fila del suo stesso schieramento politico (dal partito monarchico all’MSI). In fondo il suo acume da vecchio gentleman lo rendevano consapevole che quel mondo era irrimediabilmente tramontato e che invece di restaurarne rabbiosamente i cardini fosse più opportuno limitarne i guasti.
Contenuto del Fondo: consistente raccolta di carteggi indirizzati a Gerbore (di cui si conservano anche numerose minute): il periodo cronologico coinvolto va dall’inizio degli anni ’50 (quando Gerbore ha iniziato, secondo la sua definizione, una “vita nuova”) fino ai primi anni ’80, con qualche raro inserto precedente alla seconda guerra mondiale. Si conservano inoltre numerosi autografi di Gerbore, che si riferiscono a testi effettivamente pubblicati o solo progettati. La voracità intellettuale di Gerbore ha infatti accompagnato una fervida capacità di scrittura che si è esercitata su più fronti solo in parte concretizzati. Tra i progetti più meditati e quelli solo abbozzati la situazione è mobile e di ogni lavoro in corso d’opera possono conservarsi diverse stratificazioni in forma di dattiloscritto, manoscritto o di quaderno. Mentre una serie di appunti raccolti in previsione di opere da scrivere (con citazioni, definizioni, sommari) si presenta come materiale preparatorio in formato scheda, accumulato ordinatamente dentro buste intitolate al disegno messo in cantiere. Si segnalano poi alcuni quaderni in cui Gerbore ha tenuto un diario intimo, se ne conservano alcune copie (la serie lo si deduce dalla numerazione è probabilmente lacunosa) per gli anni 1935-36 e 1950 (quest’ultimo anno come detto segna l’inizio di una nuova vita, dopo lo smarrimento degli anni successivi alla guerra). Si conservano anche testi, scritti prevalentemente in francese e in romeno, della moglie di Gerbore, Aurelia Athanasiu. Alle carte manoscritte va aggiunta la presenza di una rassegna stampa con gli articoli pubblicati da Gerbore sulla stampa periodica: sono stati diligentemente incollati dallo stesso autore in una serie di album che coprono la sua produzione pubblicistica tra il 1951 e il 1978 (le testate più rappresentate sono “il Borghese” negli anni tra il 1951 e il 1957 , il “Roma” di cui si conservano anche le pagine sciolte con gli articoli usciti tra il 1977 e il 1978 , “Il Globo”, “Il giornale d’Italia”); della rivista “La Torre” (dove Gerbore ha scritto tra gli anni ’70 e ’80) si conserva invece una collezione compresa tra le annate 1978 e 1981. Completa il Fondo una biblioteca personale con circa 4000 opere di argomento vario (la materia più approfondita rimane sicuramente la storia), la maggior parte presenti in esemplari in lingua originale (spagnolo, francese, inglese, tedesco, russo); oltre alle monografie sono presenti alcune collezioni di periodici stranieri, in particolare spagnoli. La presenza di raccolte del genere testimonia sicuramente del poliglottismo e della ampiezza di interessi coltivati dal loro possessore.
Strumenti di ricerca: in sala consultazione disponibili uno schedario parziale dei carteggi e di alcuni testi di Gerbore (i mittenti della corrispondenza ordinata e i titoli dei testi elencati anche in un indice dattiloscritto) e un elenco di consistenza per la serie degli autografi. Biblioteca non catalogata.
Oscar Ghiglia (Livorno 1876 - Firenze 1945)
Pittore, inizia la carriera pressoché da autodidatta, frequentando occasionalmente a Livorno lo studio di Ugo Manaresi e stringendo amicizia con giovani artisti come Cesare Vinzio, Llewellyn Lloyd e Amedeo Modigliani. Nel 1900 si trasferisce a Firenze, dove si iscrive alla Scuola libera del nudo, legandosi in modo conflittuale alla lezione di Giovanni Fattori a causa della sua personalità indipendente. Nel 1901, la Biennale di Venezia accetta una sua opera prima, l’Autoritratto: Ghiglia ha solo venticinque anni. In questo periodo iniziano anche i rapporti con importanti personalità come Amendola, Ojetti, Cecchi, Prezzolini e Papini. Gli anni intorno alla prima guerra mondiale vedono un progressivo allontanamento di Ghiglia dall’ambiente culturale fiorentino: i lunghi soggiorni a Castiglioncello con la famiglia confermano questa sostanziale avversità da parte dell’artista all’imperversare del movimento futurista, testimoniata anche dai contrasti con Papini. In questo periodo Ghiglia si concentra esclusivamente sulla propria idea di pittura, in aperto divario con il passato e con la moda dominante, con prove notevoli ma, eccetto rare occasioni, di scarsa visibilità pubblica. A questo proposito si rivelerà fondamentale il rapporto sviluppato con il collezionista Gustavo Sforni, grande estimatore della pittura di Ghiglia e principale acquirente della sua produzione. L’amicizia del mecenate e la stima di molti intellettuali dell’epoca non modificheranno tuttavia la precarietà economica, né la riservatezza che ha contraddistinto l’artista fino alla fine della sua vita, avvenuta nel 1945.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Ghiglia (e alla moglie Isabella Morandini Ghiglia) e minute dello stesso pittore.
Strumenti di ricerca: descrizione del Fondo ricercabile tra gli inventari on line, un elenco dei nomi dei mittenti e dei destinatari delle minute scaricabile in formato pdf. Descrizione di alcuni disegni, abbozzati a margine di lettere o biglietti, nel data base del Servizio Conservazione.
Federico Ghisi (Shanghai 1901 - Luserna San Giovanni, Torino 1975)
Nasce a Shanghai nel 1901, e trascorre la sua prima infanzia in Cina, al seguito del padre, un diplomatico di carriera. Rientrato in Italia, con la famiglia si trasferisce a Milano nel 1908. Inizia molto presto a interessarsi alla musica, prima con lo studio del pianoforte e poi dell’armonia e del contrappunto. Per accontentare il padre segue un corso di studi scientifici laureandosi in chimica pura, senza però abbandonare la passione per la musica. Si trasferisce per lavoro a Torino e durante gli anni del soggiorno piemontese ha modo di diplomarsi al conservatorio. Sempre per ragioni professionali nel 1932 si stabilisce a Firenze, dove lavora come collaboratore scientifico di una casa farmaceutica. Nel capoluogo toscano riprende a studiare musicologia, dedicandosi in particolare alla musica italiana dei secoli XIV-XVI. Dopo un breve incarico alla biblioteca del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, nel 1936 consegue la libera docenza in storia della musica. Nel 1937 diventa docente universitario a Firenze, carriera temporaneamente interrotta durante gli anni della guerra. Nel 1948 inizia una intensa attività didattica tenendo corsi di musicologia negli Stati Uniti e in Europa, e insegnando storia della musica all’Università di Pisa. Nel suo curriculum spiccano le ricerche sull’Ars nova italiana e quelle di stampo etnomusicale, filone in cui dà smalto alla tradizione popolare, concentrandosi con continuità sull’indagine del patrimonio musicale dei valdesi d’Italia. Oltre allo studio musicologico Ghisi si è dedicato anche alla composizione in proprio e il suo nome figura come autore di lavori teatrali e di pezzi sinfonici e cameristici. Muore a Luserna San Giovanni il 19 luglio 1975, nelle valli valdesi di cui aveva studiato con passione la tradizione musicale.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Ghisi, materiale bibliografico vario con documentazione teatrale e musicale (programmi, locandine, ecc.).
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto relativo a una parte della corrispondenza, indice dattiloscritto dei mittenti, schedario cartaceo per la miscellanea di letteratura musicale.
Mario (Fermo 1847 - Firenze 1937) e Bona Gigliucci (Firenze 1885 - 1981)
Appartenente a una nobile famiglia marchigiana, figlio del senatore del Regno Giovanni Battista, Mario Gigliucci, dopo aver frequentato un collegio militare, nel 1866 abbandonò gli studi per aderire giovanissimo alla campagna garibaldina nella III guerra d’indipendenza (questa esperienza, anche se non bagnata dalle polveri della battaglia, sarà rievocata nelle sue memorie come una grande avventura). Si iscrisse poi all’università di Bologna dove seguì un corso di studi scientifici. Per lavoro o per seguire le tappe di un tour di stampo tipicamente aristocratico, viaggiò in Italia e in Inghilterra che a tutti gli effetti rappresenta la sua seconda patria. A Londra durante una visita alla famiglia materna (il padre aveva infatti sposato la brillante soprano Clara Novello, discendente di una famiglia italiana emigrata in Inghilterra) conosce la sua futura moglie, Edith Margaret Mozley (che sposerà nel 1875). Dal 1873 al 1875 lavora per conto di una compagnia mineraria in Sardegna (altro periodo che verrà ricordato con viva partecipazione nelle sue reminiscenze). Dal 1875 al 1878 Mario e Edith risiedono a Villa Vigoni a Loveno di Menaggio sul Lago Maggiore, dove Mario lavora come ingegnere minerario. Nel 1878 nasce la loro primogenita, Nerina. Con il fratello Giovanni (che nel 1870 aveva sposato Charlotte Sophia Mozley, la sorella di Edith) si trasferisce a Firenze nella primavera del 1879. Nel capoluogo Toscano, che da pochi anni ha visto transitare la capitale del nuovo Stato nazionale, nascono Donatello e Bona. La famiglia soggiorna in varie abitazioni in città, prima di trasferirsi nel 1886 a Villa Romana, in via Senese, dove rimane per 5 anni fino alla realizzazione di Villa Rossa (o il “villino” come la chiamava con modestia il suo ideatore) in Piazza Savonarola: edificata su un terreno appena fuori la vecchia cintura muraria da poco abbattuta, con uno stile eclettico che rompeva con la tradizione della casa fiorentina, né palazzo di città né villa di campagna, Mario ne cura personalmente il disegno e ne segue da vicino la costruzione. Nonostante le residenze di Villa Romana e di Villa Rossa fossero all’epoca fuori dal centro e, per i canoni di allora, quasi irraggiungibili dalla società aristocratica e cosmopolita che costituiva il naturale habitat della famiglia Gigliucci (che senza riserve si può iscrivere nella non esigua truppa degli anglo-fiorentini), il conte Mario, la moglie (che morirà nel 1909) e i figli conducono una ricca vita sociale, fatta di incontri, teatro amatoriale, vezzi artistici. Mario tenne per qualche tempo uno studio in Piazza Donatello e fece parte del Circolo degli Artisti, fu inoltre tra i fondatori nel 1898 della prima squadra cittadina (formata quasi completamente da stranieri) che si cimentava nello sport inglese del football. Allo scoppio della I guerra mondiale la famiglia, sull’esempio paterno, serra le fila e si mobilita per la patria: Donatello entra come ufficiale nell’esercito regio, Nerina (sposata con il marchese Medici di Maragliano) e Bona lavorano per la Croce rossa. Le due principali abitazioni in cui hanno risieduto i Gigliucci a Firenze condividono (una ventura forse non casuale) la curiosa coincidenza di essere entrambe diventate sedi di istituti culturali (a questo destino si può aggiungere anche una terza residenza dei Gigliucci, quella sul lago di Como che è stata trasformata in un centro di studi italo-tedeschi): nel 1905 Max Klinger acquistò Villa Romana per farne una colonia per artisti tedeschi e, tutt’oggi, l’istituzione che ne ha raccolto l’eredità si propone come un centro di accoglienza e promozione di incontri artistici, un collegamento tra la città e il mondo internazionale dell’arte; dal 1959 la Villa Rossa in Piazza Savonarola è invece sede della Syracuse University di New York. Mario è stato anche un industriale, di stampo liberale e paternalista, partecipando alla fondazione di una importante industria nazionale come la Magona d’Italia.
Terza figlia del conte Mario Gigliucci e di Edith Margaret Mozley, Bona Gigliucci nacque a Firenze nel 1885. Allieva del pittore Eugenio Cecconi, oltre a dilettarsi nell’esecuzione di ritratti e paesaggi si è occupata di illustrazione e di letteratura per l’infanzia: nel 1912 ha raccolto in un album una serie di Canzoni popolari per i bambini che ha personalmente illustrato; suoi disegni hanno affiancato anche altre pubblicazioni: le Storie vere di zia Mariù di Paolo Lombroso (1913), un’antologia di Girotondi e filastrocche, come si cantano in varie parti d’Italia (1930) e, nel 1979, un testo di Anna Sven intitolato Il giardino bianco. Per tradizione familiare (la nonna materna era il soprano anglo-italiano Clara Novello) ha coltivato anche la passione per la musica. Non si è mai sposata ed ha in pratica abitato per tutta la sua lunga vita nella Villa Rossa, anche dopo che la residenza di famiglia ha iniziato dal 1959 a ospitare i corsi cittadini della Syracuse University, che nel 1963 ha acquistato il “villino” permettendo però alla “contessa”, come era affettuosamente chiamata da studenti e personale dell’università, di abitarne l’ultimo piano fino alla sua scomparsa.
Contenuto del Fondo: tra i documenti epistolari che fanno parte dei carteggi del fondo è possibile individuare due fili conduttori che ne attraversano trasversalmente l’asse principale: il primo ruota intorno a Mario Gigliucci, di cui si ricostruiscono in controluce seguendo le tracce delle corrispondenze che gli sono indirizzate gli interessi e le relazioni (che spaziavano dall’industria e dagli affari a velleità di natura artistica, dai contatti intrattenuti con gli esponenti dell’aristocrazia locale a quelli scambiati con i rappresentanti della società cosmopolita cittadina e internazionale). Un secondo e sotterraneo motivo di continuità si concretizza nella corrispondenza di natura familiare, con i carteggi scambiati tra i vari esponenti della famiglia Gigliucci: i figli di Mario e cioè Nerina, Donatello e Bona, le sorelle del conte Porzia e Valeria, la cognata Charlotte Sophia Mozley, la nipote Vittoria Beatrice Gigliucci Notarbartolo e altri parenti. Il minimo comun denominatore di tutte queste corrispondenze, sia di quelle indirizzate a Mario che di quelle familiari, è forse individuabile nel contributo che offrono per la ricostruzione della vita di una famiglia in un momento cruciale della nazione, cioè negli anni che precedono la scoppio della I guerra mondiale (che viene per intero attraversata dalle lettere) fino all’inizio degli anni Venti del Novecento. Il patriottismo è infatti una sorta di filo rosso che lega questi carteggi. Le carte parlano anche una lingua allo stesso tempo cosmopolita (frequente è l’uso dell’inglese) e familiare (amici e parenti si appellano spesso con nomignoli fantasiosi) e l’accento è soprattutto quello della società anglosassone il cui mondo era familiare ai Gigliucci anche per legami di parentela. La corrispondenza con i parenti inglesi documenta l’interesse e l’accoglienza presso quel mondo dei fatti italiani (l’unità nazionale, la guerra ecc.). Altri focus di interesse possono essere quelli che vertono sui fatti di costume di un mondo particolare, quello degli anglo-fiorentini, o il coinvolgimento del capostipite della famiglia nella storia industriale di alcune aziende. Insieme alle carte della corrispondenza sono presenti nel fondo 12 album con fotografie che ritraggono i membri della famiglia e le loro case fiorentine (Villa Romana e Villa Rossa), poi immagini e cartoline che fanno il resoconto dei loro viaggi intrapresi in Italia e all’estero e fotografie di amici, parenti e in genere dell’ambiente aristocratico frequentato dai Gigliucci; agli album rilegati (datati entro un arco cronologico compreso tra il 1896 e il 1961) vanno aggiunte fotografie sciolte che riprendono, tra gli altri soggetti, Mario Gigliucci (immortalato a un raduno di reduci garibaldini o in posa per altri ritratti fotografici, oltre a fotografie che riproducono ritratti a olio del conte, opere di mano di due pittori americani) e la Regina Margherita nel 1894. La biblioteca di famiglia era stata donata nel 1979 personalmente da Bona Gigliucci: consta di poco meno di 400 titoli appartenuti a Mario Gigliucci e alle figlie del conte; si tratta per lo più di opere di argomento storico-letterario e per ragazzi, la maggior parte in inglese, comprese in un arco temporale che si estende dall’inizio dell’Ottocento (ma con alcuni sforamenti nel secolo precedente) al 1970, la frequenza maggiore si concentra però nel venticinquennio 1876-1900.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo della corrispondenza e indice dattiloscritto dei mittenti (con una sommaria descrizione degli album fotografici) disponibili in sala consultazione; la biblioteca (si veda la pagina descrittiva), conservata a Palazzo Strozzi, schedata come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux.
Ginori-Conti
(famiglia nobile fiorentina: sec. XV - XX).
Contenuto del Fondo: archivio familiare ed amministrativo, raccoglie documenti, registri amministrativi delle fattorie, carteggi delle famiglie Ginori, Rinuccini, Pitti, Conti, Bigliotti, Pecori ed altri, a partire dal XV sec. fino ai primi anni del XX.
Depositato in comodato presso l’Archivio di Stato di Firenze. Sono conservate presso il nostro Istituto copie delle schede descrittive.
Giovan Battista Giorgini (Lucca 1818 - Montignoso 1906)
Insigne latinista, professore universitario a Pisa ed a Siena, uomo politico, genero di Alessandro Manzoni. Fu in rapporti con i principali esponenti del Risorgimento.
Contenuto del Fondo: si tratta di un archivio che raccoglie documenti e carteggi di più esponenti e generazioni della famiglia, tra i quali l’avo Gaetano, ministro dell’Istruzione nel Granducato, e la moglie, Vittoria Manzoni Giorgini.
Strumenti di ricerca: inventario di consistenza e schedario cartaceo disponibili in sala consultazione.
Ugo Giovannozzi (Firenze 1876 - Roma 1957)
Ingegnere civile e architetto, legato al gusto neoclassico, elemento che si evidenzia in molti dei suoi lavori: fra questi le Terme di Montecatini, il Palazzo delle Assicurazioni a Roma, la Banca Nazionale di Credito a Napoli.
Contenuto del Fondo: il Fondo comprende circa 6000 disegni su carta e lucido, corrispondenza e materiali vari.
Strumenti di ricerca: inventario analitico dei disegni, in più volumi, allegato al Fondo.
Domenico Giuliotti (San Casciano in Val di Pesa 1877 - Greve in Chianti 1956)
Narratore, saggista, poeta, fondò a Siena con Federigo Tozzi la rivista “La Torre”. Fra i più autorevoli esponenti della corrente politico-religiosa de “Il Frontespizio”, sostenne spesso un cattolicesimo intransigente e apocalittico.
Contenuto del Fondo: corrispondenza, manoscritti, materiale a stampa.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto disponibile in sala consultazione e interrogabile on line; elenchi dattiloscritti dei materiali a stampa e delle riviste. Descrizione di disegni e xilografie conservati tra i documenti di archivio (le illustrazioni di Remo Wolf per il volume delle Poesie di Giuliotti e ritratti raffiguranti lo scrittore o schizzi abbozzati da alcuni mittenti, come Leo Longanesi e Nino Tirinnanzi, a margine di lettere o biglietti) nel data base del Servizio Conservazione.
Luciano Guarnieri (Firenze 1930)
Pittore; i disegni posseduti furono pubblicati ne L’Oltrarno di Bonsanti (Firenze, Giannini, 1985).
Contenuto del Fondo: acquarelli raffiguranti vedute di Firenze.
Strumenti di ricerca: descrizione delle opere nel data base del Servizio Conservazione.
Margherita Guidacci (Firenze 1921 - Roma 1992)
Nasce a Firenze in una via del centro storico da genitori originari di Scarperia (e al Mugello rimarrà sempre legata mantenendo i contatti con quel mondo e trascorrendovi regolarmente le vacanze). Si laurea in Lettere nel 1943 discutendo con Giuseppe De Robertis una tesi sulla poesia di Ungaretti, dedicandosi poi alla letteratura inglese e anglo-americana, che insegnerà prima nelle scuole superiori e poi all’Università (prima all’Università di Macerata e poi presso la Libera Università Maria SS. Assunta di Roma). Con la famiglia (nel 1949 si era sposata con Luca Pinna e dal matrimonio erano nati tre figli) si trasferisce a Roma nel 1958. Alla poesia, che fu per lei il primo mestiere (piegando gli strumenti di lavoro alla conquista di un linguaggio “antilirico” controcorrente rispetto ai modelli ermetici del secondo dopoguerra), ha affiancato una ricca attività “di servizio” che alla sua opera in versi appare saldamente intrecciata. Nella sua bibliografia, ai titoli dei volumi di poesia, si aggiungono dunque, parallelamente e trasversalmente, le traduzioni da autori anglo-americani come John Donne, Emily Dickinson, Mark Twain, Oscar Wilde, Henry James, Joseph Conrad, Ezra Pound, T.S. Eliot, Elizabeth Bishop (ma anche da altre lingue, come il francese e lo spagnolo, oltreché da culture meno vicine, come quella dell’est Europa e dell’Oriente più lontano) e le voci frutto di una intensa attività pubblicistica su quotidiani e riviste, dove ha firmato, in qualità di saggista e critico militante, prose e racconti, recensioni, inchieste, articoli di costume (in volume ha riunito i saggi scritti su T.S. Eliot e quelli sulla letteratura americana). L’attenzione sulla sua figura è stata oggetto nel 1999 di una mostra documentaria e di un convegno, eventi tenuti entrambi a Firenze (il catalogo e gli atti sono stati curati da Margherita Ghilardi), mentre la sua produzione poetica e saggistica è stata di recente antologizzata in alcune edizioni che rendono accessibili i testi di una scrittrice il cui percorso (tra religione e metafisica) si posiziona defilato in mezzo alle strade più battute della letteratura italiana.
Contenuto del Fondo: Margherita Guidacci è rimasta fedele alla volontà di tutelare l’intimità del proprio laboratorio di scrittura, intenzione che aveva manifestato dichiarando di volersi far “saltare i ponti alle spalle”, l’archivio privato della scrittrice risulta quindi, in coerenza con l’impegno preso con se stessa, quasi del tutto privo delle redazioni intermedie dei testi che hanno condotto alla versione licenziata dalla stampa, ma conserva tuttavia una sostanziosa quantità di appunti preparatori e di abbozzi, di stesure relative alle prime fasi di lavorazione di intere raccolte o di singoli componimenti poetici: numerosi sono i dattiloscritti con testi e appunti per poesie, saggi, traduzioni, articoli e recensioni; come pure stesure di poesie, testi delle traduzioni, di racconti e abbozzi giovanili in prosa e di articoli e saggi si trovano in una fitta collezione di quaderni, insieme a note personali e di studio, resoconti di viaggio, pagine di diario, minute di lettere; sono presenti inoltre ritagli, fotocopie e estratti di articoli di e su Margherita Guidacci, un nucleo di carteggi a lei indirizzati (la sostanziale povertà della sezione della corrispondenza fa presumere che anche su questa serie la scrittrice abbia esercitato una programmatica attività di selezione), copia della tesi di laurea su Ungaretti discussa con Giuseppe De Robertis nel 1943, autopresentazioni e curricula. In formato digitale sono state memorizzate poco meno di 200 immagini provenienti dalla raccolta fotografica di famiglia. Al Fondo donato dagli eredi della scrittrice si sono aggiunti un nucleo di carte consegnate da Anna Ninci Meucci (con circa 40 lettere a lei indirizzate dalla Guidacci e altri documenti relativi a quest’ultima) e la donazione dei parenti di Tiziano Minarelli giornalista bolognese amico e corrispondente della Guidacci, che ha custodito i testi che la poetessa gli sottoponeva in lettura e il carteggio scambiato tra i due nel corso degli anni ’80 (vi si trova sia la corrispondenza ricevuta da Minarelli che in copia le risposte di quest’ultimo).
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto scaricabile in formato pdf.
Nina Harkevitch (Firenze 1907 - 1999)
Nata in Italia in una famiglia che manteneva profondi legami con la madre patria (il nonno materno, Vladimir Levickij, fu il primo pope della Chiesa ortodossa di Firenze mentre il padre Adrian ne fu il direttore del coro), ha rappresentato per lungo tempo, fin dagli anni ’20 in qualità di segretaria dell’“Associazione di soccorso agli emigrati russi”, un punto di riferimento per la comunità russa fiorentina. Ha viaggiato in Russia e intrattenuto amicizie e relazioni soprattutto durante gli anni del “disgelo”, a partire dalla metà degli anni ’60 fino al 1972, quando le fu “sconsigliato” di rientrare in URSS, dando voce e solidarietà ad esponenti della dissidenza, tra cui Andrej Sacharov e Elena Bonner. La moglie dello scienziato fu ospitata con generosità, come tanti altri esuli o semplici viaggiatori stranieri, nella sua casa fiorentina di via De Laugier, vero e proprio rifugio di una comunità internazionale in fuga o di amici italiani desiderosi di apprendere una lingua e una cultura. Nel 1975, proprio durante un soggiorno a Firenze della Bonner, in Toscana per un’operazione chirurgica agli occhi di cui la stessa Nina aveva curato l’organizzazione, fu assegnato a Andrej Sacharov il premio Nobel per la pace. Le autorità sovietiche impedirono allo scienziato di partecipare alla cerimonia di premiazione creando un clima di attenzione internazionale su questo caso, a Oslo il premio fu quindi ritirato da Elena Bonner, accompagnata dalla sue amiche fiorentine, Nina Harkevitch e Marija Olsuf’eva. Per molti anni Nina Harkevitch ha esercitato la professione di medico tisiologo all’ospedale fiorentino di Careggi, coltivando contemporaneamente la passione per la pittura e per la poesia. Aveva approfondito gli studi artistici, all’inizio degli anni Trenta, durante un soggiorno a Monaco di Baviera e si era poi diplomata all’Accademia di Belle Arti di Porta Romana, diventandone in seguito professore di anatomia. Ha esposto di rado le sue opere (magari in mostre organizzate dall’associazione dei medici pittori italiani) così come discreta è stata la scrittura di poesie, diletto fin dagli anni giovanili e occasione di riflessione nei momenti difficili (la perdita del fratello, la guerra, la malattia), la cui raccolta è stata pubblicata solo nella tarda maturità (il libretto Osen’ Autunno è stato edito in Italia, Germania e Russia).
Contenuto del Fondo: corrispondenza con i familiari, gli amici più intimi e i conoscenti (per la maggior parte in lingua russa, ma scambi epistolari anche in italiano, francese, inglese, tedesco), quaderni di appunti (di riflessione personale e sulla professione medica), memorie e note diaristiche, dispense relative all’attività di insegnamento all’Accademia di Belle Arti, documenti personali, varie stesure di sue poesie, rassegna stampa con articoli di giornale su Nina Harkevitch e su argomenti vari (tra cui una raccolta di ritagli sul caso Sacharov), copia di una edizione di Osen’ Autunno (Firenze, tip. Mori, 1980), insieme ad esemplari (magari in forma di bozza) di edizioni tedesche e russe del medesimo testo, cataloghi d’arte e opuscoli relativi a convegni medici ai quali Nina prese parte, collezione di disegni (oltre che di sua mano sono presenti esemplari firmati dalla madre, Anna Levickij, e come testimonianza di prove adolescenziali dal fratello Nikita), onorificenze varie, una ricca raccolta di fotografie.
Strumenti di ricerca: inventario (frutto della tesi di laurea di Maria Chiara Barocchi) disponibile in sala consultazione. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Augusto Hermet (Trieste 1889 - Fiesole 1954)
Singolare figura di intellettuale testimone, seppure volontariamente appartato, di una intera stagione culturale. Il suo percorso biografico è stato comune a quello di molti triestini e di altri giovani della sua generazione provenienti dalle terre allora ancora irredente, si era infatti trasferito a Firenze dalla città natale nel 1907 per seguire i corsi di filosofia presso l’Istituto di studi superiori (dove trova - tra gli altri - un compagno come Carlo Michelstaedter). La città toscana rappresentava un luogo dello spirito, del ricongiungimento con una tradizione culturale e, nel caso di Hermet, si può decisamente affermare che la realtà non abbia tradito le attese riservate a una mèta ideale. Nella sua città d’elezione Hermet ha portato il contributo di una personalità, per usare la sua stessa definizione, “onnisciente”, capace di interessarsi di musica, religione, letteratura. La sua riflessione filosofica si eleva nei territori del misticismo, trascende dalle rivendicazioni della ragione, distoglie l’attenzione da qualsiasi incombenza quotidiana, assumendo un valore iniziatico se non di fronte alle sorti della modernità apocalittico, con toni a volte reazionari. Rimane affascinato dagli itinerari difficoltosi delle conversioni, indaga i contrasti tra le varie religioni che pensa di riassumere in un ideale superiore che converge verso il Cristianesimo, di cui rivaluta la carica mistica. Esordisce con una raccolta di versi dal intitolata Il figlio(Firenze, Seeber, 1912) e contemporaneamente si fa notare per la traduzione delle poesie di Novalis (Inni alla notte e canti spirituali, Lanciano, Carabba, 1912, e successive ristampe, fino a quella anastatica del). Ha scritto testi teatrali come La seconda morte di Lazzaro - Erostrato. Due fantasie sceniche(Modena, Guanda, 1933) e saggi di argomento e musicale (Il crepuscolo degli dei di Riccardo Wagner, Firenze, Monsalvato, 1944; La musica e il verbo, prefazione di Piero Bargellini, Bergamo, Sesa, 1947; ha inoltre tradotto dal tedesco un trattato di musica contemporanea di Herbert Fleischer). Sul piano più strettamente religioso ha dato alle stampe Fede cristiana in un mistico indiano. Il Sadhu Sundar Singh (studio e antologia)(Roma, Bilychnis, 1924), curato la pubblicazione delle “regole” di San Benedetto (Torino, Paravia, 1924) e di San Francesco (ibidem, 1926) e edito un volume con testi di San Bonaventura (Lanciano, Carabba, 1928) e un saggio teologico-filosofico su Nicola Cusano (Cusano, Milano, Athena, 1927). Durante il suo cammino ha avuto modo di conoscere e frequentare, tra gli altri, alcuni dei personaggi più in vista della cultura del tempo, come Giovanni Papini o, sul piano della singolarità dell’insegnamento, l’esoterista Arturo Reghini, legandosi nel primo dopoguerra agli esponenti del cattolicesimo toscano, come Piero Bargellini, Domenico Giuliotti, Nicola Lisi, Carlo Betocchi (a testimonianza di questo ambiente si veda il censimento degli Scrittori cattolici dei nostri giorni, Firenze, Edizioni La Cardinal Ferrari, 1930, antologia redatta dallo stesso Hermet con la collaborazione di Nicola Lisi). Questi ultimi sono i nomi che ritroviamo nella redazione della rivista “il Frontespizio” a cui anche Hermet presta la sua firma. E proprio all’epoca d'oro segnata da questo strumento di aggregazione, generazionale e di comune pensiero, Hermet ha dedicato la sua opera che più ha lasciato il segno, quella storia de La ventura delle riviste (1903-1940)(Firenze, Vallecchi, 1941, riedita nel 1987 a cura di Marino Biondi) dove i capitoli dedicati alle varie testate, dal “Leonardo” a “Campo di Marte”, assumono quasi lo slancio di una epica leggendaria.
Contenuto del Fondo: piccolo carteggio indirizzato a Augusto Hermet: complessivamente si contano poco più di 70 documenti epistolari divisi tra 10 corrispondenti; un manoscritto di Augusto Hermet con un suo testo autobiografico, incompleto e senza data (probabilmente è collocabile nella seconda metà degli anni Trenta), intitolato Sommario autobiografico (è stato pubblicato a cura di Gloria Manghetti nel 1997 presso l’editore Raffaelli di Rimini); completa il Fondo un ritratto di Hermet di mano del figlio Luigi.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto disponibile in sala consultazione e interrogabile on line; indice dattiloscritto dei mittenti scaricabile in formato pdf. Descrizione del ritratto nel data base del Servizio Conservazione.
Karl Hillebrand (Giessen 1829 - Firenze 1884), donazione Wolfram Mauser
Figlio di Joseph Hillebrand, politico, filosofo e professore a Giessen, la città tedesca dove Karl era nato nel 1829, ereditò dal padre la propensione per gli studi e doti di eclettismo intellettuale, ai quali aggiunse in gioventù, imbevuto di ideali rivoluzionari che poi rinnegherà come infatuazione giovanile, irrequietezza e volontà di azione. Lo troviamo infatti coinvolto nei moti del 1848 dai quali esce con la cattura, la condanna a morte e una rocambolesca fuga che lo conduce in esilio in Francia. Segretario di Heine a Parigi nel biennio 1849-1850 si stabilisce poi a Bordeaux dove inizia un percorso di studi in discipline umanistiche entrando nella cerchia degli intellettuali liberali. Nella nuova città incontra anche la compagna della sua vita, Jessie Laussot nata Taylor, che sposerà nel 1879 in Inghilterra. Nonostante un’amnistia decide di non rientrare in Germania: sceglie volontariamente l’esilio, condizione che gli consentiva di rimanere svincolato dalle rigidità dei nazionalismi e di proporsi come mediatore tra le diverse culture. L’“eresia” del suo pensiero, che oltrepassava le barriere nazionali e superava di slancio la crisi del tempo, fu non a caso apprezzata da un filosofo come Nietzsche, con cui Hillebrand corrispose epistolarmente. Nel 1860 compie un primo viaggio in Italia, il pretesto è acquisire documentazione in vista della tesi che avrebbe discusso alla Sorbona nel 1861 (studio pubblicato l’anno successivo con il titolo di Dino Compagni. étude historique et littéraire sur l’époque de Dante, Paris, Durand, 1862), tra il settembre e l’ottobre soggiorna dunque in Toscana, a Firenze in particolare, città dove frequenta musei e biblioteche, tra cui il cenacolo di Giovan Pietro Vieusseux. Tornato in Francia l’interesse per la realtà politica presente prevale sul gusto degli studi storici e letterari, inizia infatti a scrivere come pubblicista politico, introduce presso i francesi la cultura tedesca, cerca di rimuovere i pregiudizi sul consolidamento di una casa nazionale tedesca. La sua voce è ascoltata, lui stesso viene introdotto nei circoli intellettuali più rinomati, ma la sua azione di mediazione doveva scontrarsi con il clima antitedesco che preparava la guerra franco prussiana. Nel 1870 è costretto di nuovo all’esilio e opta per una scelta neutrale: si reca prima in Inghilterra e poi sceglie l’Italia. Si stabilisce nel 1871 a Firenze e vi rimane fino alla morte, dedicandosi alla scrittura da libero letterato. La residenza che prende sul Lungarno Vespucci è tutt’altro che un rifugio appartato, Hillebrand non smette i panni del viaggiatore e continua nell’opera di interlocutore tra le diverse culture: ha rapporti intensi con il mondo angloamericano e svolge un ruolo di mediazione tra Italia e Germania: spiega lo spirito tedesco al pubblico italiano, introduce in Germania la realtà della nuova Italia. Nei quattordici anni che trascorre a Firenze mette a segno i frutti più maturi del proprio lavoro: scrive saggi che vengono pubblicati su riviste tedesche e inglesi e che via via sistematizza nella raccolta Zeiten, Völker und Menschen, progetta inoltre opere ambiziose per le quali svolge un lavoro di preparazione rivolgendosi - tra le varie fonti - alla biblioteca del Gabinetto Vieusseux, come una storia della Francia moderna dall’ascesa al trono di Luigi Filippo alla caduta di Napoleone III. In precedenza aveva stretto relazioni con la generazione legata al Risorgimento, in questi anni entra in contatto con esponenti della nuova classe accademica e politica e la sua influenza lascerà un’impronta anche sul piano filosofico-politico. Letterati, storici e politici, come Giosue Carducci, Alessandro D’Ancona, Angelo De Gubernatis, Ferdinando Martini, Pio Rajna hanno la possibilità di incontrarlo o di rimanere in contatto con lui. Sul piano più schiettamente politico il “partito” vicino alle posizioni di Hillebrand fu sicuramente quello della Destra storica: tra gli altri è in contatto con Quintino Sella e, soprattutto, collabora con Pasquale Villari e Sidney Sonnino, scrive infatti sulla “Rassegna settimanale”, la rivista di riferimento del gruppo. Il salotto della sua casa fiorentina è un punto di ritrovo della cultura cittadina, frequentato da personalità locali e internazionali, tra cui naturalmente gli esponenti della colonia tedesca come il pittore Arnold Böcklin e lo scultore Adolf von Hildebrand. Grazie alla passione musicale di Jessie Hillebrand (che fondò la società Cherubini) la loro casa sul Lungarno diviene anche un luogo di animazione della vita musicale e vi fanno visita Hans von Bülow, Franz Liszt e Richard Wagner. Ammalato di tubercolosi, negli ultimi anni Hillebrand è costretto a limitare progressivamente l’attività letteraria e a ridurre la vita sociale, muore a Firenze il 18 ottobre 1884 ed è sepolto nel cimitero evangelico degli Allori.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Hillebrand da circa una ventina di corrispondenti (per un numero complessivo di documenti che sfiora le 30 unità) e depositati in archivio da Wolfram Mauser nel 1984, anno in cui si è celebrato la ricorrenza del centenario della morte di Hillebrand con l’allestimento di una mostra documentaria (Karl Hillebrand, Firenze, 2-19 novembre 1984, mostra di documenti a cura di Lucia Borghese, Firenze, Mori, 1984) e l’organizzazione di un seminario di studi (Karl Hillebrand. Eretico d’Europa, 1-2 novembre 1984, atti del seminario a cura di Lucia Borghese, Firenze, Olschki, 1986); il prof. Mauser ha consegnato anche altri tipi di documento: un quaderno con il diario scritto da Hillebrand in occasione del suo primo viaggio in Italia nell’autunno 1860, alcuni documenti personali (tra cui il testamento di Jessie Hillebrand, la moglie di Karl, e la partecipazione al loro matrimonio), ritagli a stampa vari (come copie di articoli scritti per il “Times” nel 1870), fotografie d’epoca che ritraggono Karl Hillebrand, sua moglie e Hans von Bülow, cartoline con illustrazioni del suo monumento funebre e della sua residenza, insieme a negativi e stampe di fotografie scattate nel 1959 dallo stesso Mauser (documentano l’abitazione fiorentina di Hillebrand nell’attuale Lungarno Vespucci , la sua tomba al cimitero evangelico degli Allori e altri luoghi hillebrandiani della città). Ai documenti depositati da Mauser si affiancano le copie di alcune corrispondenze recuperate in occasione della mostra del 1984 e provenienti da vari istituti che avevano collaborato all’esposizione: in questa circostanza sono giunte in archivio testimonianze da 12 carteggi (per una quarantina di documenti in totale) indirizzati da Hillebrand ad altrettanti destinatari.
Strumenti di ricerca: indice dattiloscritto dei corrispondenti (elenca sia i carteggi indirizzati a Hillebrand depositati da Wolfram Mauser che quelli di Hillebrand a vari destinatari recuperati da altri archivi) scaricabile in formato pdf, disponibile in sala consultazione l’elenco dattiloscritto del deposito Mauser.
Ruggero Jacobbi (Venezia 1921 - Roma 1981)
Esordisce giovanissimo nel panorama culturale con articoli (di critica cinematografica) su riviste come “Campo di Marte”, “Circoli” e “Maestrale”. Nel 1940 inizia la sua attività di regista al teatro GUF di Roma, collaborando poi per due anni con Anton Giulio Bragaglia al Teatro delle Arti. Alcuni anni più tardi, nel 1945, partecipa insieme a Giorgio Strehler e Paolo Grassi alla fondazione dello statuto del Piccolo Teatro di Milano. Nel 1946 parte per il Brasile dove rimarrà 14 anni prendendo parte attiva al rinnovamento del teatro brasiliano: scrive di critica teatrale sui principali quotidiani di San Paolo e Porto Alegre e sotto la sua guida viene istituito il primo corso di storia del teatro all’università di Rio Grande do Sul. Al suo ritorno in Italia (1960) continua l’attività giornalistica fondando la “Rivista italiana di drammaturgia” (1976) e quella di insegnante presso l’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico” (1971) che dirige dal 1974 al 1979. Viene nominato professore straordinario di Lingua e Letteratura brasiliana all’Università di Roma nel 1980. Ininterrotta la sua attività di traduttore, soprattutto dalla lingua portoghese, in questa veste ha contribuito in maniera decisiva a introdurre in Italia la conoscenza della letteratura brasiliana.
Contenuto del Fondo: i carteggi indirizzati a Jacobbi (insieme a un gruppo di sue minute), per l’ampio spettro dei corrispondenti (numerosi mittenti, per esempio, scrivono dal mondo latino-americano), confermano il vasto bacino di utenza di un uomo di cultura che ha spaziato tra più fronti e generi artistici; come pure i documenti (manoscritti e dattiloscritti, copioni teatrali e radiofonici, soggetti cinematografici, progetti di antologie, articoli di giornale, materiale vario a stampa ecc.) del suo laboratorio di critico, poeta, narratore, traduttore, teorico e scrittore di teatro, che non ha disdegnato sconfinamenti nel cinema e ha sfruttato tutti questi diversi linguaggi nell’allestimento di trasmissioni radiofoniche, testimoniano la facilità e naturalezza di espressione di un autore eclettico e metamorfico; all’archivio cartaceo si aggiungono una serie di registrazioni audio su musicassette e su altri nastri magnetici di trasmissioni radiofoniche e di lezioni e conferenze (tenute a corsi di aggiornamento per insegnanti o davanti ad altre platee); completa il Fondo una raccolta bibliografica formata in gran parte da monografie, periodici ed estratti con testi di Jacobbi, sue traduzioni, edizioni da lui curate.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto disponibile in sala consultazione e, in formato digitale, su cd-rom (allegato a Ruggero Jacobbi, Le rondini di Spoleto, con uno scritto di Anna Dolfi, Trento, La Finestra, 2001; insieme all’inventario curato da Francesca Polidori è presente, su questo supporto, la bibliografia degli scritti e una scelta di immagini); per una descrizione (accompagnata da un regesto) della serie della corrispondenza si veda Lettere a Ruggero Jacobbi. Regesto di un Fondo inedito con un’appendice di lettere, a cura di Francesca Bartolini, Firenze, Firenze University Press, 2006, per la trascrizione di una scelta delle registrazioni audio e un elenco (con la descrizione del loro contenuto) delle musicassette e delle bobine, si può consultare Ruggero Jacobbi alla radio. Quattro trasmissioni, tre conferenze e un inventario audiofonico, a cura di Eleonora Pancani, Firenze, Firenze University Press, 2007; elenco dattiloscritto della sezione bibliografica disponibile in sala consultazione. Descrizione di disegni e schizzi di mano di Jacobbi (conservati tra i documenti di archivio) nel data base del Servizio Conservazione.
Beniamino Joppolo (Patti, Messina 1906 - Parigi 1963)
Scrittore, drammaturgo, poeta e pittore; intellettuale antifascista, laureatosi in Scienze politiche a Firenze, dal 1954 si trasferisce a Parigi.
Contenuto del Fondo: autografi di Beniamino Joppolo, tra gli esemplari manoscritti e dattiloscritti in particolare sono rappresentati (con varie stesure) i testi delle sue opere teatrali e dei suoi romanzi (insieme a poesie e appunti sparsi); alcuni ritratti fotografici di Joppolo (insieme ai familiari o a colleghi e amici), 16 fotografie di suoi quadri, un dipinto a olio di mano di Joppolo e un disegno di Gino Gregori che ritrae l’artista siciliano; materiale bibliografico con libri di Beniamino Joppolo e pubblicazioni su di lui, piccola raccolta di articoli di giornale con recensioni o scritti in sua memoria.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo e inventario dattiloscritto disponibili in sala consultazione. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
de Larderel, Viviani della Robbia (famiglia, sec. XIX - XX)
Il ramo dei de Larderel rappresentato in archivio ha fra i principali esponenti Gastone e la moglie Marie Blanche Lefort d’Autruy. Maria Bianca Viviani della Robbia, loro discendente, donna colta e vivace, si occuperà attivamente di agricoltura e collaborerà a vari periodici, fra i quali “Il Marzocco”.
Contenuto del Fondo: la sezione ottocentesca (carte de Larderel-Mirafiore) comprende taccuini, album di fotografie, carteggi, oggettistica varia; l’archivio novecentesco raccoglie la ricca corrispondenza alla famiglia Viviani della Robbia, bozze di stampa, novelle e commedie, album di cartoline e di fotografie, effetti personali, nonché la biblioteca di Maria Bianca.
Strumenti di ricerca: schedari cartacei relativi alle due parti del Fondo, de Larderel e Viviani della Robbia; indici dattiloscritti dei corrispondenti (per ambedue le serie), corredati da una “Nota per la consultazione del Fondo” relativa alle carte de Larderel; schedario cartaceo (e catalogo a volume) della biblioteca (si veda la pagina descrittiva); schede sommarie per gli album di cartoline e di fotografie. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
“Il Lauro” (associazione culturale, 1948)
L’associazione ebbe fra i suoi esponenti Alessandro Bonsanti e Arturo Loria.
Contenuto del Fondo: corrispondenza e materiale vario, in parte a stampa (bozze, inviti etc.).
Strumenti di ricerca: schede cartacee disponibili in sala consultazione.
Dorothy Nevile Lees (Wolverhampton 1880 - Firenze 1966)
Scrittrice e giornalista, collaboratrice per anni di Edward Gordon Craig. Visse per quasi tutta la vita a Firenze, lavorando come corrispondente per quotidiani quali “The Times” di Londra e “The Christian Science Monitor” di Boston.
Contenuto del Fondo: manoscritti, appunti, taccuini, fotografie, corrispondenza e collezione di ritagli di suoi articoli a stampa. Il Fondo è collegato con le carte Craig presenti sia presso il nostro Archivio sia in altre Istituzioni.
Strumenti di ricerca: elenco di consistenza disponibile in sala consultazione; riordinamento e descrizione in corso (i dati attualmente inseriti sono ricercabili tra gli inventari on line).
“Letteratura” (rivista letteraria, 1937 - 1968)
Si tratta dell’archivio personale di Alessandro Bonsanti (Firenze 1904 - 1984), al quale lo scrittore ha dato il nome della più longeva rivista da lui fondata, particolarmente rappresentata nei documenti del fondo. Al Fondo “Letteratura” sono aggregate le carte di Carlo Emilio Gadda. Gli esordi letterari di Bonsanti sono strettamente legati all’ambiente culturale fiorentino, ed in particolare a “Solaria”. Alla rivista di Alberto Carocci, che tra il 1926 e il 1934 raccoglierà le voci di un giovane gruppo di letterati uniti da un programma di svecchiamento e allargamento delle prospettive letterarie nazionali, Bonsanti collaborerà attivamente, divenendone per un periodo anche condirettore. Terminata l’esperienza solariana, fonda nel 1937 una nuova rivista, “Letteratura”, a cui collaborano i nomi migliori della letteratura italiana del tempo. Nel maggio 1941 è nominato direttore del Gabinetto Vieusseux di Firenze, carica che manterrà per quasi quarant’anni. Nell’immediato dopoguerra (1945-1947) fonda e dirige con Eugenio Montale e Arturo Loria “Il Mondo”. I suoi primi libri di racconti, pubblicati nelle edizioni di “Solaria”, risentono di modi e suggestioni della contemporanea letteratura europea. A tale impostazione lo scrittore rimarrà fedele anche nelle opere successive. Nel 1975 ha inventato e fatto nascere presso il Gabinetto Vieusseux un nuovo contenitore, l’Archivio Contemporaneo, una istituzione che si proponeva uno scopo che allora suonava come pionieristico, quello di raccogliere e valorizzare la documentazione di personalità legate al mondo della cultura moderna e appartenenti ad ambiti disciplinari diversi (dalla letteratura all’arte, dal teatro alla musica, dalla storia all’editoria). Quando nel 1979 lascia la direzione del Gabinetto Vieusseux diventa il primo “conservatore” della nuova istituzione che dal 1984, anno della scomparsa, è intitolata alla memoria del suo fondatore. Dal 1983 fino alla morte ha ricoperto la carica di sindaco di Firenze.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Bonsanti (alle corrispondenze ricevute dallo scrittore fiorentino si aggiungono la raccolta di un gruppo di sue minute, i messaggi di congratulazione relativi alla elezione a sindaco di Firenze nel 1983 e la corrispondenza riguardante i progetti editoriali di pubblicazione di testi di Arturo Loria) e suoi manoscritti e dattiloscritti con varie stesure di romanzi, saggi e opere teatrali e poi recensioni, saggi, racconti, traduzioni e articoli di costume (tra cui quelli, dal caratteristico taglio bonsantiano, denominati “portolani”) integrati da materiale bibliografico come opuscoli, estratti e riviste dove sono pubblicati suoi testi; una sezione di manoscritti e carte varie contiene, oltre ad appunti di Bonsanti, testi anche di altri autori (sotto forma di manoscritti e dattiloscritti o di rari esemplari di fascicoli di periodici), tra cui significativi autografi di Arturo Loria, ma anche di Carlo Emilio Gadda e di Eugenio Montale; altra documentazione eterogenea si trova sparsa in forma miscellanea, tra cui documenti amministrativi relativi ai rapporti con la casa editrice Mondadori e alla sua attività di sindaco della città; si conservano anche traduzioni e romanzi di Marcella Del Valle, moglie di Alessandro Bonsanti. Tra la raccolta di materiale grafico e iconografico vanno segnalati ritratti fotografici di Alessandro Bonsanti, ripreso da solo o insieme ad amici e colleghi, e una collezione di una settantina tra disegni e dipinti. La biblioteca personale è ricca di 5700 titoli, la sua eccellenza è naturalmente rappresentata dalla copertura bibliografica della letteratura italiana del Novecento, a cui seguono sezioni di volumi in lingua originale (soprattutto francese e inglese) e i libri appartenuti ad Alis Levi; alle monografie si aggiunge una collezione di periodici.
Strumenti di ricerca: la descrizione aggiornata dei carteggi ricercabile tra gli inventari on line, mentre un indice sintetico dei mittenti è scaricabile in formato pdf; disponibili in sala consultazione altri strumenti di ricerca: un inventario dattiloscritto dei manoscritti delle opere e degli articoli di Alessandro Bonsanti e uno schedario cartaceo per altre tipologie di materiali (manoscritti di altri autori, fotografie); un catalogo manoscritto dei volumi e un indice dei periodici sono stati allestiti per la ricerca tra i materiali della biblioteca (si veda la pagina descrittiva). Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Nicola Lisi (Scarperia 1893 - Firenze 1975)
Trascorre la sua vita tra il paese natale e Firenze, dividendosi tra l’attività letteraria e l’impiego come geometra all’ufficio tecnico della Provincia del capoluogo toscano. Ventenne frequenta da “sprovveduto” i caffè letterari fiorentini e nel 1923 fonda con Piero Bargellini e Carlo Betocchi la rivista “Il calendario dei pensieri e delle pratiche solari”, sodalizio che si rinnoverà negli anni del “Frontespizio” (1929-1940). Tra i suoi titoli rammentiamo le Favole del 1933, i racconti di Paese dell’anima (1934) e testi che rimangono in bilico tra romanzo, diario, scrittura autobiografica e poemetti in prosa, come quelli del Diario di un parroco di campagna (1942), Amore e desolazione (1946), La mano del tempo (1965). Una sorta di testamento artistico rimane l’ultima fatica dello scrittore, Parlata dalla finestra di casa (1973).
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Nicola Lisi, autografi e bozze di stampa di suoi testi, a cui si aggiungono materiali preparatori, appunti di lavoro, note e scritti vari, carte e quaderni con note di diario, appunti, ricordi e una raccolta di articoli di Nicola Lisi insieme a recensioni sulle sue opere e su argomenti vari.
Strumenti di ricerca: la corrispondenza descritta in un inventario scaricabile dalla rete in formato pdf e interrogabile on line. Le altre serie del Fondo, oggetto di studio nell’ambito di un progetto di tesi di laurea, non sono al momento accessibili.
Gina Lombroso Ferrero (Pavia 1872 - Ginevra 1944)
Figlia dell’antropologo e criminologo Cesare Lombroso, trascorse la giovinezza e la prima maturità a Torino, dove il padre si era trasferito da Pavia nel 1876 per ricoprire la cattedra di medicina legale. La figura del padre, scienziato e pedagogo anticonformista, è stata senz’altro dominante nella sua formazione. Una relazione altrettanto importante per Gina è stata quella con Paola (1871-1954), la sorella maggiore con la quale ha intrattenuto per tutta la vita un legame costruito sulla complementarità e sulla reciproca dipendenza. Anche la madre, Nina De Benedetti, una donna austera e rispettosa delle tradizioni ebraiche, ha ricoperto un ruolo tutt’altro che trascurabile in famiglia, vista la funzione che ha saputo svolgere di riequilibrio delle teorie educative del padre. Un incontro è da sottolineare nella biografia delle due giovani donne, la conoscenza e la frequentazione di Anna Kuliscioff, la cui personalità avrà grande importanza sulle loro future simpatie socialiste e sull’impegno speso nelle iniziative di emancipazione femminile. In questo milieu (cementato da positivismo e incipiente socialismo) è logico che le due sorelle abbiano sviluppato una forte sensibilità per la “questione sociale”. Lo stretto legame con il padre è stato causa anche di contraddizioni, visto il contrasto tra la libertà di educazione concessa alle figlie e le teorie professate dallo scienziato sulla congenita inferiorità delle donne, conflitto che strideva anche con l’attivismo di Gina e Paola nelle associazioni femminili. Ambedue hanno prestato il loro aiuto al lavoro del padre la cui influenza è però stata decisiva soprattutto per la minore, mentre Paola (che nel 1899 aveva sposato Mario Carrara l’allievo preferito oltreché successore di Cesare Lombroso nella cattedra all’Università di Torino) ha saputo svincolarsi da questa eredità con maggiore autonomia, si è infatti dedicata alla pubblicistica e alla letteratura per l’infanzia, promuovendo iniziative filantropiche come il sistema delle “bibliotechine rurali” e la “casa del sole”. Più tiepide, rispetto a quelle di Paola, sono state anche le rivendicazioni femministe di Gina, che però non si è certo tirata indietro nell’affrontare il dibattito della questione femminile e i suoi testi sull’argomento hanno goduto di molte traduzioni e di una accoglienza internazionale di prim’ordine. Il suo temperamento più prudente si è manifestato anche in una minore fiducia nel progresso e nelle risorse dell’industrialismo. Dopo aver frequentato facoltà umanistiche è stata una delle prime donne a laurearsi in medicina diventando una stretta collaboratrice del padre e occupandosi di criminologia e psichiatria. Nel 1901 Gina aveva sposato lo storico e giornalista Guglielmo Ferrero (già collaboratore di Cesare Lombroso) e il matrimonio contribuisce ancora di più ad emanciparne la curiosità intellettuale e a rafforzarne l’impegno nei movimenti femminili e socialisti, anche se solo dopo la morte del padre riuscirà ad avere una vita privata completamente sganciata dal peso di questa influenza. La coppia viaggia in Europa, negli Stati Uniti e in Sud America, dove Guglielmo tiene lezioni e conferenze. Nel 1916 la famiglia Ferrero (con i figli Leo e Nina, nati rispettivamente nel 1903 e nel 1910) si trasferisce a Firenze dove trovano pronta accoglienza nella società internazionale della città, più lenta fu invece l’integrazione nel tradizionale mondo intellettuale fiorentino. Gina entra a far parte del “Lyceum”, un’associazione culturale femminile e fonda, insieme a Amelia Rosselli e Olga Monsani, l’Associazione Divulgatrice Donne Italiane (ADDI). All’avvento del fascismo i coniugi Ferrero sono da subito nel mirino della sorveglianza e della censura del regime e la tenuta di campagna, Villa Ulivello a Strada in Chianti, acquistata nel 1917, serve loro (almeno temporaneamente) da asilo dai soprusi, fino alla decisione di espatriare in Svizzera, dove a Guglielmo era stata offerta nel 1930 la cattedra di storia contemporanea presso l’Institut Universitaire de Hautes Études Internationales (IHUEI) di Ginevra. Casa Ferrero a Ginevra divenne subito un luogo di ritrovo per gli antifascisti e un centro di coesione dei rifugiati politici, mentre la casa editrice luganese Capolago, rilevata e diretta da Gina, rappresenterà un ulteriore punto di appoggio per la diffusione della cultura antifascista all’estero. Dopo la scomparsa nel 1933 di Leo Ferrero perito in un incidente stradale nel Nuovo Messico, Gina si è assunta il pesante onere di curare la memoria e le opere del figlio. Insieme al marito (scomparso nel 1942) morirà esule in Svizzera con il rammarico di non essere potuta rientrare nell’Italia di nuovo libera e democratica. Accanto a opere di carattere antropologico e criminologico, agli scritti sociologici e sulla questione femminile, nella sua bibliografia compaiono titoli di letteratura di viaggio e racconti per l’infanzia firmati talvolta con il nomignolo di “la mamma di Leo e Nina”. Ma da evidenziare è lo spirito con cui Gina si è messa al servizio della memoria del padre, del marito e dell’adorato Leo, il figlio prediletto, scrivendo monografie e curandone i testi.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Gina Lombroso da circa 1200 mittenti (elencati in un indice alfabetico) che ricostruiscono il ricco panorama di relazioni epistolari intrattenute da Gina con corrispondenti italiani e internazionali; accanto alle corrispondenze personali ce ne sono altre di natura professionale, come la documentazione sulle vicende editoriali dei libri pubblicati da Gina e i carteggi intrattenuti per la gestione della casa editrice Capolago, si conserva anche una piccola raccolta di lettere di Gina indirizzate a vari destinatari. Di Guglielmo Ferrero si conservano carteggi a lui indirizzati da mittenti vari e corrispondenza di natura editoriale, più alcuni suoi carteggi a vari destinatari. Più circoscritta la documentazione epistolare indirizzata, sempre da altri mittenti, a Cesare Lombroso e a Nina De Benedetti, a Paola Lombroso, a Nina e Leo Ferrero. La Serie delle corrispondenze familiari è stata descritta nella banca dati interrogabile on line e comprende all’incirca 4500 documenti, tra cui il consistente carteggio scambiato tra Gina e Paola Lombroso: si conservano sia le lettere indirizzate dalla primogenita a Gina (oggetto di studio in una tesi di laurea) che le risposte di quest’ultima alla sorella maggiore. Altri epistolari scambiati tra i vari membri familiari sono quello tra Gina e Guglielmo Ferrero e quello tra Gina e la madre Nina De Benedetti (con alcuni documenti firmati anche da Cesare Lombroso), anche in questi due casi sono documentate sia le missive indirizzate a Gina che le sue risposte. Numerosi sono i manoscritti di Gina Lombroso, relativi alla pubblicazione delle sue opere (effettivamente date alle stampe o solo abbozzate) o a documentazione di carattere privato come taccuini, quaderni con annotazioni diaristiche, appunti di lavoro, memorie, rubriche; alle sue carte personali vanno aggiunte quelle relative al materiale preparatorio raccolto in vista della pubblicazione di opere di Cesare Lombroso; sono inoltre presenti una limitata quantità di manoscritti di Guglielmo Ferrero, riguardante prevalentemente le lezioni universitarie tenute tra il 1938 e il 1940, ed altri manoscritti di natura eterogenea. Completa il fondo una raccolta di materiale a stampa con ritagli di giornale, recensioni, opuscoli ed estratti relativi alle attività dei vari componenti le famiglie Lombroso e Ferrero, dal 1880 al 1944; oltre a documentazione eterogenea (materiale pubblicitario, volantini ecc.) e a un gruppo di libri che raccoglie, in particolare, titoli di Gina e di Cesare Lombroso, oltre ad alcune edizioni della collana di Paola Lombroso (la serie “zia Mariù” di Paravia) con libri per bambini di Gina, Paola e di altri autori. Da segnalare anche la presenza di 2 rilievi in bronzo con ritratti di Gina e Guglielmo Ferrero, di un pastello (degli anni giovanili) e di un disegno a carboncino (datato 1935) raffiguranti Gina Lombroso.
Strumenti di ricerca: disponibili in sala consultazione l’inventario, con regesto, della corrispondenza di Paola Lombroso Carrara alla sorella Gina (frutto del lavoro di una tesi di laurea) e un elenco dei mittenti dei carteggi indirizzati a Gina Lombroso Ferrero da corrispondenti vari; descrizione dei carteggi familiari ricercabile tra gli inventari on line. Manca una inventariazione delle altre corrispondenze e della serie dei manoscritti. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Arturo Loria (Carpi 1902 - Firenze 1957)
Narratore, poeta, drammaturgo, nato a Carpi si trasferisce nel 1912 con la famiglia, di origine ebrea, a Firenze, dove compie gli studi liceali e dove, dopo la laurea in legge ottenuta all’Università di Pisa, rimane fino alla morte. Dal capoluogo toscano si allontana solo per brevi viaggi di studio o lavoro a Parigi e a New York. Collaboratore di importanti riviste letterarie fiorentine, come “Solaria” e “Letteratura”, sostenitore di un programma di internazionalismo culturale contro il provincialismo italiano, nel 1945 fonda con Alessandro Bonsanti e Eugenio Montale il quindicinale di cultura “Il Mondo”. Gli esordi letterari di Arturo Loria sono raccolti in Il cieco e la Bellona pubblicato nelle edizioni di “Solaria” nel 1928. Seguono Fannias Ventosca (1929) e La scuola di ballo (1932). Da segnalare il progetto di un romanzo di cui usciranno solo quattro capitoli, sotto lo pseudonimo di Alfredo Tittamanti, pubblicati su “Argomenti” nel 1941 col titolo Le memorie inutili. Nel 1957 escono postume Sessanta favole e, due anni dopo, a cura dell’amico Alessandro Bonsanti, sono pubblicate le poesie del bestiario.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Arturo Loria (a firma dello scrittore si conserva invece un gruppo di sue minute), manoscritti con oltre 450 esemplari di autografi loriani tra testi narrativi, teatrali e poetici, a cui si aggiungono circa 50 titoli di Bernard Berenson tradotti da Loria e una quindicina di testi di altri autori; una importante sezione del fondo è rappresentata dai diari personali dello scrittore, testimoniati da una ventina di documenti (che coprono gli anni dal 1933 al 1956) tra quaderni, agende, bloc-notes e fogli sciolti (l’accesso a questa tipologia di documenti è sottoposta a particolari vincoli e per la loro lettura è richiesta un’autorizzazione degli eredi della famiglia Loria); completano l’archivio sezioni di documenti personali con certificati e tessere di natura privata e amministrativa, una piccola raccolta di materiale a stampa che conserva ritagli di giornale, estratti, cataloghi e altre pubblicazioni a stampa con articoli su Arturo Loria e su argomenti vari, una collezione di fotografie con immagini dello scrittore. In altri fondi custoditi presso l’Archivio Contemporaneo si conserva documentazione di Arturo Loria. Al fondo eponimo vanno allora idealmente correlate le carte donate nel 1957 da Giorgio Piccardi a cui è intestata una piccola raccolta di documenti , quando il chimico e scienziato fiorentino affidò a Bonsanti, subito individuato come il curatore più affidabile della memoria dello scrittore da poco scomparso, alcuni testi di Loria (manoscritti o estratti da riviste) che gli erano stati regalati, accompagnati da dediche affettuose, dall’autore stesso. Nel fondo intitolato da Alessandro Bonsanti alla rivista “Letteratura” hanno invece trovato ospitalità alcuni autografi loriani (che si presentano sotto forma di stesure manoscritte o nelle vesti di esemplari a stampa), tra cui le poesie del bestiario la cui pubblicazione fu curata dallo stesso Bonsanti nel 1959, insieme ad articoli, “favole” e testi teatrali. Legata a questi testi è la presenza, sempre nel fondo “Letteratura”, di un nucleo omogeneo di corrispondenza che ha come filo conduttore gli scambi epistolari intrattenuti da Bonsanti (tra la fine degli anni ’50 e il 1961) in vista della realizzazione dei progetti editoriali riguardanti la pubblicazione di testi dell’amico scrittore. Mentre tra i manoscritti del fondo Ojetti si trova invece copia, tra il materiale destinato alla rivista “Pègaso”, di un racconto a firma di Loria intitolato Il muratore stanco.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto disponibile in sala consultazione e interrogabile on line. Descrizione di disegni e stampe (conservati tra i documenti di archivio) nel data base del Servizio Conservazione.
Romeo Lucchese (Treviso 1916 - Roma 1993)
Trascorre l’infanzia in Veneto, nella casa dei nonni a Treviso, e l’adolescenza a Genova dove frequenta il collegio dei padri Somaschi di Nervi. Nel 1932 si trasferisce a Roma dove studia pittura e segue saltuariamente le lezioni alla Scuola libera del nudo all’Accademia di Belle arti di via Ripetta. Nella capitale comincia a frequentare, soprattutto grazie a Pericle Fazzini (che lo ha accolto nella sua casa e al quale rimarrà legato da un intenso legame fatto di amicizia e di collaborazione artistica), gli esponenti del mondo artistico romano. Proprio da Fazzini, nel 1934, ha l’opportunità di conoscere Giuseppe Ungaretti, dal quale riceve consigli e incoraggiamenti alle sue prime prove liriche. Emanuele Cavalli, Franco Gentilini, Alberto Gerardi, Guglielmo Janni, Fausto Pirandello, Alberto Ziveri sono gli artisti che Lucchese incontra e apprezza in questi anni: i loro nomi chiamano in causa, come è intuibile, il cenacolo che gravita intorno alla Scuola romana (sulla quale, oltre a vari titoli sparsi, ha curato nel 1964 un catalogo di una mostra allestita alla galleria La Barcaccia di Roma). All’Accademia Romeo conosce anche Lila De Nobili, un amore coltivato durante tutta una vita (a lei dedicherà nel 1949 la prima raccolta di poesie) nonostante la lontananza che presto separerà Lucchese dalla futura scenografa e costumista. La lunga parentesi della guerra interromperà, oltre a una stagione degli affetti appena sbocciata, tutto un mondo di relazioni intellettuali. Il servizio militare costringerà infatti Lucchese a spostarsi prima a Ferrara, poi in Albania e in Grecia infine in Germania, prigioniero dal settembre del ’43 all’aprile del ’45. Nel frattempo la De Nobili nel ’43 si era trasferita in Svizzera e poi a Parigi, dove comincerà a disegnare per la moda e a lavorare come scenografa seppure rimanendo di stanza in Francia per importanti progetti del teatro e del cinema italiani. Romeo Lucchese ha mantenuto per tutti gli anni a venire uno scambio epistolare con lei, ma riuscirà a incontrarla solo in occasione dei suoi incontri a Parigi con letterati ed editori francesi, o quando lei stessa tornerà in Italia per il lavoro di costumista. Nel 1949 escono i versi di Pazienza e impazienza (Milano, Edizioni della Meridiana): la poesia di Lucchese, prendendo a prestito le parole di una sua “autopresentazione” (si legge nell’antologia Poeti a Roma 1945-1980, 1983), si può far rientrare in una linea che si evolve nel solco della tradizione letteraria e che prova a conciliare contenuto e forma (l’esempio forse più alto rimane la lezione della parola poetica ridotta ma non annichilita da Ungaretti alla sua estrema sintesi), ciò ha comportato il rifiuto della stagione degli sperimentalismi e delle avanguardie che a suo giudizio rispondono alla deriva della modernità aggiungendo caos a caos , considerate da Lucchese sterili formalismi alienanti. Suoi versi sono apparsi in alcune antologie degli anni ’50 (Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), a cura di Piero Chiara e Luciano Erba, Varese, Magenta, 1954 e La giovane poesia. Saggio e repertorio, a cura di Enrico Falqui, Roma, Colombo, 1956), ma dopo la prima raccolta del 1949 le sue poesie sono state pubblicate solo disperse tra giornali e riviste, l’unica occasione (anche se ridotta alle dimensioni minime di una plaquette) in cui Lucchese le ha presentate in forma più o meno unitaria è stato il libretto intitolato Pandemonio dato alle stampe per i tipi dei Quaderni di Piazza Navona nel 1978, esile raccolta in cui il disordine, lo scompiglio, il caos, sono quelli del nostro pianeta minacciato da inquinamento e armi di distruzione, e per il quale ci si augura una rinascita “ecologica” (nello stesso filone para-ambientalista si inserisce anche l’introduzione scritta per Fratello oceano di Folco Quilici, pubblicato dalla Minerva italica nel 1973). Nel secondo dopoguerra Lucchese non smette di occuparsi di arte scrivendo su varie testate (a partire dalla “Fiera letteraria” dove ricoprì il ruolo di critico recensendo le mostre romane dal 1949 al 1952) e curando cataloghi e monografie di alcuni degli amici più cari. A cominciare naturalmente da Fazzini: a firma di Lucchese è uscita la prima monografia sull’artista (Pericle Fazzini, Roma, Edizioni De Luca, 1952) e altri sono stati i suoi contributi scritti per l’amico, mentre è rimasto nel cassetto un ultimo lavoro che doveva concretizzarsi in una grande monografia, non completamente finita e rimasta incompiuta. Importante è stata anche la collaborazione di Lucchese con l’editore Luigi De Luca con il quale ha dato alle stampe libri d’arte su Alberto Ziveri nel 1952, Giovanni Brancaccio nel 1972, Emanuele Cavalli nel 1984. Con lo stesso editore ha collaborato dal 1957 come segretario di redazione di “Letteratura” (la rivista di Alessandro Bonsanti la cui 3ª serie stampata da De Luca si era inaugurata nel 1953), incarico ricoperto fino al termine della storia della testata che ha chiuso i battenti nel 1968, per poi riaprire (con la stessa squadra e con Lucchese a ricoprire il medesimo ruolo) sotto le insegne di “Arte e poesia” dal 1969 fino al 1971. Il rapporto con De Luca non è stato certo esclusivo e tra gli altri libri d’arte curati da Lucchese (oltre ai numerosi cataloghi di mostre) citiamo quelli dedicati a Guglielmo Janni (Belli e la sua epoca, Milano, Industrie grafiche C. Del Duca, 1967 e Guglielmo Ianni, Roma, Russo & Russo, 1972). Lucchese ha scritto di arte, letteratura e critica su molte altre riviste, come “Botteghe oscure”, “Carte d’Europa”, “Pesci rossi”, “Almanacco internazionale dei poeti”, “Inventario”, “Nuova rivista europea”, “Civiltà delle macchine”, “Prospetti” e “Piazza Navona”. È stato anche un valente traduttore, principalmente (ma non solo) dal francese. Con la cultura d’oltralpe il legame è stato particolarmente forte: alla RAI (a cui ha collaborato dal 1948 al 1975 curando programmi per la radio e la tv di poesia e di teatro con letture di testi da lui stesso tradotti) Lucchese ha tenuto diverse trasmissioni sui poeti francesi contemporanei, ha inoltre tradotto alcuni cataloghi delle mostre organizzate dall’Accademia di Francia a Roma (dove espongono David, Lorrain, Degas, Giacometti ecc.), ma soprattutto si è impegnato in una intensa attività di traduzione tanto da ricevere il titolo di “Chevalier de l’ordre des Arts et des Lettres” conferito dal Ministero della cultura francese. Più che le poesie personali, la più grande opera di Lucchese è stata proprio la traduzione (quasi esaustiva) da Saint-John Perse. Ha tradotto molto anche per il teatro (Paul Claudel, Molière, ecc.) più rare le traduzioni da testi narrativi. Dal versante della poesia anglosassone segnaliamo le versioni (uscite presso Garzanti) dal poeta religioso americano Thomas Merton.
Contenuto del Fondo: la corrispondenza consta di poco meno di 800 documenti epistolari indirizzati a Lucchese e provenienti da più di 200 mittenti; tra i vari carteggi si possono riconoscere i nomi di critici e scrittori, personalità legate al mondo dell’arte, corrispondenti stranieri, case editrici con cui ha collaborato e, infine, amici o parenti; oltre alla corrispondenza a lui destinata si conservano più di 350 minute di lettere scritte da Lucchese. Altri documenti epistolari, in particolare minute di Lucchese ma anche altre corrispondenze a lui indirizzate, sono presenti tra il materiale non ancora ordinato dei manoscritti vari (a cui evidentemente sono collegati per il contenuto e l’argomento trattato). Molto consistente la Serie dei manoscritti, dove si trovano autografi di poesie (se ne conserva un numero elevato di esemplari, relativi sia ai testi effettivamente dati alle stampe che ai versi finiti sommersi tra le carte d’archivio), testimoni delle traduzioni pubblicate (a cominciare dalle versioni da Saint-John Perse e Thomas Merton) e di quelle rimaste inedite (si tratta di manoscritti e dattiloscritti organizzati per materia dallo stesso Lucchese di una opera in fieri portata a conclusione solo in parte: per esempio non ha visto la luce una traduzione da Rimbaud, come rimarranno fermi a una fase di elaborazione l’idea di una antologia sulla poesia in Francia dal 1940 al 1980 e molti altri progetti mai pubblicati), testi di critica d’arte (riguardo a Fazzini innanzitutto: su di lui rimangono le tracce di una monografia che nelle intenzioni sarebbe dovuta essere “definitiva” e rimasta invece sulla carta insieme a molti altri materiali solo abbozzati) e altri documenti frutto di collaborazioni varie (come quelle ai libri di Folco Quilici ecc.). Tra il materiale iconografico si conservano un paio di ritratti di mano di Pericle Fazzini che raffigurano l’amico Romeo e alcuni disegni di altri autori, oltre a stampe e negativi di fotografie personali. Il materiale bibliografico è composto da una raccolta di libri e riviste in cui si trovano edizioni di e su Saint-John Perse (quelle tradotte da Lucchese o altre monografie sul poeta francese), la maggior parte dei testi che contengono poesie, articoli e traduzioni di Lucchese (monografie, estratti, cataloghi ecc.) e altra documentazione che copre le sue materie di interesse (arte, poesia ecc.).
Strumenti di ricerca: la descrizione della corrispondenza (con le missive indirizzate a Lucchese e le minute di quest’ultimo) ricercabile tra gli inventari on line, un indice dei mittenti scaricabile dalla rete in formato pdf, in sala consultazione disponibile un elenco di consistenza compilato al momento del deposito che descrive sommariamente le sezioni dei manoscritti, dei libri e delle riviste. Descrizione di disegni e stampe nel data base del Servizio Conservazione.
Oreste Macrí (Maglie, Lecce 1913 - Firenze 1998)
Critico letterario, si è occupato in particolare di letteratura contemporanea; negli ultimi anni si è mostrato attento soprattutto ai problemi metrici e fonosimbolici della poesia. Traduttore dei classici della letteratura spagnola e francese, è stato a lungo ordinario presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze.
Contenuto del Fondo: manoscritti, taccuini, agende, quaderni di lavoro, corrispondenza, biblioteca personale.
Strumenti di ricerca: inventario della corrispondenza, dei manoscritti di critica e di scrittura creativa e delle carte personali, consultabile in formato digitale su un cd-rom (allegato a Oreste Macrí, Esemplari del sentimento poetico contemporaneo, ristampa anastatica dell’edizione Vallecchi 1941, con una prefazione di Anna Dolfi, Trento, La Finestra, 2003); mentre l’inventario dei manoscritti di altri autori e dei cataloghi e degli inviti a mostre d’arte è memorizzato su un cd-rom incluso in Anna Dolfi, Percorsi di Macritica, Firenze, Firenze University Press o raggiungibile on line, in questo strumento di ricerca si può interrogare anche il catalogo della biblioteca personale (parzialmente accessibile anche nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux, per una scheda di introduzione generale alla biblioteca si veda la pagina descrittiva); disponibile in sala consultazione un inventario dattiloscritto dei carteggi dei corrispondenti spagnoli e latinoamericani o di ispanisti di altri paesi (per un inventario suppur incompleto ma arricchito dal regesto dei carteggi ispanici si veda anche Nives Trentini, Lettere dalla Spagna. Sugli epistolari a Oreste Macrí, Firenze, Firenze University Press, 2004 e la descrizione parziale compresa nel cd-rom del 2007). Descrizione di disegni e schizzi conservati tra i documenti di archivio, in gran parte di mano dello stesso Macrí (tra i ritratti presenti molti raffigurano gli amici e colleghi letterati), nel data base del Servizio Conservazione.
Mario Mafai (Roma 1902 - 1965), Antonietta Raphaël (Kovno 1895 - Roma 1975)
Pittore, Mafai, pittrice e scultrice Antonietta Raphaël: al loro sodalizio è da ricondurre la “Scuola di via Cavour”, il cenacolo artistico ospitato in casa Mafai. La vita di Antonietta fu contraddistinta dai molti viaggi, soprattutto nell’ultimo periodo.
Contenuto del Fondo: consistente carteggio tra Mario Mafai e Antonietta Raphaël; alcune lettere di Mario indirizzate alla figlie, Giulia, Simona e Miriam Mafai; quaderni, agende e diari personali appartenuti ai due artisti.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto disponibile in sala consultazione e interrogabile on line. Descrizione di disegni e schizzi, abbozzati a margine di lettere o biglietti e nei quaderni personali dei due artisti (per la maggior parte sono di mano di Antonietta Raphaël), nel data base del Servizio Conservazione.
Gianna Manzini (Pistoia 1896 - Roma 1974)
Gianna Manzini nasce a Pistoia da una famiglia medio borghese, che presto si divise a causa dell’allontanamento del padre, impegnato prima nelle lotte anarchiche e poi mandato in esilio da Mussolini. Gianna segue la madre a Firenze dove studia all’Università e si laurea in letteratura. All’età di 32 anni pubblica il suo primo romanzo, Tempo innamorato. Nel 1933, dopo la fine del suo matrimonio con il giornalista Bruno Fallaci, si trasfersce a Roma e tale spostamento segnò una nuova fase nella sua carriera. Nella capitale inizia una collaborazione professionale e personale, durata tutta la vita, con il critico letterario Enrico Falqui. Tra le sue opere segnaliamo La sparviera (1956) e Ritratto in piedi (1971), in cui la scrittrice descrive il suo rapporto con la figura paterna.
Alis Levi nasce a Manchester da Olga Bondi e da Davide Cabessa (la figura del padre probabilmente il capo di una tribù berbera rimane avvolta nel mistero). Con la madre si trasferisce a Parigi, dove Olga sposa un banchiere di origine italiana, Felice Vivante. Dopo aver concluso i propri studi in un collegio inglese per fanciulle, Alis segue i corsi dell’“Ateliér chez Julian”. Soltanto il patrigno asseconda le sue aspirazioni artistiche e le consente di frequentare gli studi dei pittori dell’avanguardia parigina. Alla morte di Vivante, riprendono i contrasti con la madre, così Alis preferisce sposarsi con un giovane ufficiale della marina italiana che la porterà a vivere in Italia, prima a Napoli, poi a La Spezia. Nel 1908 avviene l’incontro più importante della sua vita con l’affermato pianista Giorgio Levi. Nel 1921, dopo l’annullamento del primo matrimonio, si sposano a Fiume. La loro casa di Venezia è un salotto ricercato del mondo artistico. Nei primi anni Trenta Alis Levi si trasferisce a Monaco, dove il marito segue corsi di perfezionamento, mentre lei continua a dipingere. Durante la guerra la pittrice trova rifugio prima a Cortina d’Ampezzo, poi a Roma. Alla fine delle ostilità partecipa a varie edizioni della Quadriennale di Roma e della Biennale di Venezia. La coppia si ritira definitivamente a Cortina e la loro casa riprende ad essere il luogo d’incontro per amici e artisti fino alla morte di Giorgio Levi, nel 1971, e di Alis nel 1982.
Contenuto del Fondo: il Fondo è costituito in gran parte dal carteggio scambiato tra Alis Levi e Gianna Manzini, in particolare sono conservate le lettere spedite da quest’ultima all’amica pittrice e un nucleo di minute di Alis Levi indirizzate alla scrittrice pistoiese; si aggiungono poi un gruppo di documenti epistolari inviati alla Manzini e ad Alis e Giorgio Levi da parte di vari mittenti e alcune lettere della scrittrice rivolte ad altri destinatari; completano il Fondo una raccolta di fotografie che ritraggono soprattutto Gianna Manzini (da sola, insieme ad Alis e Giorgio, accanto ad altri personaggi e con gli amati gatti), un testo dattiloscritto di Alis Levi, una piccola raccolta di ritagli di giornale con articoli sulla Manzini. Nel 1975, precedentemente al deposito del Fondo, Alis Levi aveva donato al neonato Archivio Contemporaneo un ritratto della Manzini da lei eseguito a tempera e pastello; una sezione di libri appartenuti ad Alis Levi è invece conservata nella biblioteca di Alessandro Bonsanti del Fondo “Letteratura”.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo disponibile in sala consultazione. Descrizione del ritratto nel data base del Servizio Conservazione.
Fosco Maraini (Firenze, 15 novembre 1912 8 giugno 2004)
Etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta italiano.
Laureatosi in scienze naturali, ed attratto fin da giovanissimo dalle culture orientali, compie al seguito di Giuseppe Tucci la sua prima spedizione in Tibet nel 1937, come fotografo professionista.
Ottenuta nel 1938 una borsa di studio che lo conduce in Hokkaido, compie i suoi primi studi antropologici sulla popolazione degli Ainu; si trasferisce quindi l’anno dopo a Sapporo, come borsista ed assistente universitario, poi a Kyoto, come lettore di lingua italiana, insieme alla moglie Topazia Allliata e alle figlie, fino al 1943, quando, accusato di antifascismo, viene internato insieme alla famiglia nel campo di Tempaku, presso Nagoya. Soltanto nel 1946 torna in Italia, dove continua ed incrementa la sua attività di documentarista , scrittore e fotografo, alternando i suoi viaggi in Giappone - è di nuovo in Tibet al seguito di Tucci nel 1948 - con soggiorni in Inghilterra e nel sud-est asiatico, non trascurando di partecipare ad altre spedizioni alpinistiche. Nel 1958 viene invitato dal Club Alpino Italiano alla spedizione nazionale al Gasherbrum IV nel Karakorum, mentre l’anno successivo guida la cordata italiana al Picco Saraghrar nell’Hindu-Kush.
Professore di lingua e letteratura giapponese dal 1972 al 1983 presso la facoltà di Magistero dell'Università di Firenze, è stato fondatore e presidente, fino alla sua morte, dell'Associazione italiana per gli studi giapponesi (Aistugia).
Tra le sue opere più importanti, testimonianti le numerose esperienze di viaggio , le spedizioni alpinistiche e il costante interesse antropologico , ricordiamo Dren-Giong (1939); Gli iku-bashui degli Ainu (1942); Segreto Tibet (1951); Ore Giapponesi (1956); Gasherbrum IV. Baltoro, Karakorum (1959); L’isola delle pescatrici (1960); Paropàmiso (1963); Jerusalem, Rock of ages (1969); Japan. Patterns of continuity (1971); Incontro con l’Asia (1973); L'àgape celeste (1995); Gli ultimi pagani (1997); Gnosi delle fànfole (versi, 1994) e Nuvolario (1995), testi dove inaugura una sorta di linguaggio “metasemantico”; Case, amori, universi , autobiografia in forma di romanzo (1999).
Contenuto del fondo: oltre 100.000 fotografie, in corso di catalogazione, tra negativi in bianco e nero , diapositive a colore e rare stampe; consistente nucleo epistolare, a carattere generale, familiare ed editoriale, con carteggi indirizzati a Fosco Maraini e numerose minute di risposta; corrispondenza inserita dall’autore stesso in fascicoli tematici relativi a incarichi, mostre fotografiche, eventi vari, con altri materiali complementari; carte relative al suo archivio di lavoro, comprendenti manoscritti di volumi, articoli, contributi in volume, testi di conferenze, lezioni universitarie, recensioni, interviste; documentazioni relative al suo archivio privato, costituite da atti e documenti personali e familiari, carte scolastiche, agende, disegni, documentazioni relative all’infanzia e alla prima giovinezza, taccuini con annotazioni diaristiche; pubblicazioni a stampa, consistenti nella quasi totalità dei volumi delle opere di Maraini, degli scritti contenuti in periodici, in estratto o in ritaglio, recensioni ai suoi lavori, cataloghi di mostre, nonché un piccolo nucleo di circa un centinaio di opere di altri autori e alcune pubblicazioni in lingua giapponese.
La biblioteca orientale, consistente in circa 9.000 volumi è invece conservata nella Sala Maraini a Palazzo Strozzi, accessibile tramite catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux, insieme alla piccola sezione di volumi ‘Vieusseux-Asia’, costituita dai nuovi acquisti.
Strumenti di ricerca: elenco unitario inventariale delle immagini fotografiche, la cui catalogazione informatica è in corso: circa 2.000 immagini già digitalizzate e consultabili on line sul sito business della Fratelli Alinari che gestisce i diritti d’autore di tutta la fototeca ( http://www.alinariarchives.it/internal/home.aspx;); elenco di consistenza dei mittenti in ordine cronologico, in corso di suddivisione per ordine alfabetico; elenco sommario di consistenza dei manoscritti e delle documentazioni di carattere personale, in corso di ulteriore riordinamento finalizzato, come per la corrispondenza, alla catalogazione informatica; elenco descrittivo delle pubblicazioni a stampa, presente, come gli altri elenchi, in sala di consultazione.
Angelo Marchese (Genova 1937 - Firenze 2000)
Dopo aver frequentato nella sua città natale il Liceo classico Doria ha proseguito gli studi umanistici iscrivendosi a Lettere classiche all’Università di Genova, laureandosi in storia romana nel 1962. Ha insegnato italiano e latino in scuole genovesi (tra le varie sedi di lavoro è stato in carica dal 1970 al 1978 al liceo Colombo, dove ha lasciato un ricordo ancora oggi molto vivo nei suoi allievi di allora) e liguri, nel 1978 si è trasferito a Firenze, dove ha insegnato in licei cittadini fino al 1998. Alcune generazioni di studenti hanno avuto occasione di apprezzarne le doti professionali e umane e il suo ruolo negli istituti dove ha ricoperto l’incarico di docente ha travalicato quello di semplice insegnante. Negli anni Sessanta, a Genova, ha collaborato alla rivista di ispirazione cattolica “Il Gallo”, partecipando al fervido dibattito sul Cristianesimo negli anni del Concilio. Come critico letterario è stato attento alle tendenze più aggiornate di matrice strutturalista e consapevole manovratore degli strumenti messi a disposizione dalla semiologia, senza però mai rinunciare a uno stile divulgativo. Si è occupato in particolare di autori come Manzoni e, soprattutto, di Eugenio Montale, una associazione dettata dalla comune origine ligure ma sviluppata secondo strade per niente scontate.
Contenuto del Fondo: 10 lettere di Eugenio Montale comprese tra il 1973 e il 1979 edite in una monografia dedicata al poeta genovese (A. Marchese, Amico dell’invisibile. La personalità e la poesia di Eugenio Montale, Torino, SEI, 1996; nuova ed. a cura di Stefano Verdino, Novara, Interlinea, 2006), alcune minute di Marchese indirizzate a Montale (il carteggio tra i due corrispondenti, tranne una lettera di Montale conservata sigillata, pubblicato in “Le sono grato”. Lettere di Eugenio Montale e Angelo Marchese (1973-1979), a cura di S. Verdino, Genova, San Marco dei Giustiniani, 2002) e 2 lettere di Italo Calvino datate 1973 e 1982 edite in L’enigma Manzoni. La spiritualità e l’arte di uno scrittore “negativo”, a cura di A. Marchese, Roma, Bulzoni, 1994. Ai carteggi si è aggiunta la donazione di un nucleo librario con volumi di critica e linguistica di Angelo Marchese, esemplari di testi da lui curati, edizioni delle corrispondenze con Montale e Calvino, fino alle monografie uscite su di lui nel 2010 (Per Angelo Marchese. Saggi, testimonianze, ricordi, a cura di Isa Morando e Stefano Verdino, Novi Ligure, Città del silenzio edizioni e Un angelo alla mia cattedra. Angelo Marchese nelle testimonianze di alunni e colleghi di Genova e Firenze, Genova, Associazione “Amici del Colombo”).
Strumenti di ricerca: elenco dei documenti epistolari (ai quali segue una lista dei libri che sono stati donati insieme alle carte) scaricabile in formato pdf, la descrizione dei libri consultabile anche nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux.
Clotilde Marghieri (Napoli 1897 - Roma 1981)
Comincia a scrivere nel 1935, pubblicando elzeviri su vari quotidiani, tra cui “Il Corriere della Sera”, “Il Mondo”, “Il Mattino”, “La Nazione”. Dopo gli anni del collegio trascorsi a Firenze torna a Napoli e si sposa con Gino Marghieri. Lasciata l’abitazione napoletana per la campagna, si trasferisce alle pendici del Vesuvio, presso Torre del Greco. Dal 1939, per motivi connessi con l’educazione dei suoi due figli, si trasferisce a Roma, alternando i soggiorni nella capitale con i ritorni nella villa campana a cui dovrà rinunziare nel 1963. Il suo primo libro, Vita in villa, esce nel 1960. Seguono Le educande di Poggio Gherardo (1963), poi ripubblicato (1972) col titolo Le educande, Il segno sul braccio (1970), Amati enigmi (1974).
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati alla scrittrice da oltre 430 mittenti, a cui va aggiunta una consistente sezione di sue minute o copie in carta carbone di documenti epistolari indirizzati a vari destinatari, raccolti e conservati dalla stessa Marghieri; carteggio scambiato con Bernard Berenson (si conserva sia la corrispondenza ricevuta dalla scrittrice che in originale le sue risposte), complessivamente si tratta di quasi 1000 documenti epistolari, in parte pubblicati in Bernard Berenson - Clotilde Marghieri, Lo specchio doppio. Carteggio 1927-1955, Milano, Rusconi, 1981 (per l’edizione inglese si veda A Matter of Passion. Letters of Bernard Berenson and Clotilde Marghieri, Berkely, University of California Press, 1989). Tra le corrispondenze presenti inoltre tracce di carteggi familiari con epistolari diretti a Clotilde Marghieri o da lei scritti a familiari e conoscenti. Nella serie dei manoscritti e dei dattiloscritti di lavoro si trovano testimoni di testi e articoli della scrittrice, insieme a carte sciolte o a blocchi con annotazioni personali e a un album di ritagli a stampa con correzioni e varianti autografe utilizzato da Clotilde Marghieri per l’allestimento di Vita in villa (1960). Di natura più intima una serie di più di 50 quaderni con appunti di lettura o annotazioni di carattere diaristico. La rassegna stampa contiene i suoi articoli di giornale, conservati in forma di ritaglio a stampa o all’interno di fascicoli completi di periodici, e articoli e recensioni su di lei e sui suoi libri, insieme a una raccolta di ritagli su vari argomenti (tra cui una miscellanea dedicata a Bernard Berenson). Completa il fondo una piccola sezione libraria con alcune edizioni di testi della scrittrice (come Vita in villa, Amati enigmi, Le educande, Lo specchio doppio) e titoli monografici su di lei.
Strumenti di ricerca: inventarioHYPERLINK "http://www.vieusseux.fi.it/inventari/marghieri.pdf" scaricabile dalla rete informato pdf. Sezione bibliografica schedata nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux.
Quinto Martini (Seano, Prato 1908 - Firenze 1990)
Di formazione autodidatta, trovò in Ardengo Soffici, frequentato personalmente nella vicina Poggio a Caiano, una guida capace di accompagnarlo nel suo percorso di formazione: fu lo stesso Soffici, infatti, che lo tenne a battesimo in occasione di una mostra collettiva, tenuta a Firenze nel 1927 sotto gli auspici della rivista “Il Selvaggio”, e ne curò la prima personale poco più di 10 anni dopo. La scultura ha rappresentato il mezzo espressivo a cui Martini è rimasto ininterrottamente fedele, ma si è esercitato anche nella pittura e nella grafica, come pure non ha disdegnato di contribuire, con pacati (come nel suo stile) interventi critici, al dibattito artistico sulla scultura antica e moderna. Ci ha anche lasciato alcune rare prove narrative, in cui si coglie il gusto e il colore della sua persona e della sua arte: la semplicità e la perizia tipica degli artigiani della campagna toscana. Il legame con il paese natale è stato rinsaldato, dopo che la sua vita artistica si è svolta con continuità a Firenze (tranne una breve parentesi torinese), con l’allestimento, grazie a una sua donazione di 36 sculture, di un “Parco Museo”, un suggestivo “spazio aperto” inaugurato a Seano nel 1988.
Contenuto del Fondo: sculture (per la maggior parte in gesso, alcuni esemplari in bronzo e cemento), raffiguranti scrittori e artisti (con l’eccezione di don Giulio Facibeni) del Novecento, che costituiscono una autentica galleria della memoria in cui trovano posto i protagonisti, compagni di strada dello stesso Martini, di una felice stagione culturale. Tra gli altri, sono infatti presenti i ritratti di Alessandro Bonsanti, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Carlo Betocchi, Luigi Dallapiccola, Carlo Levi, Aldo Palazzeschi, Nicola Lisi, Ardengo Soffici; oltre ai busti, della donazione fanno parte alcune sculture, in cui Martini continua a cimentarsi, questa volta senza un volto noto da ritrarre, nello studio della figura umana; completano il Fondo una serie di disegni ritraenti Montale (colto in un vero e proprio piccolo “ciclo”) e Gadda (ma schizzi anche di Giacomo Devoto e Bruno Migliorini) e una raccolta di fotografie riproducenti sculture e quadri.
Strumenti di ricerca: descrizioni delle opere d’arte nel data base del Servizio Conservazione.
Michelangelo Masciotta (Casacalenda, Campobasso 1905 - Firenze 1985)
Forte di una sicura vocazione all’arte e alla scrittura, arriva giovanissimo dal Molise nella Firenze tra le due guerre, studente della Facoltà di Lettere del capoluogo toscano. Pubblica in rivista le prime prove fin dal 1924, brevi testi narrativi e scarne poesie, e la prima raccolta di racconti esce di lì a poco, nel 1928. A partire dal 1930, insegna materie letterarie e artistiche in scuole superiori di varie città italiane (Volterra dal cui soggiorno prenderà spunto per Diego e Ghiandaia, un romanzo che pubblica nel 1935 , Fiume, Sorrento, Livorno). Dal 1938 insegna storia dell’arte al Liceo artistico di Firenze, incarico che ricopre fino al 1959, mentre dal 1960 al 1975 è titolare della cattedra di storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti. Sempre a Firenze ha tenuto corsi di storia dell’arte in Università straniere e, tra il 1979 e il 1984, uno di terminologia artistica all’Università internazionale dell’arte (sulla lessicografia di genere Masciotta ha offerto agli studiosi uno strumento importante come il Dizionario di termini artistici). La scrittura lirica, narrativa, fiabesca si alterna alla critica d’arte, i cui titoli (apparsi su riviste, cataloghi di mostre, monografie) si infittiscono a partire dal 1940, anno in cui esordisce sulla bonsantiana “Letteratura” e pubblica una monografia su Rosai. Con Alessandro Bonsanti, Masciotta ha condiviso un’amicizia durata mezzo secolo, collaborazione coltivata nelle sale del Gabinetto Vieusseux, diretto da Bonsanti dal 1941. Masciotta scrive sulle riviste fondate e dirette dall’amico scrittore, a partire dalla prima serie di “Letteratura” (fino al 1946), a “Il Mondo” e “Il Mondo contemporaneo” nell’immediato dopoguerra, e ha fatto parte delle redazioni di “Letteratura /Arte contemporanea” (1950-1951) e della seconda serie di “Letteratura” (1953-1968). La firma del critico militante la ritroviamo in numerosi altri periodici o a introduzione di cataloghi e brochure. Tra gli autori prediletti figura sicuramente il nome di Kokoschka, sulla cui opera Masciotta licenzia la prima monografia uscita in lingua italiana (Disegni di Kokoschka, Firenze, Parenti, 1942), capitolo iniziale di una riflessione personale a cui si sono aggiunti altri saggi e monografie (alla consuetudine della ricerca ha fatto seguito anche una conoscenza personale e lo scambio di un carteggio con l’artista della Secessione viennese). La voce del critico non ha però spento quello del narratore e del poeta (anche quando scrive per “mestiere”, Masciotta è stato definito “scrittore di cose d’arte”), la pubblicazione della raccolta di poesie intitolata Sensi e paesi (Mondadori, 1975) corona quindi un lungo cammino letterario.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Michelangelo Masciotta, il destinatario, con poche eccezioni, delle missive (solo in pochi casi spedite in qualità di direttore delle riviste di cui Masciotta curava la critica d’arte a Alessandro Bonsanti), è presente anche uno scarno numero di sue lettere (minute o copie) indirizzate a vari destinatari; a questo nucleo principale si aggiungono altre sezioni: una piccola raccolta di testi critici dello stesso Masciotta (fotocopie di alcuni manoscritti o dattiloscritti su Luigi Bartolini e Giorgio Morandi), una rassegna stampa dedicata a Vittorio Sereni e una raccolta fotografica di opere d’arte; in appendice al Fondo si conserva documentazione bibliografica sciolta (un paio di monografie e alcune collezioni di riviste).
Strumenti di ricerca: inventario scaricabile dalla rete in formato pdf e sotto forma di data base interrogabile on line; elenco delle riviste disponibile in sala consultazione.
Ferruccio Masini (Firenze 1928 - 1988)
Germanista e scrittore. Docente negli atenei di Arezzo, Parma e Siena, poi presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze dove ha insegnato Lingua e Letteratura tedesca. A partire dagli studi di autori prediletti e da lunghi soggiorni in Germania l’itinerario personale di Masini è contraddistinto da una lunga fedeltà alla cultura tedesca, con attenzione particolare al periodo e ai nomi che della modernità hanno evidenziato la decadenza e la crisi. Esemplari sono gli autori con i quali ha intessuto un colloquio serrato e mai più scaduto: Nietzsche, Gottfried Benn, Karl Jaspers, Paul Celan, E.T.A. Hoffmann, Kafka. La traduzione (in particolare si segnalano alcuni titoli dell’opera di Nietzsche) e la cura dei loro testi (alla lista di nomi vanno aggiunti quelli di Hermann Hesse, Novalis, Schlegel, Pascal) infittiscono una bibliografia già ricca di prove autonome. La produzione creativa di Masini rispecchia interessi molteplici e spazia dalla poesia, alla narrativa, alla precisione e secchezza dell’aforisma, alla critica letteraria e d’arte. La voglia di sperimentare si è tradotta in numerosi testi drammaturgici (è stato anche presidente del Centro per la ricerca e la sperimentazione teatrale di Pontedera) e nella produzione pittorica (siglata con lo pseudonimo di Salins).
Contenuto del Fondo: corrispondenza, manoscritti e varie stesure di testi di Masini o da lui curati, schede e appunti di lavoro, taccuini, dispense di lezioni universitarie, rassegna stampa con i suoi contributi apparsi su periodici e volumi collettivi, articoli e recensioni sulla sua opera.
Strumenti di ricerca: descrizione di tutte le serie del Fondo (corrispondenza, scritti di Masini e di altri autori, documentazione personale, carte varie) ricercabile tra gli inventari on line.
Enrico Mayer (Livorno 1802 - 1877)
Si è interessato in particolare di educazione e pedagogia, sotto la cui matrice rientra ad esempio la sua collaborazione all’“Antologia” di Giovan Pietro Vieusseux, sulla cui rivista scrisse anche di questione ellenica, rapporti con il mondo culurale tedesco, recensendo inoltre i testi appena usciti di Alessandro Manzoni. Nel solco dell’attenzione ai problemi dell’istruzione si inseriscono anche i contributi ad un altro organo del liberalismo e del pedagogismo toscano, la “Guida dell’educatore” di Raffaello Lambruschini. Come pure i suoi molti viaggi in giro per l’Europa (durante i quali entrò in contatto con personaggi di rilievo, tra cui Giusppe Mazzini) sono motivati dalla volontà di osservazione e di studio di altri modelli pedagogici (i suoi scritti sull’argomento li riunirà in Frammenti di un viaggio pedagogico, 1867). Vicino alle posizioni liberali, seppure sempre più orientato verso il partito dei moderati, fu arrestato a Roma dalla polizia papalina per sospette attività rivoluzionarie e partecipò con entusiasmo come volontario nel 1848 alla prima guerra d’indipendenza. La delusione per l’esito della battaglia sul campo e per la deriva populista dei moti di piazza lo spinse a rifiutare incarichi pubblici e ad auspicare una via moderata, l’unica che secondo lui poteva garantire un successo, per la soluzione della causa nazionale. Risultato della sua passione per la letteratura italiana (oltreché omaggio alla memoria per la sua patria di adozione) è stata la raccolta, messa in piedi insieme ad altri complici come Pietro Bastogi, di una collezione di autografi di Ugo Foscolo di cui, con la collaborazione di Francesco Silvio Orlandini, ha curato la pubblicazione di vari testi delle opere.
Contenuto del Fondo: tra le corrispondenze che si conservano nel fondo, il blocco principale è costituito dal carteggio indirizzato da Carlo Torrigiani a Enrico Mayer: questa corrispondenza abbraccia gli anni compresi tra il 1834 e il 1849, i temi toccati vertono per lo più sui problemi dell’educazione e delle scuole del Granducato, nonché sulla situazione culturale fiorentina, con vari riferimenti all’attività del Gabinetto Vieusseux; tra gli altri documenti epistolari si trovano una missiva di Mayer a Giovan Pietro Vieusseux (1840) e una lettera di quest’ultimo destinata all’amico e collaboratore, 12 lettere (datate tra il 1822 e il 1859) di Mayer ad Angelica Palli (nota per la sua attività di improvvisatrice di poesie e tragedie), alcune missive indirizzate a Mayer da G. Torrigiani (1842), una minuta di una lettera a Celso Marzucchi (1848) e una lettera di Mayer forse destinata a Cosimo Ridolfi (1847). Altre tipologie documentarie chiamano in causa appunti e testi di Enrico Mayer, tra cui un abbozzo di un suo scritto sui Promessi sposi, una statistica sulle scuole livornesi di mutuo insegnamento, bozze, prove di stampa e un testo manoscritto per il proemio al primo numero dell’“Antologia” del 1833, quella che doveva essere la tredicesima annata della rivista e che invece, sequestrato il fascicolo, ne segnò la soppressione; conclude il fondo una copia dell’edizione dei Versi di Giuseppe Giusti (stampati a Livorno nel 1844) con dedica a Mayer e appunti autografi dell’autore.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto disponibile in sala consultazione.
Guido Mazzoni (Firenze 1859 - 1943)
Studioso di Storia della Letteratura italiana, ordinario presso l’Università di Padova e l’Istituto di Studi Superiori di Firenze. Fu presidente dell’Accademia della Crusca.
Contenuto del Fondo: lettere a Giuseppe Guidetti, a Flaminio Pellegrini e ad altri destinatari.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo disponibile in sala consultazione.
Eugenio Montale (Genova 1896 - Milano 1981)
Poeta, si trasferì nel 1927 a Firenze per lavorare presso l’editore Bemporad; ebbe stretti contatti con il gruppo di “Solaria”, collaborando quindi a “Letteratura”. Dal 1928 fu direttore del Gabinetto Vieusseux, incarico che dovette lasciare dieci anni dopo perché non iscritto al partito fascista. Nel 1948 si trasferisce a Milano, come redattore del “Corriere della Sera”. Nel 1975 riceve il premio Nobel.
Contenuto del Fondo: onorificenze, compreso il premio Nobel, lasciate per legato testamentario.
Strumenti di ricerca: elenco dattiloscritto disponibile in sala consultazione.
Giuseppe Montanelli (Fucecchio 1813 - 1862)
Uomo politico, scrittore, patriota. Ferito a Curtatone, nel 1849 fu a capo del Governo provvisorio toscano. Dopo un esilio a Parigi durato dieci anni, durante il quale scrisse le Memorie, tornò in Italia per partecipare alla guerra del 1859.
Contenuto del Fondo: manoscritti, lettere, documenti, fotografie, opuscoli, raccolti in gran parte da Laura Cipriani Di Lupo Parra, che gli fu compagna e moglie. In appendice si trovano lettere al patriota o alla moglie acquisite separatamente: fra queste alcune di G.P. Vieusseux .
Strumenti di ricerca: inventario a stampa, a cura di C. Del Vivo (Firenze, tip. Mori, 1988).
Lina Moro (Neully-sur-Seine 1905 - Firenze 1984)
È nata in Francia ma ha sempre vissuto a Firenze, tranne per l’intervallo degli anni delle persecuzioni razziali e della seconda guerra mondiale. Si è laureata in filologia classica nel 1929 all’università di Firenze e ha partecipato in quegli anni alla vita della comunità ebraica cittadina, visitando per la prima volta Israele nel 1933. Ma è dopo la pausa dolorosa della guerra che approderà, al termine di un solitario percorso interiore, alla pubblicistica e alla scrittura in versi. Collabora con riviste come “Israel” e “La Rassegna mensile d’Israel” ed esordisce nel 1952 con una piccola raccolta di poesie introdotte da Angiolo Orvieto (stampate a Città di Castello nel 1952). Scanditi da lunghe pause di riflessione escono negli anni successivi altri suoi testi: Un’anima, con introduzione di Raoul Villedieu (Genova, casa editrice Liguria, 1956), Lontana favola (Genova, case editrice Liguria, 1961), Intorno alla luce, con una prefazione di Mario Donadoni (Firenze, Il fauno editore, 1972), fino alla raccolta postuma Lina Moro. Poesie in eredità (Firenze, La giuntina, 1984).
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Lina Moro (un centinaio di documenti epistolari conservati nella Serie specifica, mentre stralci da varie corrispondenze si trovano anche in altre sezioni del fondo). Gli scritti in prosa raccolgono una copia della tesi di laurea discussa nel 1929 all’università di Firenze, manoscritti e dattiloscritti di saggi e prose, quaderni con appunti vari e note di carattere diaristico (e il testo di alcune poesie), ritagli di giornali con articoli a sua firma (in particolare si segnalano gli scritti su Angiolo e Laura Orvieto, sulla storia della civiltà ebraica, sulle persecuzioni razziali, su Israele). Le poesie sono testimoniate da dattiloscritti, bozze e copie delle raccolte di versi pubblicate da Lina Moro: le Liricheintrodotte nel 1952 da Angiolo Orvieto e estratte da “La Rassegna mensile d’Israel”, le poesie di Un’anima(1956), i versi e i poemetti in prosa di Lontana favola(1961), le liriche di Intorno alla luce(1972), fino alla plaquette postuma raccolta dalla sorella Lucy, Lina Moro. Poesie in eredità(1984); agli esemplari delle raccolte uscite in volume si affianca materiale (appunti, stralci da alcune corrispondenze, recensioni) relativo alla nascita, alla pubblicazione e alla accoglienza di questi libretti (come per esempio i contributi di Angiolo Orvieto, che ha incoraggiato per primo l’attività poetica di Lina Moro); molti anche i quaderni, gli appunti, i fogli manoscritti e i ritagli di giornale con versi sciolti. La presenza di documenti relativi ad Angiolo Orvieto è inoltre rappresentata da testi di sue poesie, insieme agli scritti di Lina Moro in memoria dell’amico. Completano il fondo documenti personali e biografici (passaporto, tessere, attestati, appunti con informazioni sulla vita e le attività di Lina Moro), materiali relativi a premi e riconoscimenti, alcuni documenti attinenti alla sorella Lucy, un piccolo nucleo librario con circa cinquanta tra volumi, opuscoli ed estratti (con alcuni dei titoli pubblicati da Lina Moro o a lei dedicati da altri poeti e scrittori) e una raccolta di disegni, alcuni di mano della stessa Lina.
Strumenti di ricerca: uno schedario cartaceo disponibile in sala consultazione, mentre l’inventario dattiloscritto è scaricabile dalla rete in formato pdf; la sezione bibliografica (conservata a Palazzo Strozzi) schedata nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux, un elenco con l’estrazione della descrizione dei record bibliografici disponibile in sala consultazione; descrizione di una scelta dei disegni nel data base del Servizio Conservazione.
Giuseppe Morrocchi (San Casciano in Val di Pesa 1940)
Sperimentatore di nuovi modi di comunicazione, sulla falsariga di una operazione che mirava allo smontaggio di parole, immagini e suoni, Morrocchi ha agito al confine tra letteratura, arte e musica. La sua sensibilità, in sospeso tra avanguardia e artigianato, è sicuramente figlia della ricerca sperimentale degli anni ’70, ma da allora non ha mai abbandonato nemmeno quando il gusto corrente si è spostato su sponde più tradizionali il gioco della contaminazione dei generi e del ribaltamento delle funzioni. La ricerca di Morrocchi mirava a garantire nelle sue intenzioni una fruizione plurale e mai passiva dell’arte tramite il rinnovamento dei codici consueti, metamorfosi perseguita con l’allestimento di collages, racconti fotografici e performance multimediali in grado di aggredire (ma non c’è mai in lui l’urlo che spesso ha caricato di rabbia le avanguardie) la realtà trasformandola dal caos indistinto a nuova e oggettiva razionalità. Sulle funzioni e sulla modalità del dispiegarsi dell’arte, sulla struttura che queste manifestazioni possono assumere nel nostro tempo, Morrocchi ha anche riflettuto e ha elaborato la sua teoria in varie sedi, come in Scrittura visuale e L’arte trasfigurata, saggi di “estetica” pubblicati nel 1978 e nel 2002. La sua bibliografia (come pure le mostre e i concerti), seppure non poverissima di titoli, è però sempre rimasta confinata in un territorio di nicchia artigianale: ha esordito con i racconti di Donne rosa (1969) e proseguito con il romanzo (ma in questo caso le forme e le definizione non reggono all’azione di sfaldamento dei generi) Gli elefanti felici (1971); gli esperimenti narrativi li ha poi ripresi in anni più recenti con Andromachia (1984), L’oasi solstiziale (1995), Un labirinto giallo mente (2001) e il ‘libro d’artista’ Il fatto dei sistemi (2009). Gli esperimenti di “scrittura visuale” si sono concretizzati in Poesie visive (presentazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, con uno scritto di Geno Pampaloni, 1973) e Morrocchi 4 (1974). La produzione in versi (con tutte le cautele del caso, vista la scivolosità delle etichette) è venuta allo scoperto con la pubblicazione di varie raccolte: Dalla città (1978), Giorni di luglio (1978), Allotropie (1980), Aranciatobus, (1984), Metare (1985), Allettamento per un cielo di conoscenza (1999). Mentre la musica (nata come sfogo di una polisemia improvvisata e poi addomesticata in una vera e propria partitura, seppure sempre di stampo minimale e polimorfico) ha trovato una elaborazione (a fianco degli altri linguaggi) nella mostra/concerto/performance di Concerto per fotocopie, uno, due (1984), oltre a una collocazione autonoma in vere e proprie “opere” come Suonando rudemente caramente (1978), Aaffluss Raaffluss (1988), P & C (1998), Piano 2000 e Piano 2007. Morrocchi continua a produrre nuovi oggetti d’arte, materiali e immateriali, secondo la sua personale linea estetica, risiedendo e lavorando sempre a Firenze.
Informazioni biografiche e altre fonti documentarie nel sito personale di Giuseppe Morrocchi.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Morrocchi da circa 90 mittenti, il taglio di questo epistolario è prevalentemente letterario ma non mancano voci di critici d’arte e galleristi, a suggellare una riflessione (che viene sollecitata a vari corrispondenti) sulla strada intrapresa da Morrocchi, che nel clima degli anni ’70 si è incamminato in un percorso di ricerca di nuovi linguaggi espressivi (tra il materiale sparso del fondo si trova anche il primo numero, datato 1976, della rivista “fdl” fondata e diretta da Morrocchi stesso, dove l’argomento affrontato è proprio quello delle forme di linguaggio che all’epoca cercavano una loro affermazione); a questo nucleo di corrispondenza si aggiunge un gruppo di documenti (in gran parte epistolari, ma anche di natura più eterogenea come manifesti e pieghevoli) che Morrocchi ha raccolto per ricostruire la rete di donazioni di sue opere sparse nei musei di tutto il mondo (in pratica costituisce una specie di inventario della diffusione su larga scala delle sue opere d’arte). La collezione d’arte donata da Morrocchi è costituita da cartoni con collages originali e stampe di “poesie visive” eseguite negli anni ’70, lavoro di sperimentazione in bilico tra arte e poesia che si è concretizzato nei libri Poesie visive (Firenze, il Campo editore, 1973) e Morrocchi 4 (Firenze, il Campo editore, 1974) e che ha ricevuto accoglienza in varie raccolte di collezionisti privati e di musei; nel perimetro di uno stesso campo “interdisciplinare” tra opera d’arte e gusto per la provocazione, tra prodotto seriale e pezzo unico si colloca un vero e proprio manufatto artigianale, un “libro d’artista” (con i fogli rilegati a ‘organetto’) intitolato Il fatto dei sistemi (2009).
Strumenti di ricerca: un indice dei corrispondenti scaricabile in formato pdf. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Glauco Natoli (Teramo 1908 - Firenze 1965)
Di famiglia e tradizioni messinesi, seppure teramano di nascita, viene comunemente associato alla “brigata” di Vento a Tindari, la poesia di Salvatore Quasimodo sospesa tra sogno e nostalgia per la Sicilia. Come francesista si forma all’Università di Roma sotto la guida di Pietro Paolo Trompeo. Gli anni del soggiorno romano sono importanti anche per la frequentazione di Enrico Falqui, un punto di riferimento per molti giovani scrittori, della capitale e non solo, in quegli anni. Studente e poi insegnante ma ancor prima scrittore e critico militante, come ha scritto Giovanni Macchia ha fatto da cerniera tra il mondo accademico e quello della letteratura più aggiornata, contribuendo ad avvicinare questi due ambienti allora tra loro lontanissimi. Aveva infatti esordito giovanissimo in giornali come la “Gazzetta di Messina” o in riviste come “Circoli”, ha poi continuato a pubblicare saggi, poesie e racconti su testate come “La cultura”, “La Fiera letteraria”, “Solaria”. Una sua poesia aveva vinto nel 1933 il premio “Libero Andreotti” bandito dalla Tavolata dell’“Antico Fattore” di Firenze e la sua prima raccolta, Risveglio ed altri versi, vide la luce l’anno dopo fregiandosi di questo titolo. Una seconda raccolta di versi intitolata Poesia apparve di nuovo a Firenze nel 1939, questa volta per i tipi di Parenti. Già in Francia, come lettore di italiano, dal 1933, i legami con l’Italia rimasero stretti soprattutto con il gruppo di letterati del capoluogo toscano, il cui valore ideale sarà elaborato nel mito di una vera e propria patria di elezione, fino a che non vi risiedette stabilmente a partire dall’inizio degli anni ’50. La sua carriera accademica era iniziata a Strasburgo nel 1933 per poi proseguire nelle Università di Rennes e Parigi e in Francia trascorse gli anni della guerra e dell’occupazione. Il ponte gettato verso questo paese, il dialogo che ha saputo costruire tra la cultura italiana e quella francese, è sicuramente la migliore eredità che ha lasciato e la fama di traduttore e di eccellente “comparatista” che si era guadagnato non è certo immotivata. Tra gli autori su cui più si è concentrato il suo lavoro di ricerca il primo nome da fare un simbolo di per sé di interscambio culturale è sicuramente quello di Stendhal (argomento su cui si era laureato e aveva pubblicato la sua prima monografia: Stendhal. Saggio biografico-critico, Bari, Laterza, 1936), accanto a quelli di Montaigne, Proust e Gide. Altri titoli che testimoniano questo lavoro di mediazione sono l’antologia Poètes italiens contemporains (Parigi, 1936) e le monografie sugli Scrittori francesi (Firenze, La Nuova Italia, 1950) e Figure e problemi della cultura francese (Messina-Firenze, D’Anna, 1956). Tornato in Italia per ricoprire la cattedra di Lingua e letteratura francese all’Università di Pisa fu quindi trasferito all’Università di Firenze, prima alla facoltà di Magistero e poi a quella di Lettere. Negli anni fiorentini si segnalano, tra le sue varie attività, l’intensa collaborazione al bilenchiano “Nuovo corriere”. Dopo la prematura scomparsa il ricordo di Natoli è stato alimentato da una antologia postuma di suoi scritti, Marcel Proust e altri saggi (Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1968), pubblicata con una prefazione di Giovanni Macchia e una bibliografia a cura del caro amico Carlo Cordié.
Contenuto del Fondo: corrispondenza inviata a Glauco Natoli (a cui si aggiungono poche minute di quest’ultimo e alcune lettere indirizzate a Marthe Natoli, la moglie di Glauco); oltre alla Serie dei mittenti personali è presente una sezione di corrispondenti istituzionali (università, case editrici, riviste ecc.) e una di scambi epistolari tra terze persone. Tra i manoscritti del fondo si trovano autografi di articoli, saggi e poesie di Glauco Natoli; oltre a documentazione relativa alle sue lezioni universitarie, a trasmissioni per la radio francese, interviste, conferenze, discorsi, voci biografiche e schede di lettura. L’argomento predominante testimoniato da queste carte rimane naturalmente l’interesse di Natoli per la cultura e la letteratura francesi. Tra il materiale bibliografico rassegna stampa con ritagli di articoli di Glauco Natoli (insieme a una raccolta di letteratura critica sul suo lavoro e sulla sua figura), in particolare da testate come “Il nuovo corriere”, “Paese sera”, “La fiera letteraria”.
Strumenti di ricerca: il contenuto della corrispondenza interrogabile nella banca data raggiungibile on line, un inventario dattiloscritto estratto dalla descrizione presente in rete consultabile in sala consultazione, un elenco dei mittenti scaricabile in formato pdf. Rimangono al momento esclusi dall’ordinamento e dalla descrizione i materiali appartenenti ad altre tipologie documentarie, come testi manoscritti e dattiloscritti, articoli, ritagli di giornale: la consultazione del materiale non ordinato è perciò limitata a particolari specifiche richieste.
Aurelio Navarria (San Pietro Clarenza, Catania 1897 - Firenze 1977)
Ha esercitato a lungo il mestiere di insegnante, ricoprendo a partire dal 1922 incarichi in varie città, sedi delle scuole medie superiori alle quali veniva di volta in volta trasferito. Fa tappa anche a Firenze, dove risiede dal 1940, ma la vita itinerante si conclude solo nel 1957 dopo la nomina a preside, ruolo svolto in istituti tecnici di Empoli e del capoluogo fino al 1967. Gli impegni professionali e la sua riservatezza hanno messo quasi in sordina l’attività di critico letterario, nata a Catania durante gli anni dell’università e coltivata con passione per mezzo secolo. Seppure quasi sotterraneo, il dialogo con i suoi autori privilegiati è stato però fitto e costante, a cominciare dallo studio di Giovanni Verga, sulla cui opera si è laureato nel 1921 sotto la guida di Attilio Momigliano. E sono stati sicuramente gli scrittori siciliani l’oggetto preferito della sua indagine: a quello di Verga vanno infatti affiancati i nomi (che vanno a cesellare un ideale pantheon regionale) di Luigi Capuana, Federico De Roberto, Luigi Pirandello, fino ad arrivare a quello di Vitaliano Brancati. Ma si è occupato anche dei classici nazionali, ecco allora i saggi su Dante, Alfieri, Leopardi, Foscolo, Manzoni, D’Annunzio. La sua bibliografia è ricca di titoli apparsi su testate periodiche, come “L’educazione nazionale”, “Quadrivio”, “Il Tevere”, il “Corriere d’Informazione”, “Belfagor”, “Letteratura”, “Il gazzettino”, ma relativamente scarse sono le pubblicazioni dove, vincendo la ritrosia a farsi avanti, ha dato sistemazione ai propri studi (tra le poche monografie edite ritroviamo i nomi di Verga, De Roberto, Pirandello). Ancora più sommerse tra le pieghe di una pubblicistica minore (e spesso celate dietro lo pseudonimo di Lucio Eirene) sono le prove narrative e in versi, date alle stampe soprattutto negli anni Venti, la cui memoria è affidata ora alle carte d’archivio da cui affiorano, in versioni preliminari o di testi già conclusi, i tentativi di Navarria di proporsi anche come scrittore e poeta, anche se nelle misure del frammento e dell’abbozzo.
Contenuto del Fondo: carteggi ricevuti da Navarria (insieme a scambi epistolari con i familiari), tra cui si segnalano le corrispondenze (alcune consistenti) di amici e intellettuali siciliani (come Arcangelo Blandini, Vitaliano Brancati, Francesco Guglielmino, Francesco e Giuseppe Lanza) e degli editori e redattori delle riviste a cui ha collaborato (si possono quindi consultare le lettere scritte da, tra gli altri, Alessandro Bonsanti, Mario Borsa, Telesio Interlandi, Giuseppe Lombardo Radice, Giuseppe Longo, Luigi Russo); numerosi manoscritti e dattiloscritti di suoi testi, insieme a quaderni e agende dove le annotazioni di carattere personale, con appunti diaristici e lettere d’amore, si alternano a appunti che testimoniano l’aspirazione a una scrittura in proprio rimasta quasi sempre chiusa nei cassetti; una rassegna stampa con i saggi e gli articoli pubblicati da Navarria su giornali e riviste, grazie alla quale se ne può ricostruire almeno parzialmente la bibliografia e una documentazione bibliografica con opuscoli, estratti e ritagli di giornale di scritti di altri autori (in genere si tratta di materiali raccolti da Navarria sugli argomenti di proprio interesse); tra altro materiale di natura eterogenea si segnala la presenza di una raccolta di carte geografiche e di guide turistiche, quasi tutte di città e regioni italiane; come pure è da sottolineare, tra le carte e i quaderni, la ricorrenza di appunti stesi secondo un particolare stile, quello cioè che trova forma negli schemi di bibliografie, genealogie e cronologie; sono conservati anche manoscritti di altri autori, in particolare di Francesco Lanza, amico intimo di Navarria che ne ha curato la pubblicazione postuma degli scritti.
Strumenti di ricerca: per ricerche tra i carteggi, i quaderni di Aurelio Navarria e i documenti di altri autori è disponibile in sala consultazione l’inventario frutto della tesi di laurea di Francesca Navarria, per le altre tipologie di documenti è stato allestito in sede un elenco di consistenza.
Aldo Neppi Modona (Firenze 1895 - 1985)
Archeologo, si è occupato soprattutto di etruscologia, insegnando per un decennio presso la R. Università per Stranieri di Perugia, a Firenze e a Roma. Negli anni Venti, è stato direttore dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Pisa e ha eseguito i primi scavi delle mura di Cortona. Ha lavorato presso l’Istituto Storico Archeologico di Rodi. Durante gli anni del fascismo, ha dovuto abbandonare ogni attività pubblica a causa delle discriminazioni razziali. Nel 1957 gli viene assegnata la cattedra di Antichità greche e romane presso l’Università di Genova. Il Fondo interessa il settore di studi di cui Neppi Modona si è occupato per oltre mezzo secolo, la storia antica e l’archeologia italica, intessendo scambi culturali con numerose istituzioni del tempo e con importanti studiosi di diversa formazione, come Ranuccio Bianchi Bandinelli, Edoardo Galli, Gino Quirino Figlioli, Giovanni Becatti, Enrico Paribeni, Silvio Ferri, Paolo Enrico Arias e, tra gli stranieri, Walter Amelung, Erich Boehringer e il papirologo inglese Harold Idris Bell. Sono testimoniati, inoltre, contatti con il mondo ebraico, non solo nazionale, in particolare con personalità della “Hebrew University” di Gerusalemme.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Aldo Neppi Modona da circa 600 corrispondenti, documentano in particolare i legami epistolari che lo studioso e docente universitario ha intrattenuto con esponenti del mondo accademico e della ricerca archeologica oltre a testimoniare i contatti scambiati con membri delle comunità ebraiche italiane e internazionali; si conserva anche un fascicolo di corrispondenze indirizzate al figlio di Aldo, Leo Neppi Modona. I testi di Aldo Neppi Modona si presentano sotto forma di dattiloscritti e manoscritti (ai quali si affianca materiale eterogeneo come documentazione accademico-amministrativa, curriculum, diplomi) o si trovano conservati tra il materiale bibliografico, che comprende riviste, estratti, opuscoli con scritti a stampa (saggi, recensioni ecc.) di Aldo Neppi Modona, insieme a ritagli di giornale (spesso riuniti in buste ordinate monograficamente per soggetto), giornali e opuscoli di argomento vario, opuscoli e stampati a firma di altri autori. Si conserva inoltre una piccola raccolta di fotografie: alcune documentano missioni o reperti archeologici, altre sono immagini personali e ritratti vari. Una raccolta di materiali dell’avvocato Leone Neppi Modona, comprende volumi, opuscoli e stampati appartenuti al padre di Aldo, documentazione relativa alla sua carriera universitaria e altro materiale su di lui. Una consistente documentazione in pratica costituisce un vero e proprio archivio istituzionale relativo alla storia dell’“Amicizia ebraico cristiana”, l’associazione fondata da Aldo Neppi Modona insieme a Angiolo Orvieto, con corrispondenza e materiale vario diviso cronologicamente per anno, dal 1950 al 1981, opuscoli, volumi, rassegna stampa e una raccolta di fascicoli del “Bollettino dell’Amicizia ebraico cristiana”. Un piccolo archivio aggregato è quello costituito dalla documentazione relativa all’attività di Eugenio Ambron, un banchiere imparentato con la famiglia Neppi Modona.
Strumenti di ricerca: disponibile in sala consultazione un inventario di consistenza dell’intero fondo, un elenco dei corrispondenti è invece scaricabile dalla rete in formato pdf.
Garibalda (1863 - 1929), Andrea (1862 - 1917) e Raffaello (1891 - 1952) Niccòli
Famiglia di attori, interpreti, con la loro compagnia, della tradizione teatrale fiorentina.
Contenuto del Fondo: corrispondenza privata e familiare, copioni teatrali, fotografie di scena e di ritratti di attori e autori, materiale vario sulla vita della compagnia Niccòli (locandine, manifesti, contratti, programmi di sala), rassegna bibliografica con ritagli a stampa.
Strumenti di ricerca: elenco di consistenza.
Vittorio Niccoli (Castelfiorentino 1859 - 1917)
Valdelsano di nascita, alla sua terra rimarrà legato nonostante gli spostamenti dovuti alla professione di insegnante esercitata in varie sedi di scuole e università, tra Padova, Milano e Pisa. A Castelfiorentino, il suo paese natale, entrò nel 1884, appena venticinquenne, nel consiglio comunale e tra il 1888 e il 1892 ha ricoperto il ruolo di assessore nella locale amministrazione; nel 1892 è stato poi uno dei fondatori della Società storica della Valdelsa e collaboratore della “Miscellanea storica della Valdelsa”. Una delle iniziative che hanno lasciato il segno tra i suoi concittadini è stata la fondazione nel 1884 della “Cassa rurale di prestiti” di Cambiano (oggi Banca di credito cooperativo di Cambiano), una istituzione allora pionieristica in Italia (preceduta solo di un anno da una analoga Cassa a Loreggia, nel padovano) che veniva incontro ad alcuni dei suoi principali nodi di riflessione: quello del credito agrario (a sua detta un punto debole dell’agricoltura italiana) e quello della cooperazione (propagandava il cooperativismo in quanto lo considerava un mezzo di elevazione delle classi rurali più umili, così come la libertà degli scambi assicurava, per Niccoli, benessere e pace sociale). Su questa sua creazione ha lasciato un opuscolo intitolato La cassa dei prestiti e la società di mutuo soccorso di Cambiano (Castelfiorentino, Giovannelli e Carpitelli, 1887) e sul problema del prestito e della cooperazione altri scritti apparsi in varie occasioni, fino a un vero e proprio manuale sulla cooperazione agricola, le Cooperative rurali (Hoepli, 1899, 2ª ed. 1909). Al seguito del padre, il prof. Pietro Niccoli, compì i primi studi tecnici in Umbria, per spostarsi poi a Padova dove si diplomò perito agrimensore nel 1876. All’agricoltura, come vocazione che veniva da lontano, aggiunse quindi un contributo, che non si interruppe mai, di ricerca e di aggiornamento. Si iscrisse all’Università di Padova applicando seri studi di economia agricola e di ingegneria rurale all’eredità acquistata sul campo. La sua diligenza di ricercatore, che nel frattempo avevo guadagnato visibilità grazie ai primi saggi pubblicati dal “Raccoglitore” di Padova, gli consentì di collaborare con l’Orto agrario della città veneta, con l’Università di Pisa a partire dal 1887 e con la Scuola superiore di agricoltura di Milano dove dal 1890 tenne la cattedra di Economia rurale ed Estimo. A Pisa continuò ad insegnare anche negli anni milanesi, all’Università della città toscana fu nominato ordinario nel 1902. In questi anni di frenetica attività (tra le altre cose è stato il protagonista della messa in opera del catasto agrario toscano e, a partire dal 1900, ha esercitato la libera professione lanciandosi in varie attività imprenditoriali) Niccoli ha presentato il suo lavoro su vari organi della pubblicistica scientifica: una produzione di carattere enciclopedico (studi di economia, agronomia, estimo, ingegneria e meccanica applicate all’agricoltura ecc.) che presto ha cominciato a sistematizzare nella forma del manuale o del trattato (molti dei quali usciti per i tipi della casa editrice Hoepli), tra cui il Prontuario dell’agricoltore (1897), di grande successo e più volte ristampato. Ma oltre allo studioso di argomenti tecnici e professionali (concretizzatisi in una vasta bibliografia), Niccoli è stato uno scrittore di racconti, novelle, poesie, testi teatrali e critici dal sapore campagnolo e dalla misura tipicamente toscana.
Contenuto del Fondo: autografi di Vittorio Niccoli a cui, in alcuni casi, si affiancano versioni di testi in trascrizione dattiloscritta, coeva o battuta a macchina in anni più recenti; si tratta della raccolta della produzione letteraria dell’ingegnere/agronomo (mentre non sono rappresentati i suoi saggi a carattere scientifico-tecnico) che all’inizio della carriera, da studente e giovane professore, si era dilettato nella scrittura di novelle per non smentire la sua formazione di ambito agreste o nella stesura di pagine naturalistiche (con sullo sfondo il paesaggio toscano), per la maggior parte pubblicate sull’“Illustrazione italiana” (ma, in un paio di casi, anche sulla “Vita nuova”, una rivista fiorentina dei fratelli Orvieto). I testimoni che si conservano nel fondo documentano di una consuetudine con la scrittura che si è spinta però fino ai mesi precedenti la scomparsa dell’autore e concretizzatasi in un progetto ambizioso (rimasto sulla carta) di cui si trova traccia in un indice generale che fa balenare il quadro di un “piano dell’opera” a largo respiro: che prende avvio con una specie di autobiografia romanzata degli anni della vita studentesca (mascherata sotto il velo delle “memorie di Giorgio Beni”) e professionale e prosegue con corposi libri di novelle campagnole (in cui ricorrono alcuni dei titoli apparsi in rivista tra il 1878 e il 1890) seguiti da poesie, testi teatrali, poemetti per musica, all’insegna di una ispirazione eclettica al servizio di una verve da grafomane.
Strumenti di ricerca: elenco di consistenza disponibile in sala consultazione.
Elio Nissim (Firenze 1899 - Reading, Inghilterra 1996)
Nasce a Firenze in una famiglia di noti avvocati di cui prosegue la tradizione professionale, studia infatti giurisprudenza frequentando prima l’Università di Pisa e poi quella di Firenze, dove si laurea discutendo una tesi con il professor Piero Calamandrei. Inizia a praticare la professione di avvocato nello studio del padre, Aristide Nissim, interessandosi al diritto matrimoniale. Alla morte del padre prende in mano la direzione dello Studio Nissim insieme al fratello Renzo. Nel 1938 è costretto dalle leggi razziali a chiudere lo studio e a partire per Londra, dove ha colleghi e amici. L’anno dopo, all’inizio della guerra, è internato nell’Isola di Man come cittadino di un paese nemico. Rilasciato dopo pochi mesi, è invitato a far parte della Sezione italiana della BBC, che poi prenderà il nome di Radio Londra, a cui collaborerà fino al 1946 come assistente del capitano Geoffrey Dennis. Negli anni della guerra scrive e interpreta alla radio i monologhi del cosiddetto “Omo Qualunque”, impersonando il prototipo del bravo fiorentino, arguto e di buon senso, che nonostante non si occupi di politica esorta gli italiani a rivoltarsi contro il fascismo esaltando la resistenza dei cittadini britannici e l’antico vincolo che lega l’Italia al mondo inglese. Nel 1946 torna a svolgere il mestiere di avvocato specializzandosi nel diritto matrimoniale internazionale. Quando nel 1958 abbandona la professione legale inizia a collaborare a “Il Mondo” di Mario Pannunzio, dove fino alla chiusura della testata nel 1966 tiene una rubrica di costume intitolata Aria di Londra. Nella seconda metà degli anni Sessanta conosce Laura Del Bono con cui collabora in numerose traduzioni di opere teatrali (soprattutto di Harold Pinter) per la Einaudi e altre case editrici. Ha scritto anche delle poesie, raccolte in una edizione pubblicata privatamente. Una raccolta di suoi aneddoti autobiografici è stata pubblicata postuma (Il pappagallo del nonno. Ricordi anglo-fiorentini, Pasian di Prato, Campanotto editore, 2003).
Contenuto del Fondo: fascicoli monografici raccolti da Nissim su alcuni personaggi che ha conosciuto e che gli sono stati cari amici; in un dossier relativo a Bernard Berenson, con cui Nissim ebbe contatti epistolari e che frequentò nella residenza fiorentina del critico, la villa I Tatti sulla collina di Settignano, si conserva un piccolo carteggio con 6 cartoline e 1 lettera a firma di Nicky Mariano, un telegramma siglato da Nicky e Bernard Berenson, oltre a 2 dattiloscritti con testi di Nissim su Berenson e a una rassegna stampa con ritagli, da giornali italiani e inglesi, con articoli sullo storico dell’arte; un incartamento è dedicato a Eduardo De Filippo e vi si trovano 18 tra lettere, cartoline, biglietti e inviti, indirizzati da Eduardo De Filippo e Isabella Quarantotti a Elio Nissim e a sua moglie Angela Jucker, 1 minuta dattiloscritta di lettera di Elio indirizzata a Isabella, due versioni di una poesia di Nissim dedicata a Eduardo e un suo scritto sulla fortuna di De Filippo in Inghilterra, 2 fotografie che ritraggono Eduardo e altro materiale vario sul commediografo napoletano. Fascicoli con documentazione varia raccolgono testimonianze su altri autori: un testo manoscritto con il ricordo affettuoso da parte di Elio Nissim di Arturo Loria, una lettera di quest’ultimo indirizzata all’amico e 2 articoli di giornale con scritti sullo scrittore carpigiano, piccola raccolta di articoli sui fratelli Rosselli, 1 cartolina illustrata con un ritratto di Vitaliano Brancati, 1 articolo di giornale in memoria di Sibilla Aleramo.
Strumenti di ricerca: elenco di consistenza disponibile in sala consultazione.
Mario Nunes Vais (Firenze 1856 - 1932)
Nasce a Firenze da agiata famiglia israelita. Terminati gli studi si dedica con successo all'attività di agente di cambio già esercitata dal padre. Il 1885 è l’anno in cui presumibilmente inizia a occuparsi di fotografia, attività che condusse da “dilettante” per quasi mezzo secolo, senza mai farne una professione o un commercio. A Firenze (che in questi anni è un po’ la capitale italiana della fotografia, non a caso in città erano attivi vari laboratori, come quelli degli Alinari e dei Brogi) nasce dopo pochi anni, nel 1889, la Società Fotografica Italiana, di cui Nunes Vais diverrà prima socio poi sindaco. Mario Nunes Vais è stato dunque tra i pionieri in Italia del linguaggio fotografico cimentandosi in questa nuova tecnica, seppure affrontata con uno spirito non professionale, con il rispetto che si deve a una vera e propria arte. I suoi primi soggetti sono i paesaggi, ma l’elemento antropologico rimane sempre in primo piano, tanto che il ritratto diventerà la sua specialità. Il suo sguardo si sofferma prima su soggetti anonimi o popolari e poi su personaggi della cultura e della vita pubblica italiana, i quali si metteranno in posa numerosissimi per lui. Non mancano tra le sue esperienze anche delle serie fotografiche che si avvicinano allo stile del documentario o del reportage, come i quadri di vita sportiva o militare. O la sua ricerca mette a fuoco particolari settori artistici, come gli scenari e gli allestimenti teatrali, e sotto la sua lente passano numerosi attori e attrici, da quelli comici e di provincia a quelli più noti, come Ermete Zacconi, alle più affascinanti attrici della scena, come Eleonora Duse, Irma Gramatica e Lyda Borelli. I personaggi ritratti dal fotografo formano un vero e proprio campionario della classe dirigente, passando dagli esponenti del Socialismo italiano (come Filippo Turati e Anna Kuliscioff) alla famiglia reale, da Giovanni Giolitti a Benito Mussolini. L’ambizione di Nunes Vais era quella di creare un vero e proprio pantheon della cultura e tra i suoi ritratti si annoverano i nomi di scrittori, artisti e musicisti, come Massimo Bontempelli, Enrico Caruso, Thomas Mann, Pietro Mascagni, Aldo Palazzeschi, Luigi Pirandello, Giacomo Puccini. In particolare divenne amico e fotografo prediletto di Gabriele D’Annunzio. Come da antologia sono i suoi ritratti della pattuglia futurista di Filippo Tommaso Marinetti, immortalata durante una giornata fiorentina del 1913.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Mario Nunes Vais da poco meno di 1000 mittenti. Si tratta per lo più di brevi corrispondenze scambiate per ragioni professionali o cenni di ringraziamento ricevuti dai personaggi immortalati dal fotografo (e di parte di questi ultimi, nel fondo fiorentino, si conserva il relativo ritratto). Insieme ai documenti epistolari (tra cui si trovano anche alcune minute di Mario Nunes Vais) si conservano anche campioni di altre tipologie documentarie, come diplomi e riconoscimenti, tessere, documenti commerciali o legali e amministrativi, alcune fotografie e cartoline illustrate. Le fotografie sono invece quasi 550 (tra stampe e lastre) in parte incorniciate, in parte incollate su passe-partout; l’autore degli scatti è per la maggior parte lo stesso Nunes Vais, ma sono conservate anche fotografie di altri autori (come quelle del fotografo fiorentino Brogi); in un album portafotografie si trovano altre stampe per un numero complessivo di poco più di 350 immagini. I soggetti non si limitano ai ritratti ma documentano anche scorci di città e di paesaggi, manifestazioni automobilistiche e aviatorie. Accessoria alle fotografie è una raccolta di 12 quaderni con dediche e parole di augurio di noti personaggi che si rivolgono al fotografo per ringraziarlo del ritratto che ha loro eseguito; accanto a brevi frasi si trovano anche composizioni più articolate, schizzi satirici, disegni di varia ispirazione, poesie, composizioni musicali ecc.. Tra il materiale di natura eterogenea si trovano 3 libri con dedica, manifesti di mostre allestite con fotografie scattate da Nunes Vais, documenti vari (tessere, diplomi, fatture, registri commerciali), alcuni estratti e fascicoli di riviste, 1 timbro a secco con il marchio del fotografo e una piccola collezione di documenti iconografici (alcuni disegni, 1 statuetta, caricature e dipinti a olio, il cui soggetto principale è proprio lo stesso Nunes Vais).
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo delle fotografie disponibile in sala consultazione, elenco dei corrispondenti scaricabile dalla rete in formato pdf. Descrizione dei disegni e dei dipinti a olio nel data base del Servizio Conservazione.
Ugo (Roma 1871 - Firenze 1946) e Paola (Firenze 1911 - 1978) Ojetti
Ugo, dopo aver esordito come narratore e poeta, si dedicò principalmente al giornalismo come critico d’arte, cronista e inviato speciale. Direttore del “Corriere della Sera” dal 1925 al 1927, nel 1929 fondò “Pègaso”, nel 1933 “Pan”. Paola fu apprezzata traduttrice letteraria.
Contenuto del Fondo: parte della biblioteca di famiglia, di cui si conservano in archivio circa 8300 opere per un numero totale che oltrepassa la cifra di 9000 volumi, che coprono in maniera eccellente alcuni settori disciplinari, a cominciare sicuramente dalla narrativa e dalla poesia italiane, ma ben rappresentate sono anche le letterature straniere in particolare quella francese , il teatro, la musica, gli strumenti di consultazione (dizionari, enciclopedie, guide turistiche), molti libri recano caratteristiche che li rendono esemplari unici, come rilegature preziose, note di possesso, ex libris (riconoscibili quelli di tutti e tre i membri familiari, Ugo, Fernanda e Paola), dediche (in particolare si segnala quelle di Gabriele D’Annunzio), capita spesso inoltre che le pagine siano interfoliate con ritagli di giornale, appunti, alcuni documenti epistolari; tra i veri e propri documenti di archivio risultano quasi 600 manoscritti o dattiloscritti di oltre 130 autori (tra le firme presenti si segnalano i nomi, tra gli altri, di Riccardo Bacchelli, Massimo Bontempelli, Giovanni Comisso, Grazia Deledda, Giuseppe De Robertis, Arturo Loria, Ada Negri, Aldo Palazzeschi, Pietro Pancrazi, Alfredo Panzini, Mario Praz, Giuseppe Prezzolini), si tratta di testi di recensioni, saggi o racconti, pronti per essere mandati in tipografia: gli scritti sono stati infatti quasi tutti pubblicati sulle riviste dirette da Ugo Ojetti, come “Pègaso” e “Pan” e circoscrivibili all’incirca agli anni 1929-1935 (sono presenti alcuni manoscritti riferibili a un periodo precedente, come le bozze di stampa di alcune poesie di Giovanni Pascoli e testi di Pietro Sbarbaro), ma non mancano altre occasioni di pubblicazione e differenti sedi di stampa, come la Storia illustrata della letteratura italiana, una enciclopedia di cui è stato pubblicato solo il primo volume, nel 1942; segnaliamo poi circa 20 fotografie che ritraggono Ugo, Paola e Fernanda Ojetti, alcuni ospiti della loro residenza di famiglia al Salviatino, altre fotografie di gruppo riprendono Ugo Ojetti con amici e intellettuali; una piccola raccolta di autografi musicali collezionati da Paola Ojetti; altri oggetti e documenti vari, tra cui un libro di firme degli ospiti del Salviatino.
Il Fondo comprende inoltre circa 80 minute di lettere dattiloscritte intercorse fra Fernanda Gobba Ojetti, moglie di Ugo, e la figlia Paola Ojetti negli anni dell’ultimo conflitto mondiale. Conservate sigillate, non sono consultabili prima del 2019.
Strumenti di ricerca: un elenco dei manoscritti letterari e uno schedario cartaceo (valido per le fotografie, i manoscritti musicali, il materiale vario) sono disponibili in sala consultazione. Biblioteca (si veda la pagina descrittiva) schedata come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux.
Marija Olsuf’eva (Maria Olsufieva, Maria Olsoufieva, Firenze 1907 - 1988)
La nascita a Firenze non fu casuale e quasi una premonizione di quella che è stata per Marija Olsuf’eva una vera e propria seconda patria. I soggiorni invernali in Italia rappresentavano infatti una consuetudine per la sua famiglia (appartenente alla nobiltà russa) e Firenze si può dire fosse la loro città d’elezione (qui infatti sono nati tutti i fratelli della Olsuf'eva), porta ideale dell’occidente. Soggiorni di una famiglia cosmopolita che, dopo il 1917 (il padre, ufficiale dell’esercito, fuggì dal fronte di una guerra che dopo la rivoluzione era ormai, per l’armata zarista, già conclusa), si trasformarono in esilio. Nonostante la lontananza forzata dalla madre patria, ha comunque sempre alimentato il legame che la univa alla Russia, già prima di farne una professione in qualità di insegnante, interprete (ha collaborato con la sezione fiorentina della Scuola per interpreti) e traduttrice. Il ponte che ha lanciato tra l’Italia e il paese di origine, di cui ha tenuto viva la lingua sostenendone la cultura e le tradizioni (tra le altre cose è stata attiva nella comunità russa fiorentina e ha ricoperto il ruolo di amministratrice della Chiesa ortodossa cittadina), si può dire dunque che sia stato il risultato di una missione più intima e profonda che non solo un accidente delle sue vicende biografiche. A partire dalle aperture seguite al XX congresso del Partito comunista sovietico del 1956, quando fu più facile avere accesso e far circolare le opere degli scrittori sovietici, ha iniziato una intensa attività di traduttrice dal russo e molti autori, grazie al suo lavoro di mediazione culturale, hanno così potuto essere introdotti in Italia. E non si tratta solo di libri dati alle stampe (una lunga lista di titoli infittisce la sua bibliografia), ma di un’azione collaterale svolta dietro le quinte per fare da tramite tra le due culture. Ci ha lasciato migliaia di pagine dal russo all’italiano e lei stessa si è fatta spesso promotrice di una traduzione se riteneva che un testo meritasse di essere letto in Italia senza aspettare un contratto che la vincolasse ma scrivendo di getto e per semplice passione. Ha approfittato della stagione del “disgelo” per poter visitare l’Unione sovietica diventando amica e collaboratrice di molti intellettuali. Ma quando le sue conoscenze personali (diretta conseguenza di interessi intellettuali) coinvolsero ed era naturale che Marija si rivolgesse agli scrittori fuori dai canoni dell’ideologia ufficiale gli esponenti del dissenso sovietico, fu dichiarata nel 1973 “persona non gradita”. L’anno precedente aveva infatti tradotto Senza di me. Diario da un lager sovietico di Eduard Kuznecov e al 1968 risaliva Divisione Cancro di Aleksandr Solženicyn (altri titoli dello scrittore poi costretto all’esilio saranno dati alle stampe negli anni successivi, tra cui il suo libro più noto in occidente, Arcipelago Gulag, pubblicato in Italia tra il 1974 e il 1978), aveva inoltre fatto uscire dall’URSS i dattiloscritti dei romanzi di Bulat Okudžava e sospetta era l’amicizia con Andrej Sacharov e Elena Bonner. Nel 1975 proprio Marija Olsuf’eva, insieme a Nina Harkevitch, accompagnò la moglie dello scienziato a Oslo in occasione della consegna del premio Nobel assegnato a Sacharov, a cui fu impedito dalle autorità sovietiche di partecipare alla cerimonia, il premio fu quindi ritirato da Elena Bonner, che si trovava in Toscana per un’operazione chirurgica agli occhi organizzata dalle sue amiche fiorentine. Tra le cosiddette amicizie “compromettenti” merita di essere ricordata quella con il drammaturgo e cantautore Aleksandr Galič. Negli anni Settanta queste sue conoscenze personali si tradussero in un impegno per il rispetto dei diritti umani in URSS, nella partecipazione alle attività di Amnesty International e nel sostegno diretto ai dissidenti ed esuli russi, che quando ripararono in Italia furono spesso ospitati presso la Chiesa ortodossa di Firenze di cui Marija era l’animatrice.
Contenuto del Fondo: al fondo è stata attribuita una struttura tripartita: nella prima Serie di modesta entità si trova il materiale di carattere biografico o meramente burocratico, ma anche relativo alla Chiesa russa ortodossa; la seconda documenta l’impegno svolto per Amnesty international e i rapporti di amicizia e di lavoro con molti esponenti della dissidenza sovietica; nella terza Serie la sezione più corposa sono stati sistemati i documenti attinenti l’attività di Marija Olsuf’eva come traduttrice. Documenti su soggetti simili possono, come ovvio, attraversare trasversalmente le varie sezioni, per esempio materiale sugli stessi personaggi si trovano sia nella Serie 2 che nella 3, a seconda che sia data la precedenza al punto di vista della militanza e del dissenso o a quello della traduzione di un testo (e spesso i due aspetti si sovrappongono o si incrociano). La prima Serie comprende corrispondenza varia (con documenti sparsi e occasionali ordinati cronologicamente), una piccola rassegna stampa (con articoli che riguardano la storia e la cultura russa e sovietica o che rammentano la sua attività di traduttrice), documenti che coinvolgono la storia della Chiesa ortodossa fiorentina (in particolare sul matrimonio celebrato tra Vilfredo Pareto e Aleksandra Bakunina), materiale vario. La serie 2 è composta prevalentemente da materiale a stampa, ma anche da fotografie e da stralci di corrispondenze: i rapporti con Amnesty international sono testimoniati da pochi materiali, più consistente invece la documentazione sui contatti intrattenuti con molti personaggi del dissenso, tra i quali spiccano Andrej Sacharov e la moglie Elena Bonner (con corrispondenze di quest’ultima e lettere a lei indirizzate da Marija, e poi fotografie tra cui quelle relative alla consegna del Nobel della pace nel 1975 e rassegna stampa italiana e internazionale sul caso Sacharov), Aleksandr Solženicyn (sul cui caso sono stati conservati articoli e stralci da carteggi di altri corrispondenti, mentre documenti epistolari a firma dello scrittore si trovano nella Serie successiva, quella dedicata alle traduzioni), Eduard Kuznecov, Bulat Okudžava, Aleksandr Galič, Vladimir Maksimov ecc.. Marija Olsuf’eva non era solita conservare i testimoni delle sue traduzioni e nella Serie in cui si trova materiale in qualche modo collegabile alla sua attività di traduttrice, se ne incontrano relativamente poche tracce; la documentazione (organizzata secondo un criterio che ha diviso le carte in due gruppi: prima i dossier pertinenti alle case editrici per le quali ha lavorato e, a ruota, quelli in base agli autori con i quali la Olsuf’eva ha avuto rapporti di lavoro e di amicizia o che semplicemente scrittori e intellettuali destarono la sua attenzione di mediatrice tra la cultura russa e quella italiana) è dunque perlopiù rappresentata da documenti epistolari (indirizzati a Marija o scambiati tra altri corrispondenti, insieme a minute di sue lettere), materiale a stampa, fotografie, appunti, contratti, prose e carte varie. Tra le case editrici con cui ha collaborato e delle quali si conserva documentazione citiamo Adelphi, Bompiani, Città armoniosa, De Donato, Feltrinelli, Garzanti, Longanesi, Mondadori, Rizzoli, Il Saggiatore, mentre tra gli autori di cui si è serbata traccia di un lavoro di ricerca finalizzato a una traduzione o a un semplice interesse personale si possono rammentare i nomi di Isaak Babel’ (si trovano nel fondo dattiloscritti di suoi racconti, giunti in Italia dalla Russia grazie alla Olsuf’eva), Nina Berberova, Michail Bulgakov (di cui Marija portò a termine opera contesa da più editori Il Maestro e Margherita), Vladimir Dudincev, Evgenij Evtušenko, Aleksandr Galič, Eduard Kuznecov, Osip Mandel’štam, Bulat Okudžava, Boris Pasternak (la prima traduzione Feltrinelli del Dottor Živago fu revisionata proprio dalla Olsuf’eva), Viktor Šklovskij (sono presenti anche lettere autografe del critico e scrittore, relative al lavoro di traduzione di suoi testi, per esempio Viaggio sentimentale, La mossa del cavallo ecc.), Aleksandr Solženicyn (con sue lettere e materiale relativo a varie traduzioni, da Divisione cancro a Arcipelago Gulag). Le due sequenze di fascicoli, dedicati agli editori e agli scrittori, convergono integrandosi a vicenda verso la testimonianza del lavoro di traduzione e, eventualmente, di pubblicazione di testi della letteratura russa. Fa parte del fondo anche una raccolta libraria composta da un centinaio di titoli, in prevalenza si tratta di vocabolari, dizionari enciclopedici, grammatiche e repertori vari.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto (frutto della tesi di laurea di Cristina Focardi) disponibile in sala consultazione; la sezione bibliografica non catalogata.
Angiolo (Firenze 1869 - 1967), Adolfo (Firenze 1871 - 1951), Laura (Milano 1876 - Firenze 1953) Orvieto
Poeta, librettista, operatore culturale, fondatore della “Vita Nuova” e de “Il Marzocco”, Angiolo; direttore de “Il Marzocco” per oltre trent’anni, nonché giornalista, poeta satirico e appassionato bibliofilo Adolfo; giornalista e scrittrice per l’infanzia, Laura.
Contenuto del Fondo: corrispondenza generale, in gran parte relativa ai periodici degli Orvieto; corrispondenza familiare, comprendente i carteggi dello zio Alberto Cantoni; documenti biografici e personali, manoscritti e dattiloscritti delle opere di Angiolo, Adolfo e Laura, nonché di Alberto Cantoni; materiale amministrativo relativo alle riviste degli Orvieto, fotografie, disegni, opere d’arte. Fanno parte del Fondo le collezioni complete dei periodici fondati dagli Orvieto e la biblioteca di Adolfo, donata insieme a librerie, mobili e suppellettili.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto disponibile in sala consultazione e interrogabile on line per la serie Carteggi generali, dei quali esiste anche il catalogo a stampa (limitato alle lettere A-B) a cura di C. Del Vivo (Firenze, Polistampa, 1994); ricercabile on line anche le serie dei carteggi con gli Enti e quella delle Carte amministrative dei periodici dei fratelli Orvieto (in particolare sulle vicende del “Marzocco”, anche dopo la cessazione della rivista, con i documenti relativi alla pubblicazione dei primi indici). Schede cartacee per i Carteggi familiari, per i manoscritti di Alberto Cantoni e di Adolfo Orvieto; inventario dattiloscritto e schedatura in corso per i manoscritti di Angiolo e Laura. Catalogo a schede manoscritte della biblioteca (si veda la pagina descrittiva), redatto da Adolfo Orvieto. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Remo Pagnanelli (Macerata 1955 - 1987)
Poeta e critico tra i più attenti e consapevoli della generazione attiva negli anni ’80, per i suoi scritti in versi e (più rari) in prosa, come per i gusti di lettore, si inserisce all’interno di una corrente letteraria diaristica, prosastica, familiare, ma non c’è niente di colloquiale nei suoi testi (che spesso sembrano respingere la tentazione di una facile accoglienza per rimandare, come ha scritto Giovanni Giudici, a qualcosa di “arcano” e di intoccabile): l’unico dialogo che coltiva (con una puntualità inflessibile) è quello con la presenza, davvero incombente, di una fine anticipata, invocata da subito come un sollievo (la prima plaquette di versi si intitola Dopo Forlì, Forum, 1981 , un esordio già all’insegna di un congedo osservato con gli occhi di uno spettatore postumo). Alla luce della scelta volontaria che ne ha prematuramente interrotto la vita, gli annunci di morte appaiono fin troppo eloquenti, tanto che la sua poesia è stata definita una “fantasia funebre” (Eugenio De Signoribus), quasi come se avesse fatto della stessa determinazione ad abbreviare il suo cammino un vero e proprio “testo letterario” (l’ultima raccolta allestita personalmente, e che è uscita postuma, si intitola programmaticamente Preparativi per la villeggiatura Montebelluna, Edizioni Amadeus, 1988 , dove il tema dell’ultimo viaggio un altro dei suoi topoi subisce lo scarto ironico di un gesto quotidiano). Antidoto a questa nota dolente, alla malinconia indossata come abito quotidiano, è appunto l’ironia, l’unico stratagemma, prendendo in prestito sue parole, “per salvarsi dall’orrore e dalla beffa del mondo”. Distacco, disincanto, scetticismo, tutti travestimenti dell’amarezza e del dolore. Ma nelle sue poesie non si trova naturalmente solo biografia in versi, ma anche temi trascendenti come quelli del Tempo-corruttore e della memoria, insieme a tutto l’armamentario culturale di uno studioso (si era laureato in Lettere a Macerata e specializzato a Urbino) attento alle suggestioni della psicoanalisi, dello strutturalismo, della linguistica: in particolare nelle raccolte intermedie (Musica da viaggio, Macerata, Antonio Olmi editore, 1984 e Atelier d’inverno, Montebelluna, Accademia Montelliana editrice, 1985) un gergo erudito e scientifico, o immagini archetipiche come quella dell’acqua, si sovrappongono a un tono più intimo e raccolto, alla ricerca (con una foga magari caotica e il rischio di una accumulazione semplicemente aritmetica di soluzioni linguistiche e formali: in una lettera scrive che era conscio di “una perdita di decoro stilistico ed eleganza” da scontare a causa dell’ansia di conoscenza) di una verità irriducibile. Accanto alla poesia, la critica letteraria (ma anche quella d’arte ha attirato il suo interesse: in particolare si è occupato del pittore, e suo concittadino, Scipione) ha rappresentato un parallelo percorso di avvicinamento allo stesso obiettivo di autenticità, di adesione etica alla verità da raggiungere a costo di presentarsi esausti per le letture onnivore, la sete di aggiornamento. Come critico, ferrato degli strumenti metodologici più accurati, esordisce nel 1980, quando viene data alle stampe la sua tesi di laurea, La ripetizione dell’esistere. Lettura dell’opera poetica di Vittorio Sereni (Milano, All’insegna del pesce d’oro) e, insieme al poeta milanese, i nomi sui quali si soffermerà più frequentemente sono quelli di Eugenio Montale, Sandro Penna, Attilio Bertolucci, Franco Fortini, Giovanni Giudici, Giorgio Caproni, una linea che sta insieme grazie, per usare sue parole, al “filo rosso della poeticità della prosa”. Ma è stato anche un compagno di viaggio dei poeti suoi coetanei, dai quali ha ricevuto e saputo restituire amicizia e stima, e ai quali ha prestato la sua voce di commentatore. Si è gettato senza risparmio, con piglio agonistico che forse ha contribuito a sfiancarlo, nella mischia della militanza, impegnandosi con grande generosità nell’attività di organizzatore culturale, fondando riviste (come “Verso”, insieme a Guido Garufi, con il quale ha curato l’antologia Poeti delle Marche, Forlì, Forum, 1981), partecipando a dibattiti, tessendo contatti in giro per l’Italia, aderendo in prima persona a un clima e quasi a un “rinascimento” marchigiano che, in quegli anni, si andava strutturando in un “movimento” spontaneo (testimoniano dell’attiva partecipazione alla vita culturale del suo tempo e della sua regione le riviste a cui Pagnanelli collabora, “Marka”, “Lengua”, “Hortus” o le case editrici per le quali pubblica, come “il lavoro editoriale” e “Transeuropa”), nell’ottica di un rapporto ambivalente con la provincia che sta per chiusura e prigione ma che assicura, ne era già consapevole in una prospettiva che oggi chiameremmo globalizzante, un rifugio dall’omologazione.
Informazioni bio-bibliografiche, una selezione di testi poetici e di letteratura critica, insieme ad alcune fotografie del poeta, disponibili nel sito internet curato dall’Associazione culturale “Remo Pagnanelli”.
Contenuto del Fondo: indirizzati a Pagnanelli da quasi 250 mittenti per un totale di oltre 1000 documenti epistolari; accanto alle corrispondenze ricevute dal poeta marchigiano si conservano, in forma di minuta, di copia o anche in originale (in questi ultimi casi si tratta di carteggi recuperati dalla famiglia dopo la sua scomparsa o integrati successivamente alla consegna dei documenti in Archivio), alcune corrispondenze a firma di Pagnanelli. Segue la documentazione dei testi pubblicati dall’autore (o comunque da lui in qualche modo preparati) dattiloscritti, materiale preparatorio, bozze di stampa della produzione poetica e saggistica di Pagnanelli; oltre a quelli relativi alle raccolte di poesia edite in volume sono presenti i testimoni dei versi apparsi in rivista o in altre sedi di pubblicazione (per un primo sondaggio della complessa prassi variantistica di Pagnanelli che si desume dal confronto tra gli autografi e le diverse versioni a stampa si faccia riferimento alla raccolta poesiecurata da Daniela Marcheschi nel 2000 presso Il lavoro editoriale); per quanto riguarda la saggistica, oltre ai materiali di varia natura (dattiloscritti, rassegna stampa ecc.) raccolti in vista della tesi su Sereni (pubblicata nel 1980), del testo scritto su Doplicher (1985) e dei saggi su Bertolucci e Penna, sono custoditi fascicoli con la documentazione accumulata per la progettata monografia su Fortini (uscita postuma nel 1988), dossier con materiale vario (tra cui i testi preparati e le bozze del n° 4 della rivista “Verso”), incartamenti con contributi critici e recensioni scritte da Pagnanelli su argomenti e autori vari apparsi in diverse sedi di pubblicazione (una scelta dei suoi contributi critici è stata raccolta in critici, sempre a cura di Marcheschi, Milano, Mursia, 1991). Altri testi sono stati sistemati da Luigia Fermani Pagnanelli (una cura che la madre del poeta ha amorevolmente riservato a tutte le parti del Fondo, realizzando di sua mano anche degli “inventari”) in una sezione abbastanza caotica di poesie inedite (o versioni, riviste e variamente rimaneggiate, di testi pubblicati in raccolte a stampa, a testimonianza di un tormentato percorso di scrittura) che sono conservate in fascicoli già suddivisi dall’autore o in raccolte apocrife, come quelle intitolate del disordineo sonno, o suddivise in miscellanee e quaderni contenenti poesie adolescenziali e giovanili; una piccola scelta di questi testi è stata pubblicata nel numero monografico dedicato a Pagnanelli dalla rivista “Istmi”, (1997) n° 1-2; sono presenti anche gli autografi della scarsa produzione narrativa: tre brevi prove sono state pubblicate in “Istmi”, per un racconto più lungo si veda scene da manuale, a cura di Daniela Marcheschi, Pistoia, Via del vento, 1997. Completano il Fondo una rassegna stampa con documentazione di letteratura critica su Pagnanelli (articoli, recensioni ecc.) apparsa su testate quotidiane insieme a copie dei suoi articoli usciti su giornali, e una sezione bibliografica con i libri delle raccolte di poesie di Pagnanelli e i volumi della sua produzione saggistica, a cui si aggiungono fascicoli di riviste, antologie e monografie che hanno trattato della sua figura e della sua opera (tra le numerose voci si segnala il numero monografico di “Kamen’”, a. 3 (dic. 1993) n° 4, e e Azione, il già citato numero monografico dedicato a Pagnanelli dalla rivista “Istmi” nel 1997). Alle carte d’archivio è stata aggiunta anche la donazione della macchina da scrivere di Pagnanelli, una Olivetti Lettera 32.
Strumenti di ricerca: la serie dei carteggi descritta tra gli inventari on line (scaricabile in formato pdf un inventario con un elenco dei mittenti e una descrizione della corrispondenza); per le altre serie disponibili degli elenchi di consistenza redatti dai familiari del poeta.
Tommaso Paloscia (Roma 1918 - Firenze 2005)
Giornalista e critico d’arte, per anni redattore de “La Nazione”.
Contenuto del Fondo: cataloghi d’arte, locandine, inviti.
Strumenti di ricerca: elenco dattiloscritto dei cataloghi e degli altri documenti ordinato alfabeticamente secondo il nome dell’artista a cui sono dedicate mostre, eventi, piccole monografie.
Giovanni Papini (Firenze 1881 - 1956)
Scrittore e animatore della cultura fiorentina, fondò con Giuseppe Prezzolini “Il Leonardo” nel 1903, collaborò a “La Voce”, di cui fu direttore nel corso del 1912, dette vita nel 1911 a “L’Anima” e nel 1913 a “Lacerba”. Dopo la conversione del 1921 si dedicò a testi di apologia religiosa, a satire di costume, a prose liriche.
Contenuto del Fondo: 36 documenti epistolari, tra lettere e biglietti, scritti da Eleonora Duse a Giovanni Papini. Alcuni estratti da questa corrispondenza erano stati anticipati nella biografia della grande attrice scritta da William Weaver (pubblicata in traduzione italiana da Bompiani nel 1985 con il titolo di Eleonora Duse) e nel catalogo della mostra Eleonora Duse e Firenze (Fiesole, 8 ottobre-27 novembre 1994, a cura di Cristina Nuzzi, Firenze, Firenze Viva, 1994). L’intero carteggio è stato edito a cura di Matilde Tortora in “Ariel”, a. 15 (genn.-ag. 2001) n° 1-2.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto disponibile in sala consultazione e interrogabile on line.
Emma Parenti e Marino Parenti (1900 - 1963)
Emma Parenti, moglie dello scrittore e bibliofilo e scrittrice in proprio di versi (negli anni ’50 ha pubblicato un paio di raccoltine di poesie, Mondo segreto e Giri, entrambe date alle stampe dall’editore sarzanese Carpena), dopo la scomparsa del marito ne ha curato la memoria tessendo la tela tra i vecchi conoscenti in vista della pubblicazione del libretto Marino Parenti nel ricordo degli amici (Firenze, 1965). Il percorso di Marino Parenti è stato eclettico e originale, alternando puntigliosità bibliografica a curiosità fuori dai canoni, ricerche specialistiche e gusto per un dilettantismo raffinatissimo, non disdegnando di applicare l’erudizione di cui era maestro a materie stravaganti come la gastronomia o di cimentarsi in mezzi tecnologici come la radio. Da subito la sua passione si era concentrata sull’Ottocento, alimentato da un furore e da un fiuto bibliografico senza pari. All’avvento del fascismo si trova già inserito negli apparati culturali del partito godendo della protezione e della stima di Giovanni Gentile di cui diviene un fedele funzionario oltre che amico e confidente. Partecipa in prima linea a iniziative di promozione culturale come la Fiera Nazionale del Libro, l’Alleanza Nazionale del Libro, la Libreria d’Italia. Nel 1928 inizia anche la collaborazione (che si prolungherà per 30 anni, nel dopoguerra lo ritroviamo infatti dare consigli nella rubrica L’Approdo dei bibliofili dai microfoni di una trasmissione culturale fiorentina) alla radio, un mezzo che era considerato fondamentale per la politica culturale dell’Italia fascista. Nel 1930 Parenti si trasferì a Roma, chiamato da Gentile per il lavoro redazionale all’Enciclopedia Italiana. Nella capitale apre, in comune con Giovanni Puccinelli, una libreria antiquaria: le scoperte e gli incrementi della sua biblioteca personale si avvalgono in questi anni di una rabdomantica ricerca sul campo (si legga il serbatoio di bancarelle e librerie) divenuta leggendario. Ne beneficia soprattutto l’argomento che più gli sta a cuore, e cioè Alessandro Manzoni, di cui diventa un autentico specialista. Gli interessi manzoniani gli aprirono la strada della pubblicazione, presso la casa editrice Sansoni, e con prefazione di Giovanni Gentile, della Bibliografia manzoniana, nel 1936. Un’altra opera bibliografica non indifferente vede la luce di lì a poco, quella dedicata a Benito Mussolini. Nel 1937 Parenti si trasferisce a Milano con l’incarico di organizzare, in stretto contatto con Giovanni Gentile, il Centro Nazionale di Studi Manzoniani, di cui Parenti viene nominato Conservatore. Dopo la guerra, perso questo incarico, Parenti lavorò con Hoepli e poi con Garzanti. Nel 1947 approda a Firenze chiamato da Federico Gentile per collaborare alla Sansoni. A sua misura fu creata la Sansoni Antiquariato, costola della casa editrice in cui Parenti ha potuto trasferire tutto il suo talento bibliografico. Negli anni fiorentini, dopo aver collaborato alla omonima trasmissione radiofonica, partecipa anche alla redazione della rivista letteraria “L’Approdo”. Negli anni ’50 riprende anche a dipingere (con un po’ di civetteria si definiva fondamentalmente un pittore), pratica che aveva iniziato da giovanissimo. Tra le varie attività del Parenti fiorentino vi fu anche la fondazione di un nuovo circolo letterario i “Dodici Apostoli”, che aveva sede nel ristorante Sabatini. Buongustaio ed esperto di cucina, ispirato dalle frequentazioni culinarie, fondò anche una “Biblioteca Gastronomica Sabatiniana”. Licenziatosi dalla Sansoni nel 1962, si dedicò totalmente alle sue Rarità bibliografiche dell’Ottocento.
Contenuto del Fondo: carteggi (datati tra il 1963 e il 1966) indirizzati a Emma Parenti da una trentina di mittenti, che scrivono sollecitati dalla moglie di Marino Parenti (scomparso nel 1963) in merito alla compilazione dei testi poi confluiti nel libro pubblicato in memoria del marito (Marino Parenti nel ricordo degli amici, Firenze, 1965); alle corrispondenze inviate a Emma si aggiungono un piccolo nucleo di sue minute. Insieme ai documenti epistolari si conservano una decina di testi autografi, di autori vari, dedicati a Marino Parenti e pubblicati nel volume omaggio del 1965.
Strumenti di ricerca: inventariazione dei documenti del fondo interrogabile in uno schedario cartaceo disponibile in sala consultazione, i dati di questo strumento sono stati riconvertiti nella banca data raggiungibile on line.
Alessandro Parronchi (Firenze 1914 - 2007)
Poeta e critico d’arte, i suoi versi si riallacciano all’ermetismo interpretandolo in chiave intimista; nel dopoguerra assumono modi più decisamente narrativi.
Contenuto del Fondo: 59 versioni manoscritte o dattiloscritte di altrettante poesie (ma di un testo sono presenti due diverse versioni) scritte da Parronchi nell’arco di circa un quarantennio, tra il 1937 e la fine degli anni ’70; gli autografi sono stati dati alle stampe, con varianti, nelle seguenti raccolte poetiche: I giorni sensibili (Firenze, Vallecchi, 1941), I visi (Firenze, il Fiore, 1943 e Edizioni di Rivoluzione, 1943), Un’attesa (Modena, Guanda, 1949), L’incertezza amorosa (Milano, Schwarz, 1952), Per strade di bosco e città (Firenze, Vallecchi, 1954), Coraggio di vivere (Milano, Garzanti, 1960), La noia della natura (Lecce, Quaderni del “Critone”, 1958), Pietà dell’atmosfera (Milano, Garzanti, 1970), Replay L’estate a pezzi (Milano, Garzanti, 1980), fino a Prime e ultime (Padova, Pandolfo, 1981). Grazie alla generosità del poeta la biblioteca del Gabinetto Vieusseux si era già arricchita di una selezione di storiche riviste, di taglio letterario o artistico, che sono entrate a far parte dell’emeroteca dell’istituto.
Strumenti di ricerca: la descrizione del fondo interrogabile nella banca dati che risiede in una piattaforma raggiungibile on line.
Pier Paolo Pasolini (Bologna 1922 - Ostia, Roma 1975)
Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna da Carlo Alberto Pasolini, ufficiale di carriera, e da Susanna Colussi, maestra elementare di Casarsa della Delizia in Friuli. Durante l’infanzia e la prima adolescenza segue il padre, insieme alla famiglia, nei suoi frequenti trasferimenti in varie città del nord Italia, fino al 1937, quando i Pasolini tornano a Bologna; qui Pier Paolo frequenta il Liceo e quindi l’Università. Ogni estate madre e figli trascorrono parte delle vacanze a Casarsa ed è proprio in Friuli, durante l’estate del 1941, che Pasolini scrive i suoi primi versi, in friulano, pubblicati a sue spese l’anno successivo (Poesie a Casarsa, Bologna, Mario Landi, 1942), che desteranno l’interesse di Gianfranco Contini. Nell’inverno del 1942-43 Susanna con i due figli (Guido era nato nel 1925) sono sfollati a Casarsa; qui il giovane Pasolini si dedica alla poesia, alla pittura e all’insegnamento, contribuendo a fondare la rivista friulana “Stroligùt di cà da l’aga” e l’“Academiuta de lenga furlana”. A febbraio del 1945 il fratello Guido viene ucciso in un’imboscata da partigiani passati sotto il comando di Tito; nel novembre dello stesso anno Pier Paolo si laurea in Lettere, con Carlo Calcaterra, discutendo una tesi su Pascoli. Alla fine del 1949 una denuncia per corruzione di minori ed atti osceni in luogo pubblico provoca uno scandalo: Pasolini è sospeso dall’insegnamento ed espulso dal PCI. Ai primi di gennaio del 1950 insieme alla madre parte per Roma. I primi anni nella capitale sono molto difficili, seppure inizi a collaborare a vari quotidiani romani con elzeviri, racconti, saggi. Nel 1951 ottiene l’incarico di insegnante nella scuola media parificata di Ciampino. Nel 1952 esce l’antologia Poesia dialettale del Novecento, curata con M. Dell’Arco, nel 1954 la raccolta di poesie friulane La meglio gioventù, nel 1955 il Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare e, sempre nel 1955, il discusso romanzo Ragazzi di vita. Grazie a Bassani Pasolini comincia a scrivere anche per il cinema: nel 1954 partecipa, insieme allo scrittore ferrarese, alla sceneggiatura del film di Mario Soldati La donna del fiume; questa attività proseguirà con varie altre collaborazioni, tra cui quelle con Fellini (Le notti di Cabiria, La dolce vita) e Bolognini (La notte brava). Continua anche la produzione poetica (nel 1957 Le ceneri di Gramsci ottengono il Premio Viareggio ex-aequo con Penna, nel 1958 esce la raccolta delle poesie italiane L’Usignolo delle Chiesa Cattolica, nel 1961 La religione del mio tempo), narrativa (Una vita violenta, 1959), saggistica (Passione e ideologia, 1960). Nel 1960 esordisce alla regia con Accattone. Da questo momento gira quasi un film all’anno da Mamma Roma, alla “trilogia della vita” o dell’“eros” (Il Decameron, 1971; I racconti di Canterbury, 1972; Il fiore delle Mille e una notte, 1974) e infine Salò o le 120 giornate di Sodoma, nel 1975. Al contempo prosegue l’attività di narratore (nel ’65 esce Alì dagli occhi azzurri), di poeta (Poesia in forma di rosa, 1963), a cui si affianca quella di saggista e polemista. Scrive saggi critici e interventi sulla letteratura, il cinema e la lingua (poi raccolti nel volume Empirismo eretico, 1972), dal 1960 al 1965 tiene una rubrica di corrispondenze con i lettori su “Vie nuove” (di cui una scelta sarà raccolta nel volume Le belle bandiere, uscito postumo nel 1977). Il 1965 segna l’inizio dell’interesse per il teatro. Negli anni Settanta si intensifica l’attività di critico militante: dal 1968 al 1970 tiene la rubrica Il caos sul settimanale “Tempo”, sullo stesso settimanale, dal ’72 al ’74, cura una rubrica di critica letteraria (queste rigorose e nitide recensioni saranno pubblicate postume in Descrizioni di descrizioni, 1979), scrive interventi provocatori sul “Corriere della Sera” e “Il Mondo”, che sfidano Chiesa e Potere (raccolti in Scritti corsari, 1975, e Lettere luterane, postume, 1976). Continua la produzione poetica (Trasumanar e organizzar, 1971, La nuova gioventù, 1975), si dedica alla stesura di un poderoso romanzo, Petrolio (pubblicato postumo, nel 1992). All’alba del 2 novembre viene trovato ucciso all’idroscalo di Ostia. Pochi giorni dopo la morte esce La divina mimesis, singolare “riscrittura” dell’Inferno dantesco; negli anni seguenti vedono la luce numerosi altri suoi testi inediti, sparsi o incompiuti.
Per una risorsa internet con informazioni bio-bibliografiche e critiche su Pasolini si può fare riferimento al sito “pagine corsare”: una galleria di notizie provenienti da varie fonti, tradizionali o nate direttamente sul web.
Contenuto del Fondo: carteggi per la maggior parte indirizzati a Pasolini tra il 1936 e il 1975 (ma il nucleo più significativo prende avvio dal 1950) da oltre 1200 mittenti; presente anche la corrispondenza editoriale con numerose case editrici, tra cui un cospicuo carteggio con la Garzanti, e un significativo gruppo di lettere inviate allo scrittore dai lettori della rubrica Dialoghi con Pasolini pubblicata da “Vie Nuove”; si conservano anche minute di Pasolini e sono presenti, in fotocopia, sue lettere indirizzate a vari destinatari (sono le copie dei carteggi raccolti in funzione della pubblicazione dell’epistolario presso Einaudi: Lettere 1940-1954, 1955-1975, a cura di Nico Naldini, 1986-1988). Gli autografi con i manoscritti e i dattiloscritti dei suoi testi documentano quasi integralmente la produzione poetica e cinematografica di Pasolini e gran parte di quella narrativa, teatrale, saggistica e pubblicistica, dalle prime prove degli anni dell’adolescenza allo scartafaccio di Petrolio. Una sezione iconografica è costituita da fotografie familiari, dell’infanzia e della giovinezza, che ritraggono Pasolini con il fratello Guido, il padre, la madre, gli amici, e da fotografie personali dove Pasolini è immortalato in varie circostanze, sui campi di calcio o durante una conferenza, in vacanza in Grecia con Maria Callas o con la madre Susanna, Ninetto Davoli, Laura Betti; fotografie di scena testiomoniano il set dei principali film, da Accattone (con le fotografie per i sopralluoghi del film scattate da Tazio Secchiaroli) a Salò o le 120 giornate di Sodoma. Una imponente rassegna stampa raccoglie la quasi totalità degli scritti pasoliniani usciti in rivista o in libri miscellanei, gli articoli con le sue interviste e una significativa collezione di saggi e recensioni pubblicati sulla stampa periodica che trattano dell’argomento “Pasolini” (il materiale edito fino a 1975 è stato descritto analiticamente, mentre quello pubblicato negli anni successivi alla morte di Pasolini, raccolto dagli eredi in modo non sistematico, è stato riunito in fascicoli inventariati solo sommariamente), a cui seguono opuscoli, inviti e altro materiale relativo a mostre, convegni, retrospettive, spettacoli e iniziative varie dedicate o ispirate a Pasolini, documenti relativi a presentazioni, incontri e dibattiti con la partecipazione di Pasolini, manifesti, locandine (tra cui i manifesti di Accattone illustrati da Maccari) e vario materiale pubblicitario; conclude la Serie una piccola miscellanea di ritagli di giornale, riviste e carte varie conservate da Pasolini. Una Serie di testi a firma di altri autori raccoglie saggi, studi e recensioni su Pasolini, tesi di laurea a lui dedicate, adattamenti di sue opere e scritti vari a lui ispirati, testi in prosa e poesia insieme a copioni inviati a Pasolini per un giudizio critico. Si conservano nel fondo anche una serie di documenti e oggetti personali (tra cui le tessere di iscrizione al Partito Comunista, il libretto universitario dell’Università di Bologna, la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22) e una piccola raccolta di attestati, premi e onorificenze (come il diploma di Laurea e attestati di partecipazione a vari festival cinematografici). Alle carte di archivio è aggregata una suggestiva raccolta di opere d’arte che conta 337 pezzi (ma il numero delle singole opere cresce oltre i 400, perché diversi fogli e perfino tavole sono disegnate anche sul verso): per la maggior parte risalgono agli anni Quaranta e sono realizzati con le più svariate tecniche (dall’olio su faesite o su tela di sacco, alla china su cellophane) ritraggono soggetti familiari, la madre Susanna o il fratello Guido, personaggi appartenenti al mondo contadino friulano, musicisti, bersaglieri, donne e adolescenti; tra i quadri a olio si segnalano i due autoritratti con il fiore in bocca e con la vecchia sciarpa; presenti anche disegni degli anni Sessanta (tra cui i ritratti di Ninetto Davoli e Sergio Citti, una serie di autoritratti e l’enigmatico il mondo non mi vuole più e non lo sa) e degli anni Settanta (i ritratti di Maria Callas, del 1970, realizzati con tecnica mista, e di Roberto Longhi, del 1975). Una sezione bibliografica (ma la vera e propria biblioteca personale dello scrittore è ancora conservata presso la famiglia) si articola in un nucleo librario costituito soprattutto da titoli relativi alla letteratura dialettale e popolare, per lo più friulana, a cui si aggiunge una raccolta di titoli di Pasolini stesso, tra cui alcune prime edizioni, le traduzioni dei suoi scritti e libri di poesia a lui inviati (molti con dedica), monografie recenti di critica su Pasolini e una collezione di riviste (oltre ad alcune testate friulane si segnala la presenza di numeri di “Primato”, “Prospettive”, “Il caffè”, “Nuovi Argomenti”).
Strumenti di ricerca: la descrizione del fondo ricercabile in una banca dati interrogabile on line. La collezione di disegni e dipinti di Pasolini (con la possibilità di visualizzarne l’immagine) descritta nel data base del Servizio Conservazione.
Angelica Pasolini dall’Onda (Ravenna 1854 - Levanto 1919)
Gentildonna ravennate, vissuta nella Firenze cosmopolita di fine Ottocento, dette vita ad un colto e raffinato salotto. I carteggi documentano le relazioni intrattenute con personaggi del mondo politico e letterario lungo un arco di oltre cinquant’anni.
Contenuto del Fondo: corrispondenza, ordinata cronologicamente.
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto scaricabile in formato pdf e interrogabile on line.
Giorgio Pasquali (Roma 1885 - Belluno 1952)
Filologo classico, assistente di Wilamowitz a Berlino, docente di letteratura greca a Messina ed a Firenze; dal 1942 direttore del Centro di studi di Filologia italiana dell’Accademia della Crusca. Ha curato l’edizione di numerosi testi greci.
Contenuto del Fondo: carteggio indirizzato da Giorgio Pasquali alla nipote Costanza Thompson Pasquali, costituito da 29 documenti epistolari (a cui va aggiunta una trentesima lettera inviata a un altro destinatario), datati tra il 1949 e il 1952; la corrispondenza inviata da Pasquali a Dino Pieraccioni è compresa tra il 1940 e il 1951 e composta da un numero di documenti che arriva alle 40 unità (le lettere sono state quasi integralmente pubblicate, a cura dello stesso destinatario, in varie sedi: Lettere a uno scolaro, “Nuova Antologia”, (sett.-dic. 1960) n° 480, Lettere di Giorgio Pasquali (1940-1951), in Dino Pieraccioni, Incontri del mio tempo, Milazzo, Spes, 1977 e Consigli a una matricola. Lettere inedite di Giorgio Pasquali, “Nuova Antologia”, (apr.-giugno 1980) n° 2134); completano la raccolta epistolare dedicata a Pasquali 2 lettere (in fotocopia) scritte da Pasquali a Luigi Firpo, entrambe del 1950. Alle corrispondenze si aggiungono tre fotografie di Giorgio Pasquali (con i loro rispettivi negativi).
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo e elenco dei mittenti disponibili in sala consultazione.
Guglielmo Petroni (Lucca 1911 - Roma 1993)
Poeta e narratore formatosi nel gruppo fiorentino di “Letteratura”. Nel 1938 si stabilì a Roma, dove fu redattore de “La Ruota”. Arrestato nel 1944, fu liberato all’arrivo delle truppe alleate. La sua produzione è spesso legata al tema autobiografico e morale.
Contenuto del Fondo: manoscritti dei romanzi e delle poesie, ritagli di giornale dei racconti, carte personali.
Strumenti di ricerca: elenco dattiloscritto disponibile in sala consultazione.
Giorgio Piccardi (Firenze 1895 - Riccione 1972)
Chimico e scienziato eclettico, si è occupato in particolare dello studio di un elemento come l’acqua secondo un approccio “sperimentale-galileiano”, mettendo a fuoco tutti quei fattori che intervengono nel microcosmo degli esperimenti di laboratorio, a questo genere di influenze esterne ha dato il nome di “fenomeni fluttuanti” (a tale scopo ha creato il Centro Universitario Fenomeni fluttuanti). Dal 1958 Giorgio Piccardi ha rappresentato l’Università di Firenze nel Consiglio di amministrazione del Gabinetto Vieusseux. Amico di Arturo Loria ne ha conservato autografi e documenti, donati nel 1957 al Gabinetto Vieusseux dopo la scomparsa dello scrittore.
Contenuto del Fondo: due estratti da “Letteratura” del I e II atto della commedia Endymionedi Arturo Loria con dedica dell’autore, 29 carte manoscritte, firmate e datate, con correzioni autografe e dedica di Fannias Ventosca, dattiloscritto con correzioni autografe de Il giuocatore e la fortuna, con allegata lettera di Loria a Piccardi; rassegna stampa in morte di Loria. Ai documenti di matrice loriana si aggiunge un dattiloscritto rilegato di Truciolidi Camillo Sbarbaro, datato 1940 e firmato.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo disponibile in sala consultazione.
Adriana Pincherle (Roma 1905 - Firenze 1996) e Onofrio Martinelli (Mola di Bari 1900 - Firenze 1966)
Pittori, vicini entrambi ai modi della Scuola romana, coniugata con la lezione coloristica dei fauves in Adriana Pincherle, con modalità postmetafisiche in Martinelli.
Contenuto del Fondo: ad una prima donazione di Adriana Pincherle, costituita da 16 ritratti di artisti contemporanei, ha fatto seguito, in morte della pittrice, un lascito di altri dipinti e parte della biblioteca.
Strumenti di ricerca: della biblioteca è stata ordinata e descritta (il catalogo attualmente consultabile solo in sede è il risultato della tesi di laurea di Serena Trinchero) la sezione dei libri e della documentazione d’arte; descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Ferdinando Poggi (Firenze 1902 - 1986)
Ingegnere e architetto, pronipote di Giuseppe, a partire dagli anni Trenta dirige i lavori di varie opere pubbliche, in Italia e successivamente in Albania. A Firenze si occuperà principalmente di restauri.
Contenuto del Fondo: lettere di ed a Giuseppe, Enrico e Leone Poggi; corrispondenza, fotografie e progetti architettonici di Ferdinando Poggi; carte del senatore Tancredi Canonico (Torino, 1828 - 1908), comprendenti corrispondenza, documenti e pubblicazioni, confluite per matrimonio nell’archivio Poggi.
Strumenti di ricerca: elenco sintetico dattiloscritto, inventario manoscritto, schede cartacee sia per i manoscritti che per la biblioteca; la biblioteca è in corso di riordinamento.
Piero Pòlito (Bologna 1925)
Nato a Bologna da madre toscana e padre calabrese, dopo vari trasferimenti al seguito dei genitori approda stabilmente a Firenze alla fine degli anni Trenta. Studia all’Università della sua città di adozione, dove ha la possibilità di seguire i corsi di Giuseppe De Robertis con il quale discute una tesi sull’ultimo D’Annunzio. Critico letterario e poeta, ha collaborato con scritti critici, pagine in prosa e in versi, a programmi radiofonici, quotidiani e riviste letterarie. Ha all’attivo alcune raccolte di versi, come Occhi composti (Firenze, Nuovedizioni Enrico Vallecchi, 1979), Pegni (Firenze, Pananti, 1993), Reminiscenze e rammarichi (Firenze, Polistampa, 1998), Fascinazioni (Firenze, Falciani, 2001). Una sua cifra caratteristica è la descrizione del mondo degli insetti e dei piccoli animali, un esempio sono le “prose d’arte” e le poesie di Microcosmo (Firenze, Vallecchi, 1963) e la cura degli Scritti di botanica, zoologia e medicina del naturalista Francesco Redi (Milano, Longanesi, 1975).
Contenuto del Fondo: due piccoli epistolari indirizzati a Piero Pòlito: quello di Cristina Campo, costituito da 7 lettere (datate dal 1962 al 1974) integralmente pubblicate in “L’infinito nel finito”. Lettere a Piero Pòlito, a cura di Giovanna Fozzer, Pistoia, Via del vento, 1998 (insieme al carteggio si conserva copia della recensione di Pòlito a Fiaba e mistero di Cristina Campo che fu l’occasione per l’avvio del legame epistolare); e quello scambiato con Margherita Guidacci, che comprende 21 documenti epistolari, compresi tra il 1971 e il 1988, inviati dalla Guidacci a Pòlito e copia di una risposta di quest’ultimo.
Strumenti di ricerca: descrizione del Fondo ricercabile tra gli inventari on line, un elenco dattiloscritto è disponibile in sala consultazione.
Giacomo Pozzi-Bellini (Firenze 1907 - Parigi 1990)
Regista e fotografo internazionale, ha realizzato documentari cinematografici e servizi fotografici per varie riviste italiane e straniere (fra le quali “Epoca”, “L’Europeo”, “Storia Illustrata”, “Paris-Match” ecc.).
Contenuto del Fondo: ritratti fotografici di scrittori e artisti del XX secolo; 4 manoscritti musicali e uno “schizzo” autobiografico di Luigi Dallapiccola e alcune sue lettere.
Strumenti di ricerca: descrizione del Fondo ricercabile tra gli inventari on line.
Dolores Prato (Roma 1892 - Anzio, Roma 1983)
Le circostanze della nascita di Dolores Prato, abbandonata dalla madre e con un padre rimasto sconosciuto, hanno probabilmente condizionato la vita della scrittrice, che ha sempre avvertito la sua sorte tormentata come annunciata da un presagio di eccezionalità, un “marchio” di cui non ha potuto rimuovere le tracce. La madre, una nobildonna romana che riconoscerà la figlia dandole il proprio nome, era caduta in disgrazia dopo la morte del marito, che aveva sposato nel 1887 e dal quale aveva avuto altri cinque figli. Il primo anno di vita Dolores lo trascorre a Sezze, nell’agro romano, a balia in una famiglia di contadini. A sedici mesi la bambina viene trasferita nelle Marche presso due anziani cugini della madre che vivono in una cittadina in provincia di Macerata, il parroco del paese e sua sorella nubile. A Treia Dolores trascorrerà tutta l’infanzia e l’adolescenza, studiando in un educandato di clausura. Dopo il conseguimento del diploma magistrale Dolores torna a Roma, dove si iscrive all’Istituto superiore di Magistero, ma Treia rimarrà per sempre un luogo mitico del suo immaginario oltre allo scenario di ambientazione preferito per la sua narrativa. Si laurea e nel 1919 ottiene l’abilitazione all’insegnamento di letteratura italiana. Insegna in varie scuole e istituti, trasferendosi in diverse sedi: San Sepolcro, Macerata, San Ginesio, Milano, Genova. Sono anni gravidi di incognite e difficoltà, per una situazione lavorativa precaria e storie sentimentali complicate. Nel dopoguerra la futura scrittrice, ormai rientrata stabilmente a Roma, consolida amicizie nell’ambiente letterario e politico, cominciando a collaborare a vari giornali. Il suo percorso, dalla prima maturità in poi, non è per niente lineare, alternando (anche perché influenzata da episodi della sua vita privata) spinte religiose a slanci laicisti, cattolicesimo e comunismo, intesi entrambi sul filo dell’eresia. Partecipa anche, con lusinghieri riconoscimenti, ad alcuni premi letterari, ma il momento tanto atteso della pubblicazione viene sempre rimandato. Nel 1948 aveva presentato al Premio Prato il suo primo romanzo, Nel paese delle campane, che, nonostante un riconoscimento della giuria, non troverà un editore. Negli anni successivi altri tentativi fatti presso varie case editrici di dare alla luce questo testo (con il titolo primitivo o leggermente variato), rimarranno senza esito. Il romanzo sarà pubblicato a sue spese nel 1963 con il titolo di Sangiocondo (e riedito nel 2009 da Avagliano con il titolo d’autore Campane a Sangiocondo). Ma le delusioni non la scoraggiano: nella consapevolezza di avere come scrittrice una voce originale, la coltiva nell’isolamento del suo studio, continuando a produrre fertilmente e accumulando molte carte, al tempo stesso già pronte per la pubblicazione o in parte rimaste alla forma di abbozzo, quasi che lo stato del “non finito” fosse una diretta conseguenza della vana attesa di un riconoscimento. Ecco allora una scrittura frenetica che a fatica si ferma in una struttura definita come quella del romanzo, frazionandosi negli schemi brevi degli aforismi, nel resoconto dei sogni, in un flusso di storie che hanno come spinta quella della memoria e dell’autobiografia. Nel frattempo si infittisce la stagione pubblicistica e arrivano altri premi per alcuni articoli. Il premio Stradanova le viene assegnato nel 1965 per il racconto Scottature, pubblicato due anni dopo a sue spese (e ristampato da Quodlibet nel 1996). Nel 1980, è la volta della pubblicazione presso Einaudi di Giù la piazza non c’è nessuno. La sua prosa viene salutata per la vivacità espressiva di uno stile che, arricchito da prestiti dialettali, è il personalissimo risultato di una confusione tra lingua letteraria e lingua parlata. Facile classificarla in quel filone di “irregolari” che hanno agitato la letteratura italiana del Novecento, anche per la lontananza da qualsiasi intento narrativo, sopraffatto dalla volontà descrittiva, dall’inventario nomenclatorio di cose e parole. Ed è davvero un “caso letterario”, a 88 anni. Che non si conclude subito con un lieto fine perché la scrittrice è insoddisfatta dei tagli subiti dal testo (pur riconoscendo le ragioni editoriali di Natalia Ginzburg e Gian Carlo Roscioni) manifestando pubblicamente il suo disappunto. Il romanzo verrà recuperato nella versione licenziata dall’autrice, scomparsa nel 1983, da Giorgio Zampa, che lo ha ripubblicato nel 1997 da Mondadori lavorando sui testimoni autografi (una nuova edizione, che riproduce il testo del 1997, è uscita da Quodlibet nel 2009). Lo stesso curatore ha dato alle stampe altri testi inediti di Dolores, pubblicando Le mura di Treia e altri frammenti (Treia, 1992), Le ore, I e II (Parole) nel biennio 1987-1988 presso Scheiwiller (poi riedite in un solo volume da Adelphi nel 1994: si tratta della ideale seconda parte del “romanzo di Treia”, dopo l’apprendistato degli anni dell’infanzia di Giù la piazza non c’è nessuno si passa qui alla vita trascorsa in collegio) e Interno, esterno, interno. Inediti da Giù la piazza non c’è nessuno (Treia, 1996). Mentre nuove edizioni sono attese soprattutto grazie alle attenzioni di cui la scrittrice gode nelle Marche, la sua regione di adozione.
Contenuto del Fondo: il fondo è costituito compessivamente da 12 Serie indicate da lettere dell’alfabeto: a cominciare dalle carte personali (Serie P a) che conservano documenti anagrafici e note con informazioni sulla vita lavorativa di Dolores Prato; vi si trovano certificati e diplomi, informazioni biografiche e curriculari, notizie sugli studi effettuati e sull’attività di insegnante nelle scuole, insieme ad attestazioni del suo antifascismo. Segue il materiale riguardante Antonio Bartolini (Serie P b-c): documentazione raccolta sul priore casentinese che nel XIX secolo si dedicò a opere letterarie, storiche e linguistiche e che è servita alla futura scrittrice per l’elaborazione della propria tesi di laurea; oltre a una copia della tesi, tra queste carte si conservano brevi testi di Bartolini e scritti su di lui, insieme a materiale frutto di ricerche svolte in vari archivi, non solo casentinesi (come la trascrizione della corrispondenza di Bartolini al filologo purista Pietro Fanfani custodita alla biblioteca nazionale centrale di Firenze e il carteggio di Prospero Viani insieme a stralci di altri mittenti indirizzato a Bartolini). La corrispondenza occupa la Serie P d: poco più di 250 documenti epistolari ordinati cronologicamente (dal 1922 al 1981) con carteggi di vari mittenti a Dolores Prato e minute e copie di lettere di quest’ultima; altri esemplari di documenti estratti dai carteggi sono stati collocati dalla stessa Prato (e si conservano quindi in altre Serie del fondo) a corredo di fascicoli con materiale a cui il contenuto delle lettere faceva evidentemente riferimento. Gli “appunti” (Serie P e) sono fascicoli con appunti vari e ritagli di giornale, almeno in parte serviti per l’elaborazione del romanzo sugli anni dell’“educandato” (pubblicato postumo con il titolo Le ore), una consistente serie di fogli spesso etichettati con il pronome “io” con aforismi e osservazioni analitico-introspettive, cartelle “tematiche” dedicate a vari argomenti sui quali la scrittrice, di nuovo nella forma dell’aforisma, della nota frammentaria, del ritaglio di giornale a cui sono aggiunte delle osservazioni personali, raccoglie e sistematizza documentazione quasi sempre dal forte taglio autobiografico o su vari soggetti, come la religione, l’attualità, luoghi e città, gli animali (in particolare gli amati gatti) ecc.. Tra gli autografi delle prose letterarie (Serie P f) si riconoscono tracce di progetti intrapresi e mai compiuti o magari compiuti e mai approdati alla stampa: scritti critici su Manzoni e Rosmini, abbozzi di racconti e romanzi, tra cui un testo dal titolo ancora oscillante di Calycanthus - E lui che c’entra?, un lavoro quasi finito sul mare che piacque a Ungaretti che ne lesse per caso il manoscritto, un dattiloscritto de Le ore (il libro sulla vita in collegio pubblicato solo verso la fine degli anni Ottanta), e testimoni del romanzo Campane a Sangiocondo (ripubblicato nel 1996 dopo la prima uscita sconfessata dalla Prato nel 1963), presenti con vari titoli e stesure (una versione con alcuni titoli sovrapposti: Nel paese delle campane, San Giocondo e il suo prete, La rosa muscosa, quest’ultimo è il titolo di un secondo dattiloscritto, a sua volta corretto dalla scrittrice ed è la lezione definitivamente accolta in Campane a Sangiocondo), mancano invece versioni (a meno che non si faccia riferimento al vasto serbatoio di appunti autobiografici) di Giù la piazza non c’è nessuno, sia nell’edizione Einaudi del 1980 che in quella, licenziata come definitiva dall’autrice, pubblicata postuma nel 1997 da Mondadori; presenti inoltre anche due soggetti per film e un esemplare del racconto Scottature (nella copia del libretto pubblicato nel 1967). Seguono gli articoli (Serie P g) che riuniscono la produzione giornalistica della scrittrice; i testi (in gran parte si tratta di articoli sulla vita quotidiana e sulla storia della città di Roma) sono presenti in forma di dattiloscritto o di ritaglio di giornale (per la maggior parte estratti dal quotidiano “Paese Sera”). La “raccolta di sogni” (Serie P h) conserva la registrazione, condotta per molti anni (sistematicamente dal 1950 al 1982) da parte di Dolores Prato, dei suoi sogni: uno zibaldone onirico bizzarro ma costruito con la velleità per niente improvvisata di farne un’opera letteraria. Mentre 10 quaderni (Serie P i) contengono appunti di carattere critico-letterario (probabilmente legati agli studi universitari) o note e riflessioni diaristiche e abbozzi di prove letterarie. Infine il materiale su Roma (Serie P l-n) dà collocazione alla documentazione preparatoria di un progettato lavoro su Roma (si conserva anche una avvertenza e un indice approssimativo che introducono il programma di lavoro), una guida sui generis alla città eterna che avrebbe dovuto descrivere Roma attraverso la sua storia, dalle origini alla contemporaneità; altro materiale sull’argomento è circoscritto al periodo unitario di Roma capitale o dedicata ad aspetti particolari della città.
Strumenti di ricerca: in sala consultazione sono disponibili uno schedario cartaceo e un inventario dattiloscritto, per la corrispondenza è stato allestito un indice dattiloscritto dei mittenti e dei destinatari.
Vasco Pratolini (Firenze 1913 - Roma 1991)
Nato a Firenze nel 1913, rimane orfano della madre nel 1918. Allevato dai nonni materni, dai dodici ai diciotto anni svolge i mestieri più disparati. Durante i primi anni Trenta inizia a dedicarsi da autodidatta alla lettura e scrive i primi racconti. Trascorsi due lunghi periodi in sanatorio a causa della tubercolosi, nel 1938, grazie all’intervento dell’amico Vittorini, pubblica su “Letteratura” il suo primo racconto, Prima vita di Sapienza. Nello stesso anno a Firenze, insieme a Alfonso Gatto e Enrico Vallecchi, fonda la rivista “Campo di Marte”, che, dopo solo un anno di vita, sarà costretta a sospendere le pubblicazioni. Nel 1939 si trasferisce a Roma e qui si impiega presso il ministero dell’Educazione Nazionale. Collaboratore di numerosi periodici del tempo, è nominato insegnante negli istituti d’arte. Nel 1941 pubblica il suo primo libro, Il tappeto verde, a cui seguono: Via de’ Magazzini (1942), Le amiche (1943), Il Quartiere (1944). Durante la Seconda guerra mondiale partecipa alla Resistenza. Dopo la Liberazione, trascorso un periodo prima a Milano poi a Napoli, torna definitivamente a Roma dove continua a svolgere l’attività di critico d’arte, critico teatrale, cronista sportivo, inviato speciale per importanti quotidiani. Collabora anche alla sceneggiatura di numerosi film, tra cui: Paisà di Rossellini, Rocco e i suoi fratelli di Visconti, La viaccia di Bolognini, La colonna infame di Nelo Risi. Nel dopoguerra escono alcuni dei più famosi romanzi di Pratolini, che saranno tradotti in oltre venti lingue e ispireranno varie versioni cinematografiche. Si ricordano: Cronaca familiare (1947), Cronache di poveri amanti (1947), Le ragazze di Sanfrediano (1952), Il mio cuore a Ponte Milvio (1954), Metello (1955), Lo scialo (1960), Allegoria e Derisione (1966); ha raccolto dei versi anche in alcuni volumi di poesie, come La città ha i miei trent’anni (1967) e Il mannello di Natascia (1980).
Contenuto del Fondo: manoscritti e versioni dattiloscritte, in pulito o con ricche varianti, di alcuni, tra quelli apparsi in volume, dei maggiori titoli pratoliniani; tra gli autografi delle opere, in prosa e in versi, si conservano i testimoni di Un eroe del nostro tempo, Metello, Lo scialo, La carriera di Ninì, La costanza della ragione, Allegoria e Derisione, Il Mannello di Natascia. Tra le sceneggiature, i soggetti e i trattamenti si trovano testimoni della sceneggiatura de La viaccia, il film girato da Mauro Bolognini nel 1961, stesura preparatoria della sceneggiatura di Cronaca familiare, film vincitore del Leone d’Oro a Venezia nel 1962 con la regia di Valerio Zurlini, un dattiloscritto intitolato L’Ammuinacon la sceneggiatura del film girato da Nanni Loy col titolo Le quattro giornate di Napoli, sceneggiatura di Ellis(l’originale televisivo trasmesso dalla Rai nel 1962), trattamenti di Abelardo e Eloisa(un progetto curato insieme a Nelo Risi) e di San Francesco(per Franco Zeffirelli), trattamento per una riduzione televisiva del romanzo di Federigo Tozzi Con gli occhi chiusi, sceneggiatura de Lo scialo(adattamento televisivo tratto dal romanzo omonimo), dattiloscritto di copisteria di un soggetto intitolato Mal d’America. In una piccola sezione sono confluiti materiali vari: una minuta di Vasco Pratolini, una minuta di una lettera indirizzata a Vasco dall’amico pittore Renzo Grazzini che descrive il carcere fiorentino delle Murate (il documento rientra di fatto tra l’apparato di fonti raccolto per la stesura di Metello), manoscritto di un frammento di una commedia intitolata Bianca e Casanovaattribuibile alla penna di Pratolini, dattiloscritto con la traduzione pratoliniana del copione di una commedia di Alfred De Musset intitolata La notte veneziana, edizione a stampa dello spartito per pianoforte e canto di Via del Cornoopera del compositore russo Kirill Molčanov su soggetto di Cronache di poveri amanti(accompagnata da un articolo sulla rappresentazione dello spettacolo allestita a Mosca all’inizio degli anni Sessanta); completano la sezione una pagella scolastica appartenuta a un Pratolini adolescente e un dipinto a olio di Nello Pratolini raffigurante una strada del centro storico fiorentino. Le fotografie raggiungono in totale il numero 47 immagini: 39 presenti in forma di stampa (duplicata dagli originali appartenenti alla famiglia e ad Alessandro Parronchi) e di negativo: rappresentano lo scrittore ripreso da solo, spesso al tavolo di lavoro, o ritratto in compagnia di familiari e di colleghi e amici, alcuni di questi scatti sono di mano del fotografo Luca Carrà; altre fotografie di questo gruppo riproducono invece alcuni ritratti dello scrittore; completano la sezione un paio di negativi di fotografie di documenti (immagini riprese in occasione della mostra del 1992), 2 stampe con fotografie familiari donate da Pier Luigi Pratolini e 4 fotografie di scena dello spettacolo Via del Cornoallestito a Mosca nell’autunno 1961. La biblioteca personale conta circa 2500 titoli, con edizioni in italiano e francese relative principalmente alla letteratura otto-novecentesca, alla storia, all’arte.
Strumenti di ricerca: inventario scaricabile dalla rete in formato pdf e interrogabile on line.
Anna Proclemer (Trento 1923)
Figlia di un ingegnere trentino, a Roma all’inizio degli anni Quaranta dopo una adolescenza agitata da letture, sogni e malinconie chiarisce la sua vocazione di artista facendo le prime esperienze nel teatro universitario. Si fa notare, siamo nel 1942, nella rappresentazione di Minnie la candidadi Bontempelli, per la regia di Ruggero Jacobbi. Sulla scia di questo primo successo coglie l’opportunità di entrare a far parte della compagnia di Anton Giulio Bragaglia: la stagione 1942-43 passata con il Maestro romano rimane, per ammissione dell’attrice, una delle esperienze più formative della sua carriera. Nel 1945, è a Catania per girare Malìacon una troupe cinematografica. Qui incontra di nuovo Vitaliano Brancati, che aveva conosciuto negli anni del teatro universitario e di cui aveva portato in scena alcuni testi. Lo scrittore siciliano aveva già dichiarato in precedenza il suo amore alla giovane attrice, ma la coppia si formerà stabilmente solo da questo momento sposandosi l'anno successivo, nel luglio 1946. Nel maggio 1947 nasce Antonia, la loro figlia. In questo anno l’attrice accantona qualsiasi progetto teatrale e si dedica esclusivamente al lavoro di doppiaggio in studio. Nell’autunno 1947 riprende a calcare le scene e la passione per la vita teatrale si scontra con la solitudine, il malumore, l’infelicità del marito. Tra le varie interpretazioni recita nel 1948 nel Gabbianodi Cechov al Piccolo Teatro di Milano per la regia di Giorgio Strehler e viene scritturata da Orazio Costa (un incontro, quello con il regista, professionalmente determinante), che la dirige nella Mirradi Vittorio Alfieri (Silvio D’Amico scrive in questa occasione una celebre recensione in cui cesella Anna Proclemer come una “ideale interprete di altissima nobiltà e di soffocato tormento”, una definizione che ha lasciato il segno). Nel 1953 è tra gli interpreti di Viaggio in Italiadi Roberto Rossellini, con la sceneggiatura di Brancati (la sua filmografia, nonostante avesse esordito giovanissima nel cinema dei “telefoni bianchi”, rimane peraltro stranamente povera di titoli in cartellone). Brancati, da cui si è ormai separata, muore nel 1954, Anna Proclemer lo assiste fino agli ultimi giorni passati in una clinica torinese. Tra il 1952 e il 1955 sono gli anni della compagnia Teatro d’Arte Italiano, di Vittorio Gassman e Luigi Squarzina, tra i titoli in repertorio vale la pena segnalare due messe in scena dell’Amleto, in cui l’attrice interpreta prima Ofelia e poi Gertrude. L’estate 1955 è in tournée in sud America, con una compagnia formidabile a cui, insieme a nomi già affermati come il suo (insieme a, tra gli altri, Tino Buazzelli), si aggrega Giorgio Albertazzi. Al ritorno in Italia Lucio Ardenzi, l’organizzatore della fortunatissima trasferta, ha già un nuovo programma da mettere in piedi per la stagione 1955-56: a ciascuno dei componenti del sodalizio, Anna Proclemer, Renzo Ricci, Eva Magni e Giorgio Albertazzi, propone uno spettacolo da protagonista, Anna sarà La ragazza di campagnadi Clifford Odets. Per una quindicina di anni, i due prendono da questo momento una loro strada in comune nella “ditta” Proclemer-Albertazzi, il destino professionale di Anna Proclemer si unisce a quello di Giorgio Albertazzi. La loro storia privata si intreccerà, superandone la stagione, a quella del sodalizio artistico. Alcune delle rappresentazioni di questi anni hanno fatto scuola, sia che provengano da testi non ancora affermati sia che siano prese in prestito dal repertorio dei maggiori classici, tra tutti citiamo l’allestimento dannunziano della Figlia di Jorio(nel 1957 per la regia di Luigi Squarzina), Anna dei miracolidel 1960 (un grande successo dove esordisce una giovanissima Ottavia Piccolo) e la prima de La governantedi Vitaliano Brancati, portata sul palcoscenico (con l’esordio alla regia di Giuseppe Patroni Griffi) nel 1965 dopo la pubblicazione del 1952, la censura ne aveva infatti impedito fino ad allora la messa in scena. Dagli anni Settanta Anna Proclemer è impegnata con determinazione e senza risparmio di energie nella riproposizione di titoli del suo repertorio e nell’allestimento di spettacoli almeno in parte inediti (da Genet, Beckett, Shaw, Strindberg ecc.); tra gli appuntamenti delle ultime stagioni segnaliamo i recital di Viaggio attraverso Brancatie Anna dei pianoforti.
Informazioni biografiche e riproduzione di alcuni documenti del Fondo nel sito internet curato dall’attrice.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati ad Anna Proclemer e una raccolta di sue minute: un epistolario che, nel suo insieme, costituisce una testimonianza significativa della vita e della carriera dell’attrice fornendo uno spaccato di buona parte del mondo dello spettacolo, italiano e internazionale, a partire dagli anni ’40 del Novecento fino alle ultimissime stagioni teatrali. Tra le corrispondenze più rilevanti segnaliamo quella con il marito Vitaliano Brancati (quasi integralmente pubblicata in Lettere da un matrimonio, Milano, Rizzoli, 1978, poi Firenze, Giunti, 1995) e con la figlia Antonia, o quelle che documentano le storie importanti, per la sua vita privata e di attrice, come i carteggi di Giorgio Albertazzi, Gabriele Antonini, Gerardo Guerrieri, Tommaso Landolfi. Alcuni documenti epistolari sono conservati anche in fascicoli raccolti dalla stessa Proclemer in merito ad avvenimenti biografici o di lavoro o incollati in album accanto ad articoli di giornale, fotografie, programmi e locandine. I diari dell’attrice sono documentati da 20 quaderni con note di diario e appunti di varia natura che, anche se in modo discontinuo, coprono l’arco temporale 1939-1986, e da 22 quaderni dedicati esclusivamente a resoconti e impressioni di viaggio (le mète spaziano dall’Europa agli Stati Uniti, dall’Africa alle grandi capitali, mentre i termini cronologici sono compresi tra il 1952 e il 2001). Poco meno di 50 documenti testimoniano i copioni di spettacoli teatrali, datati dal 1954 al 2005 (le copie sono ricche di appunti personali, note e firme di possesso). La rassegna stampa è composta da 10 scatole con ritagli di giornale su spettacoli messi in scena dal 1942 al 2007, tournée internazionali, singoli argomenti, con articoli sulla stessa attrice e su Giorgio Albertazzi; inoltre sono presenti 14 grandi album con ritagli di giornale, programmi di sala, locandine, fotografie e documenti epistolari stralciati da alcuni carteggi; accanto alla documentazione raccolta da Anna Proclemer il fondo è arricchito da un centinaio di quaderni con ritagli fittamente incollati da una sua ammiratrice, Mariuccia Tagliafico, che dal 1956 al 1998 ne ha seguito la carriera e documentato la storia personale e di attrice, trascrivendo anche la corrispondenza che nel frattempo ha indirizzato ad Anna Proclemer (1959-1980) in 4 quaderni. In oltre 100 buste sono conservate fotografie di spettacoli teatrali (1942-2007), film e rappresentazioni per la tv, oltre a scatti con ritratti personali e familiari; alle vere e proprie fotografie si aggiungono 9 album con immagini ritagliate dalla stessa attrice da giornali e rotocalchi. Completa il fondo una documentazione di tipologia eterogenea: premi e riconoscimenti, guide e opuscoli teatrali, programmi di sala (1941-2007), testi di articoli, interviste e interventi di Anna Proclemer, manifesti, alcuni libri e videocassette, disegni con suoi ritratti ecc..
Strumenti di ricerca: descrizione della corrispondenza ricercabile tra gli inventari on line; inventario sommario del resto dei documenti del fondo disponibile in sala consultazione. Descrizione dei disegni che ritraggono l’attrice nel data base del Servizio Conservazione.
Carlo Prosperi (Firenze 1921 - 1990)
Tra i più significativi compositori italiani del secondo dopoguerra, si è distinto per una originale interpretazione, in linea con il vicino esempio della sperimentazione dallapiccoliana, della “serie” dodecafonica, adottando la disciplina del codice atonale senza però accoglierne gli esiti più intransigenti. Invece di perseguire l’unità della serie il suo linguaggio si è costruito una tecnica che è stata definita "poliseriale", una dodecafonia “ben temperata” la sua, che non rinuncia alla musicalità e che rimane attenta agli esiti comunicativi del rapporto fra artista e pubblico. Uno stile personale che è approdato a una concezione della musica come chiarezza e comunicazione, armonia di suoni cristallini, recuperando una forma “classica” da un sottofondo oscuro, “notturno”. Tra la sua ricca produzione, comprendente musica da camera, sinfonica e corale, ricordiamo In nocte secunda, da molti giudicato un capolavoro del Novecento, un balletto del 1978 ancora oggi ineseguito, Elogio della Follia ispirato a Erasmo da Rotterdam, Chant, scritto in memoria di Luigi Dallapiccola, il Concerto d’infanzia dedicato alla figlia e i titoli ispirati dalla lettura di poeti del suo tempo come Marezzo (Montale è il nome da evocare in questo caso), Cinque strofe dal greco (da Quasimodo) e, soprattutto, le composizioni frutto della collaborazione con Carlo Betocchi (Tre Canti di Betocchi, Canti dell’ansia e della gioia e Noi soldà un’opera che chiude i conti con l’esperienza drammatica della guerra vissuta in prima persona, come soldato in Montenegro fino al 1943 e poi in Italia in azioni partigiane). A fianco del ruolo di compositore dal 1958 Prosperi ha assolto una intensa attività didattica presso il Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze (da studente vi era stato allievo di Rodolfo Cicionesi, Vito Frazzi e Luigi Dallapiccola) e dove è stato titolare della cattedra di Composizione, creando una delle più rilevanti “Scuole” in Italia. Nella sua biografia professionale si segnala anche l'esperienza come assistente alla programmazione musicale nelle sedi Rai di Torino (1950-1951) e Roma (1952-1958), a lui si deve la scelta del brano tratto dal "Te Deum" di Charpentier, mitica sigla del collegamento eurovisione.
Contenuto del Fondo: carteggi ricevuti da Carlo Prosperi (di cui si conserva anche un gruppo di minute) e corrispondenze (più circoscritte) indirizzate anche a Maria Teresa e Giuliana Prosperi (la moglie e la figlia del musicista che si sono adoperate per la promozione e la valorizzazione dell’opera di Prosperi) e ad altri destinatari; stesure manoscritte e a stampa delle partiture del Maestro, dai primi esercizi giovanili di scrittura fino alle versioni delle sue più importanti opere, a cui si aggiungono numerose prove di altri componimenti, conclusi o solo abbozzati; una raccolta di articoli e recensioni sulle esecuzioni di musiche di Prosperi con tutto il relativo corredo di fonti informative (i programmi di sala, le locandine degli spettacoli, materiali di letteratura “grigia” ecc.); saggi e articoli scritti da Prosperi, pubblicati o conservati in testimoni dattiloscritti; manoscritti degli appunti di armonia, abbozzi, testi vari relativi soprattutto alle opere giovanili, materiale didattico (documentazione sulla sua attività di docente, in particolare sono rappresentati i materiali relativi ai corsi tenuti presso il Conservatorio Cherubini di Firenze), materiale vario, onorificenze e riconoscimenti pubblici, fotografie; biblioteca di quasi esclusiva impronta musicale (a cui si aggiungono alcuni titoli dei testi letterari usati da Prosperi come ispirazione per le sue composizioni); parte della collezione d’arte appartenuta alla famiglia del musicista; registrazioni audio (memorizzate su cd e in formato mp3) di musiche di Prosperi e di una serie di sue interviste concesse a Mario Ruffini (un “Fondo Audio Carlo Prosperi” è depositato presso il Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze).
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto compilato precedentemente al deposito del Fondo disponibile in sala consultazione; descrizione della Serie della corrispondenza e di quella delle partiture musicali (con le edizioni degli spartiti pubblicati, insieme agli abbozzi e alle versioni preliminari) ricercabile tra gli inventari on line; tra i contributi e gli apparati del volume Carlo Prosperi e il Novecento musicale da Firenze all’Europa (Firenze, Polistampa, 2008, numero monografico di “Antologia Vieusseux”, n.s., a. 13 (genn.-dic. 2007) n° 37-38-39) disponibili alcuni strumenti di orientamento (come un elenco dei corrispondenti e quello delle incisioni discografiche) e le schede di un “catalogo ragionato delle opere” con rimando alle varie fonti d’archivio. Biblioteca parzialmente schedata, come Fondo speciale, nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Giorgio Prosperi (Roma 1911 - 1997)
Giornalista, autore e critico drammatico, ha collaborato in particolare a quotidiani e periodici della città di Roma.
Contenuto del Fondo: circa 6000 ritagli di giornale relativi a cronache e critiche teatrali, dal 1936 al 1996, prevalentemente tratti dalla stampa romana.
Strumenti di ricerca: i ritagli sono suddivisi e ordinati cronologicamente e per testata.
Mario Puccini (Senigallia 1887 - Roma 1957)
Scrittore, affianca il padre nel commercio librario e nella conduzione di una casa editrice. Trasferitosi a Milano nel 1913 ed a Roma nel dopoguerra, inizia a collaborare a riviste e quotidiani italiani e stranieri. Autore di numerosi libri, è anche traduttore dallo spagnolo.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Mario Puccini, manoscritti di suoi romanzi, racconti e articoli, rassegna stampa e materiale bibliografico vario.
Strumenti di ricerca: la descrizione del fondo interrogabile nella banca data raggiungibile on line, un inventario dattiloscritto estratto da questa piattaforma scaricabile dalla rete in formato pdf.
“La Regione” (periodico, Firenze 1954-1975)
Rivista dell’Unione regionale delle province toscane, fondata e inizialmente diretta da Alessandro Bonsanti. Con varia periodicità, sospesa dal 1958 al 1962.
Contenuto del Fondo: quattro fascicoli con documenti, menabò, preventivi, progetti redazionali.
Strumenti di ricerca: scheda descrittiva.
Ridolfi Del Panta (documenti del sec. XIX)
Materiali appartenuti alla famiglia Ridolfi, donati dalla discendente Giovannella Ridolfi Del Panta.
Contenuto del Fondo: collezione di raccolte, alcune rare e preziose, di periodici di epoca risorgimentale, appartenuti alla famiglia Ridolfi.
Strumenti di ricerca: catalogo cartaceo e informatizzato interrogabile in sede.
Giovanni Battista Roatta (Ceva 1876 - Firenze 1958)
Documenti risorgimentali di provenienza familiare, lasciati dalla figlia del noto tisiologo, Camilla Roatta, in appendice ad un ricco nucleo di opuscoli di medicina e ad altri volumi.
Contenuto del Fondo: lettere di Vincenzo Gioberti, Andrea Ighina, Silvio Pellico e Carlo Vassallo a Felice Vassallo e ad altri destinatari; fotografie di Giuseppe Garibaldi; un busto in terracotta e un dipinto ad olio ritraenti Roatta.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo disponibile in sala consultazione. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Ottone Rosai (Firenze 1895 - Ivrea 1957)
Pittore, attraversa alcune delle più importanti esperienze artistiche del Novecento. Partecipa al primo conflitto mondiale; nel 1920 introduce nella sua pittura gli “omini”, suoi soggetti caratteristici; nel 1926 inizia la collaborazione al “Selvaggio”. È anche autore di alcuni libri.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata all’artista fiorentino, manoscritti di suoi testi narrativi e d’arte, taccuini e appunti diaristici; carte che dialogano con i libri della biblioteca personale e la collezione dei cataloghi delle mostre personali e collettive a cui ha partecipato e delle esposizioni allestite da colleghi pittori; completano il Fondo giornali e riviste con scritti di Rosai e articoli sulla sua opera, una raccolta di fotografie, una piccola scelta ma suggestiva di oggetti personali.
Strumenti di ricerca: disponibili in sala consultazione elenchi dattiloscritti dei corrispondenti e dei volumi della biblioteca e uno schedario cartaceo per i manoscritti, i documenti a stampa, le fotografie e il materiale eterogeneo; la serie dei carteggi è in corso di riordinamento.
Ernesto Rossi (Livorno 1827 - Pescara 1896)
Attore drammatico, debuttò nel 1846; fece parte della Compagnia di Gustavo Modena, viaggiò per l’Europa e le Americhe. Rappresentò nei teatri italiani autori dimenticati o ignoti, come Goldoni o Shakespeare. Ha pubblicato interessanti volumi di Memorie.
Contenuto del Fondo: oltre 130 copioni di testi teatrali di autori italiani e stranieri che documentano il repertorio drammatico della compagnia dell’attore livornese.
Strumenti di ricerca: la descrizione del fondo interrogabile nella banca data raggiungibile on line, un inventario dattiloscritto estratto da questa piattaforma scaricabile dalla rete in formato pdf.
Claudia Ruggeri (Napoli 1967 - Lecce 1996)
Per la sua poesia non è stata scomodata ingiustamente l’etichetta di barocco (una definizione che ben si adatta alla storia e allo scenario salentino), e in effetti, nelle scarne prove che ci ha lasciato, abbondano i rimandi letterari, i calchi, le citazioni (colte e gergali), in un gioco di specchi che disorienta e ipnotizza. Con uno dei suoi modelli, l’esempio spiritualmente affine di Dino Campana, l’identificazione è così stretta da coincidere con quello che Donato Valli chiama il “sodalizio con un’ombra”. Franco Fortini (a cui aveva dedicato sollecitando un giudizio senza reticenze Inferno minore, il titolo sotto il quale aveva raccolto i primi versi) le rimprovera un uso troppo disinvolto del pastiche culturale, parlando di “sovraccarico di collane e gioielli e anelli” (Valli usa la parallela metafora di “bigiotteria letteraria”), invitandola a una “minore fiducia nella ‘impunità’ della parola letteraria” per conquistare, partendo da una autolimitazione e dalla retrocessione a un piano prosastico, un registro più autentico e personale. Un percorso che non si è consumato, bruciato nel breve arco di una vita volontariamente interrotta. Lo sperimentalismo era evidentemente la cifra di un linguaggio che si decomponeva per eccesso di volontà espressiva (appesantendosi fino alla saturazione). Una urgenza di comunicazione che si manifestava anche nel linguaggio del corpo, “urlato” in occasione di performance e di letture pubbliche. La poesia di Claudia Ruggeri è stata pubblicata quasi esclusivamente postuma e affidata alla memoria dei blog e delle riviste on line. Il primo omaggio alla sua memoria, a pochi mesi dalla scomparsa, si legge nella rivista leccese “l’Incantiere” (a. 10, dicembre 1996, n° 39-40), dove è stato pubblicato il testo della raccolta Inferno minore, il breve carteggio scambiato con Franco Fortini, alcuni contributi critici (di Walter Vergallo, Donato Valli e Arrigo Colombo) e una serie di disegni dedicati a Claudia Ruggeri da Alessandra Tana. Una sezione monografica, intitolata La ragazza dal cappello rosso, con un saggio di Mario Desiati e alcune poesie di Claudia, le è stata dedicata nel numero 28 di “Nuovi Argomenti” (5ª serie, ottobre-dicembre 2004). Per una sistemazione meno provvisoria si faccia affidamento a Inferno minore (Ancona, peQuod, 2006), un volumetto curato da Mario Desiati dove sono riunite insieme ad altri versi inediti le due piccole raccolte, intitolate Inferno minore e Pagine del travaso, predisposte dalla poetessa che, seppure parzialmente, davano compiutezza a una produzione disorganica.
Contenuto del Fondo: fotocopie dei dattiloscritti delle due raccolte di poesie allestite da Claudia Ruggeri: Inferno minore e Pagine del travaso; miscellanea, che si presenta in maniera informe e disordinata, di dattiloscritti e manoscritti con testi autografi, in verso e in prosa, a cui si aggiungono appunti personali di vario genere; scarne tracce epistolari presenti in vari incartamenti, tra cui una lettera di Franco Fortini datata 10 marzo 1990 (pubblicata ne “l’Incantiere”), minute di Claudia Ruggeri indirizzate a vari destinatari, fotocopia di una lettera di Gregorio Scalise; dattiloscritti del saggio di Donato Valli (pubblicato ne “l’Incantiere”) e di un testo di Gregorio Scalise sulla poesia di Claudia Ruggeri; fotocopie del numero 39-40 de “l’Incantiere” (dicembre 1996) e copia della sezione La ragazza dal cappello rosso tratta dal numero 28 di “Nuovi Argomenti” (2004).
Strumenti di ricerca: elenco sommario disponibile in sala consultazione.
Bruno Saetti (Bologna 1902 - Venezia 1984)
Pittore, tiene nel 1927 la prima personale; da paesaggi e interni intimisti approda dopo il 1945 ad un naturalismo vagamente informale, dedicando particolare attenzione alla pittura muraria. Dal 1950 al 1956 è direttore dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Saetti e minute del pittore, materiale bibliografico con libri, riviste e cataloghi di mostre (che documentano l’attività dell’artista), consistente raccolta di fotografie, negativi e lastre che illustrano i quadri e la sua opera grafica, accanto a pellicole di film e fotografie personali, appunti e scritti d’arte, carte varie.
Strumenti di ricerca: disponibili in sala consultazione uno schedario cartaceo (valido per la corrispondenza) e elenchi di consistenza per i materiali a stampa e le altre tipologie di documenti.
Ugo Saltini (Firenze 1877 - 1955)
Avvocato di Stato, studiò all’Università di Pisa dove conobbe e strinse amicizia con i fratelli Alessandro e Piero Marrucchi, in particolare con quest’ultimo (l’avvocato-filosofo esponente del cattolicesimo fiorentino e pensatore eclettico) coltivò rapporti di stima e di affetto. Oltre a interessarsi alla materia della sua professione (su argomenti giuridici ha dato alle stampe alcuni saggi, tra cui una dissertazione sul diritto d’autore) Saltini si è occupato di argomenti religiosi, storici e filosofici. Da sottolineare il suo impegno nelle attività caritatevoli: da fervente cristiano aderì alla Società di San Vincenzo De Paoli dove ebbe modo di mettere in pratica le sue conoscenze professionali a favore di opere pie e nell’azione contro la povertà. Nella sua smilza bibliografia compaiono per l’appunto anche alcuni titoli sulla vita di San Vincenzo De Paoli.
Contenuto del Fondo: 6 lettere (comprese tra il 1909 e il 1911) indirizzate da Piero Marrucchi a Ugo Saltini, 1 minuta di quest’ultimo scritta per l’amico e datata tra il 1909 e il 1910 (insieme ai documenti epistolari è stata donata anche la stampa di un’ode scritta dal padre scolopio Giuseppe Manni in onore del matrimonio di Marrucchi celebrato nel 1913 con Angelica Conestabile della Staffa), fotocopie di 3 tra lettere e cartoline scritte da Saltini e spedite a Marrucchi tra il 1904 e il 1909.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo disponibile in sala consultazione.
Bino Sanminiatelli (Firenze 1896 - Vignamaggio, Greve in Chianti 1984)
Scrittore, giornalista, pittore. Si dedica fin da giovanissimo all’attività artistica e letteraria. Dopo i primi contatti col movimento futurista, nel 1917 fonda con Enrico Prampolini la rivista d’avanguardia “Noi”. Contemporaneamente entra in contatto a Zurigo col movimento dadaista e con Tristan Tzara, che lo invita a scrivere sulla rivista “Dada”. Laureatosi in legge, preferisce dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria. Prima del definitivo abbandono nel 1958 del disegno, partecipa a varie Biennali veneziane e Quadriennali romane. Direttore dell’“Italia che scrive” e fondatore con Amedeo Maiuri della rivista “Il Veltro”, per lunghi anni è vice presidente Centrale della Dante Alighieri. Tra i molti libri si ricordano: Le pecore pazze, 1920, L’urto dei simili, 1930, L’omnibus del Corso, 1941, Gente in famiglia, 1951, Gli irregolari, 1982, Via della Micia 3, 1985 (postumo). Da ricordare anche i quattro volumi dei Diari, che ripercorrono l’arco di tempo compreso tra il 1949 e il 1976.
Contenuto del Fondo: corrispondenza indirizzata a Sanminiatelli (insieme a un gruppo di sue minute); manoscritti, dattiloscritti, bozze, relativi ai racconti e ai romanzi di Bino Sanminiatelli, ai suoi saggi e conferenze; diari e agende con appunti personali e di lavoro; raccolta dei suoi articoli di giornale (e del loro materiale preparatorio) e rassegna stampa della letteratura critica su di lui; collezione di una serie di manoscritti di altri autori. Completano il Fondo la raccolta di suoi disegni (insieme ad alcuni ritratti di altra mano) e parte della sua biblioteca personale, conservata a Palazzo Strozzi.
Strumenti di ricerca: inventario interrogabile on line e scaricabile in formato pdf (solo su questa seconda piattaforma è ricercabile la descrizione dei documenti della sottoserie “Articoli di Bino Sanminiatelli” il materiale preparatorio e i ritagli di giornale che è stata inventariata esclusivamente su questo supporto); elenchi delle appendici documentarie che hanno via via integrato il Fondo disponibili in sala consultazione. Biblioteca personale (si veda la pagina descrittiva) schedata come Fondo speciale nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux. Descrizione del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione.
Piero Santi (Volterra 1912 - Firenze 1990)
Narratore e poeta, critico d’arte e di cinema, si è distinto fin dagli anni Trenta per un’apertura di interessi tutt’altro che provinciale. Nonostante queste premesse la notorietà di Piero Santi è rimasta circoscritta a un ambiente di letterati e artisti o confinata alle conoscenze coltivate a Firenze, città dove si era trasferito con la famiglia nel 1918 e dove tranne che per intervalli più o meno lunghi vivrà per tutta la vita (alla sua città di adozione dedicherà Da un tetto e nelle strade. Firenze sommersa, Bari, De Donato, 1967). La sua influenza si è diffusa quasi più tramite il vincolo dell’amicizia (significativi sono, per esempio, alcuni suoi titoli: come quello della sua prima raccolta di racconti, Amici per le vie, che esce nel 1939 presso le edizioni “Circoli”, ristampato poi nel 1976 per i tipi della galleria L’Indiano con illustrazioni di Treccani e Guttuso, o Diario con gli amici, la raccolta di poesie pubblicata nel 1980 presso le Edizioni d’arte IFI di Firenze) che non grazie ai libri e agli articoli che ha pubblicato. E sono le parole dei suoi stessi amici e sodali, spesso poco più giovani di lui che l’hanno frequentato magari solo per brevi periodi, a testimoniare il ruolo svolto da Piero Santi per le generazioni cresciute tra guerra e dopoguerra, tra ermetismo e nuovi realismi. Ecco allora che ci soccorrono le testimonianze di Franco Fortini, Mario Luzi o Giorgio Luti, a illuminarci sul ruolo di guida che Santi esercitò con naturalezza ma anche con senso di responsabilità. O vale per tutti il legame che unì Santi a Ottone Rosai, un sodalizio nato nel 1942 e che produsse un’amicizia quasi indissolubile, segnata da episodi di vita in comune e dalla pubblicazione, a firma di Santi, di alcuni cataloghi e monografie: da Gli autoritratti di Ottone Rosai (Firenze, Il fiore, 1943) a Ottone Rosai (Firenze, Vallecchi, 1953), fino a Ritratto di Rosai (Bari, De Donato, 1966), una biografia simpatetica del pittore fiorentino. Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza e in Lettere, Piero Santi ha cominciato a insegnare al liceo dei padri Scolopi, dove ha avuto un incarico per sei anni. Tra il 1936 e il 1938 scrive racconti ed alcune recensioni su “Il Bargello”. In questi anni pubblica su “Il Frontespizio” articoli sul cinema. Su “La Nazione”, in una rubrica tenuta insieme a Bilenchi, affronta le novità della “giovane letteratura” prendendo decisamente le difese dei nuovi poeti. Avventure nel parco (Firenze, Edizioni di Rivoluzione, 1942), la sua seconda raccolta di racconti, e Tre storie brevi (Firenze, Il fiore, 1945) si muovono nella scia di una ricerca stilistica intrisa di memorialismo in cui però già si affaccia la tematica omosessuale. Nel 1950 pubblica il Diario (1943-1946) (Venezia, Neri Pozza), in cui la sua esperienza umana esce prepotentemente allo scoperto. La confessione, alimentata da una sincerità senza mediazioni (non esitando a mettere allo scoperto la ragione della sua inquietudine), diventa essa stessa stile. Non manca, in questa discesa, un senso religioso di rinnovamento. Il metro, spavaldo ma senza compiacimenti o esibizionismi, della confessione ritornerà in una nuova edizione del diario: La sfida dei giorni. Diario 1943-1946, 1957-1968 (Firenze, Vallecchi, 1968). Sempre nel 1950 fonda e dirige la rivista umoristico-satirica “Ca Balà”. Nello stesso anno si inaugura la galleria “L’Indiano” che chiude dopo una sola stagione per poi riaprire nel 1955 con Paolo Marini a condividerne la direzione (al quale Santi la affidò quasi del tutto dopo il 1965). Tra il 1958 e il 1965 scrive sul “Giornale del mattino” dove tiene una rubrica cinematografica nella quale, tra le altre cose, si occupa della nouvelle vague francese e del nuovo linguaggio di Michelangelo Antonioni. Altri romanzi escono tutti da Vallecchi: Ombre rosse nel 1954, Il sapore della menta viene pubblicato nel 1963, nel 1966 vede la luce Libertà condizionata. Il motivo della sua narrativa si precisa nello scavo della sua storia personale di intellettuale irrequieto, che fa da trampolino per una indagine intorno a una condizione collettiva. Dal 1970 è titolare della cattedra di Letteratura italiana all’Accademia di Ravenna e con Pietro Bertoli pubblica il racconto-conversazione Non pace ma la spada (Milano, Libreria Feltrinelli). In questi anni volontariamente si ritira nella sua casa eremo all’Erta Canina, sulla collina di San Miniato. Nel 1971 ripropone “Ca Balà” e con Pietro Bertoli fonda e dirige “L’Upupa”, centro culturale e di edizioni d’arte che più tardi, con Sergio Miranda, diventerà anche galleria. Un certo senso di lontananza dall’agone letterario si percepisce anche dalle edizione semiclandestine che dà alle stampe negli anni Settanta. Nel 1971 esce il romanzo breve Due di Loro (Firenze, Ca Balà), l’anno successivo la sua prima raccolta poetica, 263 versi (Firenze, L’Upupa). Nel 1977 è la volta del racconto intitolato Pietro, Bernardo (Firenze, Banci), nel 1979 di Trittico per Luca (Firenze, il fiore rosso), del racconto L’uomo in poltrona, con illustrazioni di Gualtiero Nativi (L’Upupa) e di Où les coeurs s’éprennent (il fiore rosso). Nel 1981 esce il librettino Mi corazon, ohimè, no duerme (Siena, Taccuino di barbablu, 1981), nel 1982 Due, scritto a quattro mani con Luca Graziani (Siena, Barbablù), nel 1985 pubblica il suo ultimo romanzo, Sic (Firenze, Vallecchi). Un certo ritorno di interesse per Santi si segnala con la pubblicazione di alcune raccolte di racconti, una nel 1990 (Cronos eros, Bologna, Transeuropa) e l’altra nel 1997 (Due di loro, Ancona, Pequod).
Contenuto del Fondo: un paio di brevi racconti di Piero Santi (di cui uno, Calispera, pubblicato in Intorno al cuore di Piero Santi, a cura di Andrea Papi, Bologna, Il Cassero, 1989), due testi in ricordo di Santi scritti da Franco Fortini e Mario Luzi (il primo pubblicato nella monografia del 1989, il secondo in una risorsa internet), un dattiloscritto con la recensione di Carlo Bo al Diario del 1950 e copia dattiloscritta di una intervista di Santi concessa ad Andrea Papi per la rivista “Babilonia”; segue rassegna stampa con una raccolta di recensioni ad alcuni libri di Piero Santi, in particolare sono rappresentati articoli sui suoi maggiori romanzi, quelli editi da Vallecchi tra gli anni ’50 e ’60, come Ombre rosse, Il sapore della menta, Libertà condizionata, La sfida dei giorni. Diario 1943-1946, 1957-1968, più sporadiche le testimonianze su altri titoli, tra cui Ritratto di Rosai e Da un tetto e nelle strade. Firenze sommersa.
Strumenti di ricerca: elenco di consistenza disponibile in sala consultazione.
Vittorio Santoli (Pistoia 1901 - Firenze 1971)
Germanista e critico letterario, docente presso il Magistero di Firenze. Studioso del primo romanticismo tedesco e delle relazioni fra la letteratura italiana ed i paesi germanici e nordici, si è anche dedicato alla poesia popolare italiana.
Contenuto del Fondo: corrispondenza, manoscritti e dattiloscritti di saggi e appunti (dalla germanistica alla letteratura popolare), testi di lezioni e conferenze, quaderni di memorie, rassegna stampa degli scritti del germanista, fotografie, documenti personali.
Strumenti di ricerca: disponibili in sala consultazione un elenco di consistenza dei documenti del Fondo e un indice dei corrispondenti.
Francesca Sanvitale (Milano 1928 - Roma 2011)
Ha trascorso l’infanzia a Milano, dove è nata nel 1928 da genitori emiliani, all’inizio degli anni ’40 si è trasferita a Firenze con la madre, città dove ha vissuto durante gli anni della guerra e della Liberazione. Nel capoluogo toscano arriva appena adolescente e vi diventa adulta, studiando e lavorando. A Firenze ha studiato all’Università seguendo un percorso di studi sotto la guida di Giuseppe De Robertis (laureandosi nel 1953 con una tesi sulle Rime di Franco Sacchetti) e ha partecipato alla vita culturale della città frequentando un gruppo di coetanei e sodali (tra cui Luigi Baldacci, un compagno di studi di poco più giovane, che con la sua amicizia e i suoi giudizi ha sempre seguito il cammino della scrittrice). La prima maturità la vede al lavoro nella redazione della Vallecchi mentre comincia a scrivere su vari quotidiani e rotocalchi (tra le testate in cui più frequentemente figura il suo nome segnaliamo “Il Gazzettino”, il “Giornale del mattino”, “La Nazione”, “Il Raccoglitore”, “La Sicilia”), dove pubblica articoli di costume, inchieste, resoconti di viaggio, reportage, recensioni, insieme alle prime prove narrative. Nel 1961 si è trasferita a Roma dove si è occupata di televisione come dirigente e autrice di programmi culturali della Rai (fino al 1987 ha curato per la tv riduzioni e trasposizioni di testi letterari e di avvenimenti storici, sceneggiati, originali televisivi, rubriche culturali). Nella capitale ha continuato l’attività critica e giornalistica scrivendo in vari periodici, tra cui “Il Messaggero”, “Nuovi Argomenti” (di cui è stata condirettrice), “L’espresso”, “l’Unità”. Ha inoltre collaborato alla gestione e alle attività culturali legate a raccolte di archivio, come quelle dell’Associazione Pasolini e del Fondo Moravia. Esordisce come romanziera nel 1972 con un titolo a lungo meditato, Il cuore borghese (Vallecchi, ripubblicato negli Oscar Mondadori nel 1986) in cui la forma del romanzo (misura congeniale a cui arriva, come detto, dopo un serio apprendistato) si confonde con quella del saggio. Il successo di pubblico arriva con Madre e figlia (Einaudi, 1980), dove le vicende di una relazione privata si intrecciano con quelle della storia italiana a cavallo della seconda guerra mondiale. Nel terzo romanzo L’uomo del parco (Mondadori, 1984) affronta il tema della malattia mentale filtrato attraverso la lente dell’analisi psicoanalitica, sullo sfondo rimane la realtà della vita che, nonostante la sua durezza e enigmaticità, non si può cessare di indagare. La prova successiva, Il figlio dell’impero (Einaudi, 1993), amplia il respiro fino ad abbozzare l’affresco corale di una intera epoca, quella della fine dell’impero napoleonico e della nascita dell’Europa moderna, ma in primo piano rimangono i dettagli della ricostruzione e la psicologia del protagonista che risalta sullo sfondo degli avvenimenti storici. Nel 2003 esce L’ultima casa prima del bosco (Einaudi) un romanzo sull’identità e sulle apparenze e anche sulle conseguenze del passato: su come possa venire ingoiato senza lasciare alcuna memoria o, viceversa, esercitare un fascino tale da far perdere la ragione, come capita al protagonista trascinato nel vortice delle storie riemerse da un archivio condominiale. L’inizio è in autunno (Einaudi, 2008) è l'ultimo titolo pubblicato, un romanzo al cui nocciolo sta la poetica più intransigente della Sanvitale: accanto all’indagine psicologica dei personaggi c’è l’assillo della ricerca della verità che va perseguita nonostante le lusinghe dell’inganno. La falsità può nascondersi dietro un capolavoro dell’umanità, nella presunzione di restaurare la versione più autentica di un’opera d’arte o nei sondaggi della psicoanalisi, ma soprattutto cova tra le relazioni umane, nell’illogicità dei sentimenti, nelle pulsioni che guidano a desideri incoerenti. Lo scrittore non può esimersi dall’affrontare la realtà e adoperarsi per allontanare il dubbio che il falso possa assomigliare o sostituire la verità, piuttosto è meglio perseguire una onesta verosimiglianza testimoniata dalla propria storia. Dovere dello scrittore è avere relazioni con il mondo culturale ma anche con quello civile, non avere timore di essere contaminati dalla realtà. Francesca Sanvitale ha pubblicato anche il romanzo breve Verso Paola (Einaudi, 1991), un viaggio spirituale attraverso l’Italia, e alcune raccolte di racconti, La realtà è un dono (Mondadori, 1987), Separazioni (Einaudi, 1997) e Tre favole dell'ansia e dell’ombra (Il Melangolo, 1994). La sua attenzione, sempre vigile, per gli avvenimenti civili e letterari ha trovato spazio autonomo nei saggi di Mettendo a fuoco (Gremese, 1988) e di Camera ottica (Einaudi, 1999). Ha inoltre tradotto Il diavolo in corpo di Radiguet (Einaudi, 1989) e si è occupata di introdurre o postfare varie edizioni di testi altrui, come quelli di Marguerite Yourcenar, Simone de Beauvoir, Katherine Mansfield, Stendhal, Victor Hugo. L’attività di critica e di studiosa si è concretizzata nella cura de Le scrittrici dell’Ottocento, un’ampia antologia con saggio introduttivo pubblicata dall’Istituto poligrafico dello Stato nel 1997. Nel 2001 è stata nominata Cavaliere della Repubblica Italiana per meriti culturali.
Contenuto del Fondo: stesure, abbozzi e studi preliminari relativi alla maggior parte della produzione narrativa e saggistica della scrittrice: si conservano autografi a partire dai primi esperimenti di scrittura (in parte inediti e databili agli anni del liceo e dell’università: racconti, abbozzi di romanzi, soggetti cinematografici) fino a L’ultima casa prima del bosco (2003), passando per i testimoni di un romanzo inedito (scritto nella seconda metà degli anni ’50) e per la documentazione riconducibile a romanzi, racconti, saggi: come quella relativa a Il cuore borghese o quella dei romanzi Madre e figlia, L’uomo del parco, Il figlio dell’impero e delle raccolte di racconti La realtà è un dono e Separazioni (di cui si conservano testimonianze relative alla traduzione francese del 2000), per finire ai testi confluiti in antologie e raccolte di saggi (come Le scrittrici dell’Ottocento e Camera ottica). Oltre ai tradizionali documenti cartacei di alcuni romanzi sono presenti anche testimonianze in formato elettronico (cioè documenti di testo elaborati con programmi di videoscrittura). A questa documentazione vanno affiancati taccuini e quaderni con appunti e abbozzi che riguardano la genesi, l’ispirazione e lo svolgimento di tracce narrative che saranno sviluppate in romanzi e racconti, insieme a note più personali di carattere privato; si conservano anche i copioni della commedia teatrale Salvatore e Elisa (1983) e del radiodramma Il leone sul pianerottolo (2000) e testimoni di alcune poesie, ma scritte “per divertimento” in anni giovanili o, per scherzo, a imitazione di grandi poeti, in età più matura. A un piano esclusivamente privato va ricondotta la presenza di un diario intimo degli anni 1943-1944 e di 19 agende degli anni 1977-1995. Circoscritti agli anni ’50 si trovano nel fondo materiali attinenti alle letture redazionali e al lavoro svolto presso l’ufficio stampa della Vallecchi, a recensioni scritte per la radio e a letture e giudizi sulla letteratura francese commissionati dalla casa editrice Mondadori, mentre una consistente documentazione relativa all’attività di produttrice e consulente di programmi per la Rai-TV (scalette di trasmissioni, originali televisivi, trattamenti, sceneggiature, riduzioni, trasposizioni, andati in onda o rimasti allo stato di progetto) è databile dagli inizi degli anni ’60 in avanti. Tra il materiale epistolare i carteggi indirizzati a Francesca Sanvitale sono compresi tra la fine degli anni ’40 e il 1990 (dal primo deposito è stata esclusa la corrispondenza degli anni più recenti e gli scambi epistolari con interlocutori stranieri), accanto alla corrispondenza di amici e colleghi va aggiunta la presenza del carteggio scambiato con il padre (compreso tra il 1935 e il 1973). Tra il materiale a stampa si trovano copie di quasi tutte le opere di Francesca Sanvitale, con i libri dei suoi romanzi, i volumi dei racconti e dei saggi, alcune edizioni straniere con le traduzioni dei suoi testi, insieme alle pubblicazioni in cui figura come prefatrice o curatrice o con contributi di altro genere; segue una raccolta di periodici e una collezione di quotidiani e rotocalchi con testi di articoli che coprono la produzione giornalistica della scrittrice relativa al periodo fiorentino, cioè fino agli inizi degli anni ’60, più saltuaria la presenza degli articoli pubblicati nei decenni successivi; tranne per alcune eccezioni manca la rassegna critica sull’opera della scrittrice (che per il momento ne trattiene presso di sé la raccolta). Completano il fondo copia della tesi di laurea sulle Rime di Franco Sacchetti discussa nell’a.a. 1953 con Giuseppe De Robertis, tesi di laurea e di dottorato su Francesca Sanvitale, inviti, programmi, opuscoli di convegni e manifestazioni a cui ha partecipato (insieme agli appunti presi in vista della presentazione di alcuni libri), premi e riconoscimenti assegnati alla scrittrice (targhe, medaglie ecc.). I libri della biblioteca privata di Francesca Sanvitale sono andati a incrementare la biblioteca del Gabinetto Vieusseux (conservata a Palazzo Strozzi), dove sono identificati come un dono della scrittrice.
Strumenti di ricerca: disponibile in sala consultazione un inventario che descrive l’intera consistenza del Fondo, per la corrispondenza è stato allestito un elenco (parziale) dei mittenti; la biblioteca schedata nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux.
Francesco Sapori (Massalombarda, Ravenna 1890 - Roma 1964 )
Nasce a Massalombarda da padre senese e madre romagnola e tra la Romagna e il Montefeltro ha ambientato alcune delle sue novelle e prove romanzesche, pubblicate con buona lena durante tutta la sua feconda attività professionale. Ha spaziato con disinvoltura tra vari generi letterari (dalla poesia alla memorialistica, dalla narrativa di viaggio a quella storica) e tra le edizioni uscite durante una carriera che si intuisce essere stata all’epoca di successo citiamo Terrerosse, Occhi di civetta, Casa dei nonni, In capo al mondo, La finestra della torre, titoli pressoché dimenticati ad eccezione dell’ambito locale romagnolo, dove piccoli editori hanno recentemente ristampato i libri legati a questo territorio. Oltre che un prolifico scrittore è stato un altrettanto fertile critico d’arte, ha inoltre ricoperto varie cariche nell’amministrazione statale del patrimonio artistico (da segnalare che fu anche tra i collaboratori di Corrado Ricci) fino all’insegnamento universitario. Durante il Ventennio si è prestato senza riserve nell’attività di propaganda di un’arte fascista, alcuni suoi titoli rimangono a tal proposito emblematici, come L’arte e il duce (1932) e Il fascismo e l’arte (1934). La sua dedizione autarchica, a cui aggiungeva una buona dose di retorica, lo ha accompagnato nella cura di antologie di canti popolari e patriottici e di manuali scolastici di storia dell’arte.
Contenuto del Fondo: alcuni manoscritti con testi autografi, documentazione sparsa su un progetto per il quale Sapori chiese il sostegno dell’Unesco alla fine degli anni ’50 (una non meglio precisata iniziativa editoriale nata nell’alveo della rivista “Il Mediterraneo” da lui diretta).
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo disponibile in sala consultazione.
Lala Sarsowska (Viijuri 1907 - Firenze 2000)
Lala Sarsowsky Sulamith nasce in Finlandia nel 1907, nel 1923 raggiunge Firenze per intraprendere gli studi musicali nella patria del bel canto e si diploma in questa materia alla Filarmonica di Bologna, perfezionandosi successivamente a Berlino e Parigi. Con la sua voce da mezzo soprano si esibisce in Italia e all'estero, in Germania e nella natale Finlandia, con un repertorio che spazia da Scarlatti, Bach, Händel fino a Debussy, Respighi e Castelnuovo-Tedesco. Negli anni Cinquanta inizia la sua attività di insegnante di canto. La sua scuola ha sede a Villa Schifanoia, sulla collina di Fiesole, e in Versilia nei mesi estivi. Come insegnante si distingue per la cura dell'impostazione della voce, la tecnica respiratoria e lo studio di stile, fraseggio e dizione. Il suo lavoro è apprezzato da musicisti del calibro di Luigi Dallapiccola, di cui è stata una cara collega e amica.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Lala Sarsowska (insieme ad alcune sue minute), testi e appunti con sue riflessioni sulla musica, poesie e annotazioni di vario genere, una raccolta di programmi, inviti, locandine, recital e incontri culturali, grazie ai quali si può ricostruire l’attività concertistica della cantante, una scelta di documenti personali (tra cui testimonianze relative alle persecuzioni subite in seguito all’entrata in vigore delle leggi razziali), cataloghi d’arte e altro materiale bibliografico eterogeneo, una piccola raccolta di ritagli di giornale con articoli su alcuni momenti della sua carriera e su argomenti vari, album e raccoglitori contenenti fotografie di suoi ritratti o scatti di colleghi, familiari e amici (insieme alle fotografie sono conservati anche ritagli e ricordi di avvenimenti biografici e professionali).
Strumenti di ricerca: elenco sommario del fondo disponibile in sala consultazione.
Alberto Savinio (Atene 1891 - Roma 1952)
Scrittore, pittore, musicista, scenografo. Nel 1905 si trasferisce a Monaco con il fratello Giorgio de Chirico; a Parigi, dal 1910 al 1914, frequenta gli ambienti dell’avanguardia letteraria. Rientrato in Italia collabora a “La Voce”, a “La Ronda” e alle maggiori riviste letterarie del tempo. Dopo un secondo soggiorno parigino inizia la sua carriera di pittore e si stabilisce definitivamente a Roma continuando a dedicarsi alla letteratura, alla pittura, alla musica.
Contenuto del Fondo: corrispondenza, manoscritti letterari e musicali, agende e taccuini, ritagli di giornale, biblioteca personale, alcune registrazioni radiofoniche di testi e musiche saviniane, due scenografie di rappresentazioni teatrali, oggetti personali.
Strumenti di ricerca: schedario cartaceo per la corrispondenza, i manoscritti (compresa la sezione musicale) e la raccolta dei testi e dei saggi dell’autore apparsi su rivista; disponibili in sala consultazione anche un elenco sintetico della sezione letteraria del Fondo e elenchi dattiloscritti dei mittenti e delle registrazioni audio. Schedario cartaceo dei volumi della biblioteca personale (si veda la pagina descrittiva). Descrizione di disegni, conservati tra i documenti di archivio, nel data base del Servizio Conservazione.
Giorgio Settala (Giorgio Hirsch, Trieste 1895 - Firenze 1960)
Ha frequentato dal 1914 l’Accademia di Belle arti nella città natale. Allo scoppio della Grande Guerra si arruolò come volontario nell’esercito italiano. In seguito svolse il “servizio civile” come funzionario della Commissione Interalleata dell’Alta Slesia. Nel 1923 si trasferì a Firenze dove, nel 1937-1938 ha insegnato al Liceo artistico, dal quale venne allontanato a causa delle leggi razziali. Dopo la Liberazione, dal 1944 al 1960, ha tenuto la cattedra della Scuola di Nudo presso l’Accademia di Belle Arti. La sua prima personale risale al 1926, ebbe poi modo di esporre anche in numerose Biennali e Quadriennali. Ha collaborato con molti quotidiani e riviste ricoprendo incarichi all’interno del Partito Socialista Italiano anche se non intraprese mai una carriera politica.
Contenuto del Fondo: quadri ad olio e tempera, disegni; corrispondenza di Giorgio e della moglie Elena Cussini, articoli e saggi, recensioni all’attività artistica del pittore, fotografie di opere d’arte, fotografie e documenti personali, documenti attestanti donazioni di sue opere all’Istituto di storia dell’arte medievale e moderna dell’Università di Pisa, alle Gallerie di Parma, al Gabinetto disegni e stampe della Galleria degli Uffizi, e alla biblioteca Marucelliana di Firenze, al comune di Lastra a Signa.
Strumenti di ricerca: inventario disponibile in formato pdf e sotto forma di data base interrogabile on line (in questa piattaforma il livello di descrizione è più analitico); descrizioni del materiale iconografico nel data base del Servizio Conservazione (in sala consultazione disponibili anche schede particolareggiate delle opere di Giorgio Settala conservate nel Fondo).
Enzo Siciliano (Roma 1934 - 2006)
Fin dagli anni ’50 ha partecipato alla vita culturale romana (dell’ambiente intellettuale della capitale, a buon titolo, lo si può eleggere come uno tra i testimoni più diretti), in particolare è stato vicino al gruppo degli scrittori che ruotava intorno alla rivista “Nuovi Argomenti” come Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, di cui è stato amico oltreché biografo. Ha frequentato quindi più di una generazione di scrittori, e per quelli alle prime armi ha svolto un ruolo da autentico talent scout, tanto che il nome di Siciliano (come direttore di “Nuovi Argomenti”, sotto la cui ala protettrice hanno esordito alcuni autori delle nuove leve) ha assunto il valore di un vero e proprio marchio di fabbrica. Come narratore in proprio ha esordito nel 1963 con Racconti ambigui (riediti nel 2004), tra gli altri titoli che ha pubblicato si segnalano La principessa e l’antiquario (1980), con cui nel 1981 ha ricevuto il Premio Viareggio, Cuore e fantasmi (1990, 2ª ed. 2009), I bei momenti (1997), premio Strega 1998, fino al romanzo uscito postumo La vita obliqua (2007). Si è dedicato anche alla scrittura di testi teatrali e si è occupato di critica letteraria, di cinema (ha curato la rubrica di cinema sull’“Espresso”, ereditandola da Moravia, nel 1999 ha poi riunito i suoi articoli nell’antologia Cinema & film) e di musica (su questo argomento ha firmato per anni una rubrica musicale sul “Venerdì” di “Repubblica” e, tra le altre cose, ha cercato di promuoverne l’ascolto come del resto ha fatto con il teatro, tornato in prima serata nel palinsesto durante i mesi di presidenza Rai). Ha collaborato inoltre con i quotidiani e le riviste più diffuse, come il “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “la Repubblica”, “L’Espresso”, ricoprendo cariche istituzionali importanti, come la direzione del Gabinetto Vieusseux dal 1995 al 2000, mentre dal 1996 al 1998 è stato presidente della Rai-tv.
Contenuto del Fondo: il fondo è costituito innanzitutto dalla corrispondenza indirizzata a Enzo Siciliano (insieme a un gruppo di sue minute). Seguono poi esemplari manoscritti e dattiloscritti di copioni teatrali, di traduzioni, di testi narrativi e critici a firma di Siciliano, insieme a suoi quaderni di appunti e scritti vari, fogli e note sparse, documentazione relativa a autori vicini alle posizione del critico-scrittore (è il caso per esempio di Alberto Moravia) e altro materiale eterogeneo; tra le carte del fondo presenti anche un dattiloscritto e le bozze di stampa di Eros e Priapo: da furore a cenere di Carlo Emilio Gadda: Siciliano affiancò infatti lo scrittore milanese nel lavoro di redazione in vista dell’uscita dell’edizione Garzanti datata 1967. Altre tipologie documentarie chiamano in causa una rassegna stampa che comprende la raccolta degli articoli di Siciliano (ordinati cronologicamente dal 1970 al 2006) e alcuni album con la rassegna critica (si va dal 1966 al 1998) collezionata su di lui; ritagli di articoli e saggi sono conservati anche, in maniera miscellanea, tra le carte dei “manoscritti”. Tra il materiale iconografico si trova una piccola raccolta di disegni di amici artisti e alcuni manifesti teatrali. Si conservano inoltre alcune audiocassette relative a trasmissioni radio a cui Enzo Siciliano ha partecipato tra il 1980 e il 1991, la collezione della rivista “Nuovi Argomenti” (di cui si può trovare la raccolta dal 1966 alla fine degli anni ’90), onorificenze varie. Oltre a documenti che rappresentano atti e vicende personali il fondo fa riferimento anche a testimonianze della vita degli enti a cui Siciliano ha collaborato: come la rivista “Nuovi Argomenti”, il Gabinetto Vieusseux, la Rai-tv.
Strumenti di ricerca: disponibili in sala consultazione indice dei mittenti del carteggio (sono elencate le corrispondenze comprese dagli anni ’50 fino al 2000: restano quindi da ordinare i carteggi più recenti), elenco di consistenza per le altre tipologie di documenti, elenco sommario della rassegna stampa, schedario cartaceo per le carte Gadda.
Armando Spadini (Firenze 1883 - Roma 1925)
Figlio di un artigiano e di una sarta nativa di Poggio a Caiano (nel cui cimitero è sepolto, ricordato sulla lapide da un’epigrafe di Ardengo Soffici), ha compiuto studi irregolari che non hanno però impedito che conquistasse sul campo una grande capacità di mano che si aggiungeva a una innata dote (fin troppo “facile”, gli è stato rimproverato) di pittore. Nella sua città natale è stato accolto giovanissimo nel cenacolo di Papini e Soffici e i suoi esordi, siamo nella Firenze di inizio secolo, sono venati da suggestioni vagamente preraffaellite e da quelle simboliste prese in prestito dai pittori tedeschi operanti in città, come si può notare soprattutto nei disegni e nelle xilografie della sua produzione grafica apparsa per le riviste “Leonardo” e “Hermes”. La produzione maggiore, dopo essersi emancipata da una tarda eredità macchiaiola, si mantiene comunque nel solco di una tradizione già collaudata, lontano da avanguardie e sperimentalismi, riallacciandosi all’esperienza cromatica impressionistica (impressionismo che forse conosceva solo di seconda mano e che poi ha rinnegato). Vinto il Pensionato artistico si trasferisce a Roma nel 1910 insieme alla moglie, Pasqualina Cervone, che sarà, accanto ai loro figli, la sua modella preferita. A Roma si lega con profonda amicizia a Emilio Cecchi e ad Antonio Baldini e frequenta artisti (che magari poteva incontrare nella “terza saletta” del Caffè Aragno) anche molto diversi da lui come Carrà, De Chirico, Savinio, De Pisis. Gli anni Venti lo trovano perfettamente disposto ad integrarsi nel nuovo clima apertosi all’insegna del “ritorno all’ordine” e in virtù di questa etichetta sarà accolto nel gruppo di “Valori plastici”, i cui componenti lo avevano inizialmente disprezzato, sotto il comune denominatore della fedeltà alla tradizione italiana. Ha nuociuto alla sua fortuna critica, velocemente eclissatasi, la fama di pittore di successo (culminata nel 1924 con l’allestimento di una sala personale alla Biennale di Venezia), la colpa di avere incontrato il gusto contemporaneo (ma il consenso tra i committenti è stato comunque circoscritto agli ultimi tempi della sua breve vita, dopo dieci anni trascorsi tra molte difficoltà nella capitale), l’accusa di mancanza di sorveglianza critica (Luigi Pirandello ne lodò la “gioia di dipingere come vedeva e quel che vedeva”), e su queste resistenze pesa come un macigno il drastico giudizio di Longhi che ha parlato di “impressionismo facile”. La mostra del centenario allestita alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma (poi in parte trasferita a Firenze) e la retrospettiva di Poggio a Caiano del 1995 hanno tentato di riequilibrare questo giudizio, cercando di dimostrare le inquietudini e le perplessità di un pittore intimamente travagliato e non riconducibile alla massima dell’abbandono irriflessivo al talento naturale.
Contenuto del Fondo: la Serie della corrispondenza costituisce la parte più consistente del fondo, è composta dai carteggi indirizzati (da amici, collezionisti, conoscenti e familiari) ad Armando Spadini e a Pasqualina Cervone; del pittore e di sua moglie si conservano anche missive a loro firma (presenti in copia e in documento originale o anche sotto forma di minute e di appunti epistolari) indirizzate a vari destinatari; fanno parte di questa sezione anche alcuni carteggi scambiati tra altri corrispondenti (in copia e in originale) e un piccolo epistolario indirizzato a Pasqualina Spadini (nipote della coppia e figlia dello scultore Andrea Spadini) raccolto in gran parte nel 1983 in occasione della morte del padre e tra gli anni 1983/84 in vista dell’organizzazione di alcune mostre in memoria di Armando. La Serie intitolata ai manoscritti e alle carte varie contiene scritti e appunti di Spadini (si tratta di scarne note su argomenti sparsi), testi critici su di lui di amici e critici d’arte, insieme a materiale di natura eterogenea: come l’autografo del discorso commemorativo di Soffici tenuto a Poggio a Caiano nel 1925 (con copia del libretto che riporta il testo a stampa e fotografia della lapide del sepolcro con l’epigrafe dettata dallo stesso Soffici), una poesia di Papini, fotocopie di una monografia sul pittore toscano pubblicata da Soffici in francese nel 1925, manoscritti di Antonio Baldini preparati in vista della pubblicazione di articoli e saggi (in particolare per l’uscita di Carte e memorie del febbraio 1934), le fotografie della sala che gli fu dedicata nel 1924 alla Biennale di Venezia, materiale di Dante Spadini, fotocopie e un pieghevole relativi a cataloghi di mostre d’arte, documentazione personale con titoli e onorificenze, ritratti fotografici del pittore e dei suoi familiari, 1 dipinto ad olio (su carta) di Leonetta Cecchi Pieraccini, ecc.. Completano il fondo una raccolta di ritagli a stampa con una rassegna di articoli di critica sul pittore dagli inizi del Novecento fino agli anni ’80 del secolo scorso, e una piccola sezione libraria con saggi, monografie e cataloghi di mostre dedicate all’opera di Spadini (tra cui le Sedici tavole prefate da Ugo Ojetti nel 1920, un estratto dal fascicolo della “Nuova Antologia”, febbraio 1934, fasc. n° 1486 con le pagine di Carte e memorie dedicate da Baldini a Armando Spadini, la monografia di Borgese e Vergani del 1946, il catalogo della mostra allestita a Roma e Firenze tra il 1983 e il 1984 e il carteggio Papini-Spadini edito da Scheiwiller nel 1984).
Strumenti di ricerca: inventario dattiloscritto scaricabile dalla rete in formato pdf.
Italo Tavolato (Trieste 1889 - Roma 1963)
Scrittore, profondo conoscitore della cultura tedesca, collabora a “Lacerba”.
Contenuto del Fondo: testo manoscritto con il titolo autografo di Immoralismi, parzialmente edito in “Lacerba” (1913-1914) e altre carte manoscritte con testi (in particolare traduzioni) di Tavolato.
Strumenti di ricerca: la descrizione del fondo interrogabile nella banca data raggiungibile on line, stampa delle due schede estratte da questa piattaforma disponibile in sala consultazione.
“Teatro Città di Firenze” (Firenze, 1948 - 1949)
Contenuto del Fondo: documentazioni relative all’attività del Circolo teatrale, di cui Bonsanti fu vicepresidente: statuto, contratti, corrispondenza, inviti, fotografie, statuti, regolamenti ecc.
Strumenti di ricerca: schede cartacee.
“Teatro delle due città” (Firenze, 1953)
Contenuto del Fondo: carte amministrative e documentazioni diverse relative all’attività del Teatro ed alla sua gestione.
Strumenti di ricerca: schede cartacee.
Nino Tirinnanzi (Greve in Chianti 1923 - 2002)
Pittore, allievo di Ottone Rosai, con il quale frequentò ancora adolescente lo storico caffè fiorentino Le Giubbe Rosse, dove conobbe Montale, Betocchi, Landolfi, Capocchini, Martinelli e molti altri artisti e letterati. Collaborò con la sua opera grafica al mensile “Criterio”, diretto da C.L. Ragghianti, e partecipò a varie Biennali e Quadriennali, ed altre rassegne in Italia e all’estero, non aderendo mai a gruppi o movimenti. Ottenne numerosi premi e riconoscimenti: per due volte conseguì il Premio nazionale del Fiorino e il Premio Golfo de La Spezia.
Contenuto del Fondo: corrispondenza, minute, manoscritti, riproduzioni fotografiche.
Strumenti di ricerca: inventario della corrispondenza (le descrizioni dei carteggi in corso di inserimento tra gli inventari on line) ed elenco di consistenza dei manoscritti disponibili in sala di consultazione.
Mario Tobino (Viareggio 1910 - Agrigento 1991)
Nasce a Viareggio da genitori di origini liguri, la famiglia è benestante ma il “figlio del farmacista” preferisce frequentare i coetanei figli di pescatori e artigiani che si ritrovano nella piazza davanti la farmacia del padre, il “piazzone” che rammenterà spesso nei testi rievocativi e nei ricordi di quegli anni giovanili. L’irrequietezza del giovane Tobino si sposa al suo rendimento scolastico: dopo aver iniziato il ginnasio a Viareggio e essere stato espulso dal liceo di Pistoia conosce la prima esperienza di segregazione (che anticipa in qualche senso i lunghi anni di autoreclusione vissuti da medico di manicomio: come se nella clausura in questo caso volontaria avesse scoperto un antidoto alla propria esuberanza) in un collegio di provincia (l’ambiente del collegio livornese di Collesalvetti rivivrà con lo stratagemma, consueto per lo scrittore, dell’autobiografia mascherata in Una giornata con Dufenne). Dopo una parentesi in un liceo di Massa, nel 1931 consegue la licenza liceale da privatista a Pisa, città dove si iscrive, seguendo le orme della professione paterna, alla facoltà di medicina. Contemporaneamente pubblica le prime prove letterarie: poesie, traduzioni, prose liriche, racconti e resoconti in forma documentaria che vedono la luce in testate periodiche, come quelle delle organizzazioni studentesche della GUF (“Gioventù fascista”, “Il Ventuno” ecc.) o nelle riviste della fronda giovanile, come “L’italiano” di Longanesi e “Il Selvaggio” di Maccari. Tra gli interlocutori con cui entra in contatto c’è anche Ezra Pound, che gli pubblica alcune traduzioni. Con l’a.a. 1933-34 si trasferisce all’Università di Bologna, una città che lo accoglie calorosamente e dove stringe importanti legami, per esempio quello abbracciato con un letterato del calibro di Giuseppe Raimondi o quelli nati con colleghi studenti come Mario Pasi e Aldo Cucchi, personaggi che (sotto mentite spoglie) torneranno in molte opere tobiniane (quella dell’autobiografia filtrata nella pagina, dell’esperienza vissuta e trasferita in rievocazione letteraria, rappresenterà per Tobino la chiave di volta di ogni tentativo di indagine: di una vicenda personale, di una ‘comunità’, di un evento storico). Nel 1934, per i tipi della rivista bergamasca “Cronache” (sulle cui pagine ha pubblicato vari pezzi), esce Poesie, la sua prima raccolta di versi. Nel 1939 pubblica a Bologna la sua seconda raccolta di poesie: Amicizia. Allo scoppio della guerra è richiamato alle armi e parte per la Libia, trascorrerà al fronte quasi 18 mesi come medico di campo. Dopo una nuova parentesi all’ospedale militare di Ancona, il 9 luglio 1942 prende servizio all’ospedale psichiatrico di Fregionaia a Maggiano (Lucca), dove eserciterà la professione per quasi quaranta anni. Nel corso dell’anno escono presso le Edizioni di Rivoluzione i versi di Veleno e amore, Il figlio del farmacista (il primo testo in prosa dello scrittore) con i tipi delle edizioni di “Corrente” e da Tumminelli una raccolta di racconti di matrice viareggina dal titolo La gelosia del marinaio. Dal marzo al settembre 1944, avvalendosi della copertura che la sua professione gli concedeva, svolge azioni di collegamento, trasporto e pianificazione in molte operazioni della Resistenza versiliese. Nel dopoguerra pubblica una raccolta di poesie (’44-’48, Edizioni della Meridiana, 1949) e sconta continui rifiuti a Bandiera nera, una nuova prova narrativa che alla fine viene anticipata nel 1950 presso le edizioni della rivista “Il costume politico letterario”, mentre in volume vede la luce da Vallecchi l’anno successivo, in dittico con L’angelo del Liponard. Nel 1952 pubblica Il deserto della Libia, romanzo-testimonianza dell’esperienza bellica vissuta tra il 1940 e il 1941. Quello sulla guerra di Libia è stato il primo titolo uscito da Einaudi, con la cui redazione Tobino ebbe rapporti particolarmente tempestosi, come del resto difficili sono stati quelli con tutti gli altri editori. L’anno successivo escono Le libere donne di Magliano (Vallecchi), romanzo della consacrazione letteraria, cronaca della vita quotidiana in manicomio di cui il libro è una testimonianza in forma di diario intrecciato a ritratti clinici simili quasi, nella loro asciuttezza, a referti medici. Asso di picche è l’antologia di poesie pubblicate a partire dal 1934 data alle stampe sempre da Vallecchi nel 1955. Nel 1956 ritorna da Einaudi con La brace dei Biassoli, narrazione dove la linfa autobiografica palpita ancora di viva partecipazione per le vicende della famiglia materna. Altri titoli di questi anni rimarranno ai margini delle attenzioni dei lettori, alimentando i malumori e i risentimenti dello scrittore, per esempio le prose di viaggio (molto idiosincratiche) di Due italiani a Parigi (Vallecchi, 1954) e di Passione per l’Italia (Einaudi, 1958). Il grande successo, l’apertura verso un pubblico più vasto, la conquista delle attenzioni degli editori che se ne disputeranno la firma, arriverà con Il clandestino, il primo titolo pubblicato con Mondadori e premio Strega nel 1962. Questo libro può essere considerato un altro capitolo del resoconto storico che, scandito in varie tappe (ma la dilazione non deve ingannare: la messa a fuoco di questi avvenimenti e il chiarimento del ruolo che ha avuto nel suo tempo, rappresentava un obiettivo che urgeva a Tobino forse più di ogni altra impellenza), lo scrittore ha abbozzato a partire dalla descrizione dell’atmosfera del Ventennio, per poi affrontare la guerra (organizzata o, appunto, clandestina) e i primi anni dopo la liberazione. Tobino continua a procedere su vari piani: nel 1965 pubblica la raccolta L’Alberta di Montenero (Nuova Accademia editrice), nel 1966 escono i racconti di Sulla spiaggia e di là dal molo (Mondadori), il libro alimentato dall’amore verso la sua città natale; due anni dopo vede la luce Una giornata con Dufenne (unico titolo tobiniano nel catalogo Bompiani) in cui evoca la drammatica vicenda di Mario Pasi. Nel 1972 esce Per le antiche scale (Mondadori), un nuovo grande successo, che continua la storia interrotta con le libere donne di Magliano. Tobino è ormai uno scrittore celebrato (per La bella degli specchi riceve nel 1976 il premio Viareggio) e prolifico. Ma i conti in sospeso sono ancora aperti su vari fronti: nel 1974 prende di petto la sua più antica passione letteraria cimentandosi in un’atipica biografia di Dante (Biondo era e bello), Il perduto amore (1979) rielabora, in chiave romanzata, una storia d’amore vissuta ai tempi della guerra di Libia, con La ladra (1984) ritorna ancora una volta alla forma romanzo, nel 1987 concretizza un antico progetto teatrale pubblicando il copione de La verità viene a galla, Zita dei fiori (1989) alterna storie locali (che, al di là di ogni campanile, accomunano in un unico abbraccio Lucca e Viareggio), casi clinici e ricordi (di nuovo) della guerra di Libia. Ma quello che torna prepotentemente di attualità è la discussione sulla malattia mentale e il bisogno di chiarire una volta per tutte quale sia stato il suo contributo quando è stato chiamato a partecipare alla vita collettiva (in particolare durante gli anni nevralgici della guerra e della liberazione). Il 1978 è l’anno della polemica contro quella che una volta approvata sarà chiamata Legge 180 o Legge Basaglia, dal nome dello psichiatra che l’aveva promossa. Le sue riflessioni sugli effetti della chiusura degli ospedali psichiatrici si sono coagulate in quel romanzo in bilico tra diario e pamphlet che è Gli ultimi giorni di Magliano (1982). Una identificazione (tra Tobino e la follia) così forte da mettere in sordina gli altri filoni della sua produzione (che possono essere individuati nelle storie di mare e nell’indagine sugli avvenimenti storici di cui è stato testimone) e che ha contribuito a farlo passare alla notorietà (lui stesso lo confessa) come “medico dei matti”. Sull’argomento Tobino è ritornato un’ultima volta nel 1990 con Il manicomio di Pechino. Il romanzo che chiude i conti con il passato è invece Tre amici (1988), il punto di arrivo del filo rosso della sua passione politica, una sorta di autobiografia collettiva in cui racconta (sempre dietro lo stratagemma dei nomi occultati) la storia sua e degli amici di gioventù: Mario Pasi (martire della Resistenza nel 1945) e Aldo Cucchi, la cui parabola permette all’autore di spingersi fino agli inizi degli anni ’50, quando l’amico fu protagonista, insieme a Valdo Magnani, di una drammatica denuncia (con conseguente espulsione dal partito) del supino asservimento del PCI al blocco sovietico. Postumo, nel 1992, è uscito Una vacanza romana, libro dove sono state letteralmente trasposte le cartelle cliniche delle pazienti, del resto già orientate a una resa poetica.
Per documenti e altre informazioni sulla figura di Mario Tobino si rimanda al sito della Fondazione Mario Tobino.
Contenuto del Fondo: carteggi indirizzati a Tobino da oltre 700 mittenti (in totale si contano circa 1900 pezzi); tra i corrispondenti si riconoscono i nomi di colleghi scrittori, critici e artisti, ma le associazioni potrebbero essere varie e intercambiabili: ci sono amici lucchesi e bolognesi o, molto importanti per la ricostruzione della formazione dei testi tobiniani, i carteggi scambiati con le case editrici con cui ha collaborato (Vallecchi, Einaudi, Mondadori, e poi Bompiani, le Edizioni della Meridiana, Tumminelli, Nuova Accademia editrice, Garzanti ecc.); a Tobino scrivono anche dalle redazioni di molti giornali e riviste dove ha fatto uscire i suoi testi e non mancano corrispondenze di carattere personale o familiare. In un corpus di natura principalmente letteraria si riconoscono però anche tracce epistolari di natura medico-scientifica, come le lettere ricevute dai vari ospedali psichiatrici dove Tobino ha prestato servizio. Al grosso delle corrispondenze destinate a Tobino si aggiunge una piccola raccolta di documenti epistolari a firma dello scrittore (saltuarie, ma interessanti, spie del pensiero dell’autore: alcune delle missive sono infatti destinate a case editrici o a critici letterari), che si conservano in forma di copia o minuta o anche in originale. Nella Serie dei “manoscritti” sono documentate varie stesure di quasi tutte le opere tobiniane (queste fonti vanno comunque integrate dalla serie di quaderni conservati nell’archivio privato della famiglia Tobino), che si presentano sotto diverse versioni e vari gradi di approfondimento (in forma di manoscritto e dattiloscritto, bozze di stampa, stralci apparsi sulla stampa periodica e secondo altri tipi di testimonianze); con alcune eccezioni (per esempio non si conservano testimoni dell’angelo del Liponard e quasi completamente assenti gli autografi relativi alle libere donne di Magliano) si può ricostruire la genesi di quasi tutta la produzione letteraria di Tobino: a cominciare da Il figlio del farmacista, per proseguire con Bandiera nera, Il deserto della Libia, Due italiani a Parigi, L’asso di picche, La brace dei Biassoli (accanto al romanzo è presente la sceneggiatura a firma di Tobino e di Giovanni Fago dell’adattamento televisivo andato in onda nel 1981), Passione per l’Italia, Il clandestino (molte le testimonianze preparatorie del maggiore dei romanzi dello scrittore, tra cui le bozze di The Underground, la traduzione americana del testo), L’Alberta di Montenero, Sulla spiaggia e di là dal molo, Una giornata con Dufenne, Per le antiche scale, Veleno e amore secondo, Biondo era e bello, Arno, La bella degli specchi, Il perduto amore, Gli ultimi giorni di Magliano, La ladra, Zita dei fiori, copioni della commedia La verità viene a galla (una versione teatrale è presente anche di un episodio del deserto della Libia), Tre amici, Il manicomio di Pechino, Una vacanza romana. Oltre a testimoni relativi a singole opere si trovano molti altri materiali più eterogenei, con testi di varia natura a firma di Tobino (articoli, racconti, testi inediti, abbozzi ecc., con qualche documento relativo anche a scritti di natura medico-scientifica) o di altri autori (per esempio la riduzione televisiva intitolata L’ammiraglio e girata nel 1965 del clandestino e la sceneggiatura di Per le antiche scale, film diretto da Mauro Bolognini negli anni ’70). La “rassegna stampa” comprende una raccolta dei ritagli di giornale e i fascicoli di riviste che contengono i testi (articoli, saggi, poesie, racconti ecc.) di Mario Tobino apparsi sulla stampa periodica (tra le testate più ricorrenti si segnala il “Corriere della Sera”, “la Fiera letteraria”, “Il Mondo”, “La Nazione”, “Risorgimento socialista”, “Il Selvaggio”, “Il Ventuno”): anche qui il genere dei contributi rientra quasi esclusivamente in quello letterario ma non mancano alcuni titoli con studi di natura psichiatrica; oltre ai pezzi a firma di Tobino si conserva una rassegna critica sullo scrittore con recensioni sulla sua opera e, infine, altro materiale eterogeneo. Completa il fondo una sezione di “carte varie” con contratti stipulati con case editrici, atti e certificati attestanti la situazione anagrafica di Tobino, il suo curriculum studentesco, l’esperienza professionale e la vita militare degli anni di guerra, un piccolo nucleo di fotografie con alcuni ritratti dello scrittore e dei familiari, documenti personali (tessere studentesche, documenti di identificazione ecc.), materiale vario (tra cui un regolamento del manicomio lucchese di Maggiano).
Strumenti di ricerca: le descrizioni della Serie della corrispondenza e di quella della rassegna degli scritti di Tobino apparsi sulla stampa periodica sono ricercabili tra gli inventari on line; inventario dattiloscritto, disponibile in sala consultazione, per gli autografi di poesie, romanzi, racconti, poesie e articoli; non sono inventariati dettagliatamente la letteratura critica sullo scrittore e le carte varie.
Orazio Toschi (Lugo, Ravenna 1887 - Firenze 1972)
Pittore fedele a un naturalismo sobrio che trascende però l’immediata riproduzione del vero in un realismo magico abitato da una umanità intima e familiare. Tranne che per una breve parentesi futurista (lughese di nascita come Toschi era l’amico e musicista futurista Francesco Balilla Pratella), durante la quale tuttavia conservò in linee ancora salde lo sguardo sulla realtà, ha difeso la figuratività e i canoni antichi del mestiere del dipingere per tutto il secolo delle Avanguardie, elevando a protagonisti della sua pittura, in un mondo colto in pose semplici ma tremanti di simbolismo, una schiera di personaggi umili e azioni di vita quotidiana. Nei casi meno felici si potrà rintracciare l’abbandono a facili psicologismi, a una visione da realismo intimista. Una poetica, la sua, mistico-popolare, motivata da influenze spirituali se non addirittura religiose, che non risentirà neppure delle nuove tendenze del secondo dopoguerra. Ha insegnato in numerose scuole e nel 1938, dopo vari trasferimenti in tutta Italia, si è stabilito definitivamente a Firenze. Frutto della sua professione sono vari libri didattici dedicati da Toschi all’insegnamento del disegno agli studenti medi, che si aggiungono a quelli dove ha riflettuto sulla sua personale idea di arte riassunta nella formula congeniale di “pittura lirica”.
Contenuto del Fondo: la prima Serie del fondo è costituita dalla corrispondenza indirizzata a Toschi (e da sue minute di documenti epistolari), nel suo insieme rappresenta una fonte importante per la ricostruzione della carriera del pittore e per recuperare informazioni che riguardano più da vicino la sua sfera personale. Altri carteggi (che costituiscono la seconda Serie del fondo) sono quelli scambiati tra altri corrispondenti. La Serie degli scritti e delle pubblicazioni di Orazio Toschi comprende i testi critici del pittore romagnolo, che si presentano sotto forma di manoscritti, dattiloscritti, ritagli di giornale o monografie; questo materiale, dai contenuti molto eterogenei, risulta essere utile soprattutto per mettere a fuoco le posizioni di Toschi riguardo la pittura contemporanea, sistematizzate dall’artista in Pittura lirica (Fermo, Properzi, 1921, 2ª ed. Faenza, F.lli Lega, 1932) e in La vera via della pittura (presentazione di Giovanni Papini, Milano, Nuova Accademia editrice, 1960); sono presenti in questa sezione anche copie delle edizioni dei libri didattici dedicati da Toschi all’insegnamento del disegno nelle scuole. Della Serie degli scritti dei e sui familiari di Toschi fanno parte documenti appartenuti ai parenti del pittore e gli articoli che parlano di loro: si tratta di manoscritti, dattiloscritti, ritagli di giornale ecc. da cui si ricavano notizie sulla famiglia Toschi. La rassegna della letteratura critica su Toschi, con ritagli di giornale, articoli, libri e monografie, cataloghi di mostre, dattiloscritti con testi sul pittore costituisce la Serie E. Documenti personali e carte varie (Serie F) comprendono certificati, contratti di lavoro, fatture e ricevute, fotografie (personali o scattate in occasione di vernissage), tessere, materiale bibliografico (riviste, manifesti, inviti a mostre ecc.), libri di firme raccolte durante il corso di esposizioni, carte, appunti e elenchi di varia natura, articoli di giornale su altri artisti o intellettuali, quaderni con un diario personale degli anni 1968-1969. In una piccola sezione bibliografica (Serie G) si trovano libri e monografie su argomenti vari, riviste e bollettini d’arte. L’ultima sezione del fondo (Serie H) è composta da tre diverse sottoserie: I) una fototeca che rappresenta la produzione iconografica dell’artista dal 1906 al 1972 (nella maggior parte dei casi si tratta di fotografie, stampe su carta e lastre al bromuro d’argento, ma sono presenti anche altre tipologie di materiale); II) stampe di riproduzioni di opere d’arte dei maestri del passato; III) disegni, bozze e schizzi realizzati da Orazio Toschi (il materiale è servito in parte per le tavole che illustrano i libri che Toschi ha pubblicato a scopi didattici, o, in alternativa, si tratta di disegni con soggetti e tecniche varie).
Strumenti di ricerca: la descrizione del fondo interrogabile in un inventario scaricabile dalla rete in formato pdf e raggiungibile nella banca dati che risiede in una piattaforma on line. Descrizione delle opere della collezione d’arte nel data base del Servizio Conservazione.
Federigo Tozzi (Siena 1883 - Roma 1920)
Narratore e romanziere, ebbe un’infanzia difficile e tormentata. Fece studi discontinui, debuttò in letteratura nel 1911 con un volume di versi. Dopo l’incontro con Domenico Giuliotti abbandonò le simpatie socialiste per posizioni di reazione spirituale. Si trasferì a Roma nel 1914, dove fu redattore del “Messaggero della Domenica” e compose le sue opere più mature e più note.
Contenuto del Fondo: manoscritti e dattiloscritti, bozze e materiale preparatorio dei principali romanzi, manoscritti e dattiloscritti delle novelle, scritti teatrali, materiale bibliografico raccolto dalla moglie Emma e dal figlio Glauco.
Strumenti di ricerca: disponibile in sala consultazione un inventario dattiloscritto (steso sulla falsariga dell’ordinamento operato dal figlio Glauco).
Ferruccio Ulivi (Borgo San Lorenzo 1912 - Roma 2002)
Nasce a Borgo San Lorenzo il 10 settembre 1912, laureatosi in Giurisprudenza presso l’Università di Firenze nel 1934, compie il suo apprendistato letterario tra il circolo delle “Giubbe Rosse”, il celebre caffè frequentato da tutta una generazione di scrittori e artisti, e le redazioni di storiche riviste come “Letteratura”, diretta da Bonsanti, “Campo di Marte”, pilotata da Pratolini e Gatto, e la milanese “Corrente”. Nel 1941 si trasferisce a Roma, dove ottiene un impiego burocratico-culturale presso il ministero dell’Educazione Nazionale (Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti) e successivamente, sotto l’egida di Giulio Carlo Argan, al Ministero della Pubblica Istruzione. Nel dopoguerra, mentre le sue collaborazioni si estendono a vari periodici (come “Paragone”, diretto da Roberto Longhi, e “Nuova Antologia”) e quotidiani (“L’Osservatore romano”, “Il Tempo”), intraprende una carriera universitaria scandita da tre successive cattedre di Letteratura Italiana: Bari (dal 1959), Perugia (dal 1967) e Roma (dal 1970). Parallela e continua all’insegnamento risulta la sua attività di saggista: a partire dalla monografia su Tozzi del 1946 (riedita nel 1962) la produzione dello studioso nel campo della critica letteraria rappresenta l’emanazione diretta del suo percorso professionale. A tal proposito possiamo notare lo svilupparsi di due linee preferenziali: un primo filone si inserisce negli studi di italianistica, spaziando a tutto campo sia verso aree marginali (Settecento neoclassico, 1957; Lirica italiana dell’Ottocento, 1947, con Giorgio Petrocchi; Poeti minori dell’Ottocento, 1963) che concentrandosi nella ricerca su eminenti figure, in testa quella di Alessandro Manzoni (Manzoni lirico, 1950; Dal Manzoni ai decadenti, 1963; Il romanticismo e Alessandro Manzoni, 1965; Figure e protagonisti dei Promessi Sposi, 1967; Manzoni storia e provvidenza, 1974; Linee per un ritratto di Manzoni, 1988) e poi Tasso (Il manierismo del Tasso, 1966; Antologia tassiana, 1974; Opere, 1995), Dante (La poesia e la mirabile visione, 2002), Petrarca, Boiardo, D’Annunzio. La seconda linea di interessi è legata a un metodo che risente della lezione di Longhi, in virtù della quale Ulivi affronta in modo interdisciplinare il rapporto tra lettere e arti (Poesia come pittura, 1969; Il visibile parlare, 1978; La parola pittorica, 1990; Galleria degli scrittori d’arte, 1953 e Scrittori d’arte, 1995). L’esordio in veste di narratore cade invece nell’anno 1977, ma le radici del nuovo genere di linguaggio, in cui Ulivi si cimenta almeno ufficialmente per la prima volta, affondano in anni remoti: già nel gruppo di opere inedite intitolate Dialoghi degli scrittori, databili agli anni ’50, erano visibili le tematiche sviluppate da quello che è stato più volte definito il “secondo” Ulivi. Alla raccolta di racconti E le ceneri al vento faranno seguito opere di narrativa incentrate sulla rivisitazione di figure bibliche (Storie bibliche d’amore e di morte, 1990), letterarie (Manzoni, 1986; D’Annunzio, 1988; Tasso, 1995) o di grandi personaggi della cultura occidentale, che riprendono vita e vengono illuminate da un nuovo punto di vista (Bruto in Le mani pure, 1979; San Francesco in Le mura del cielo, 1981; Giuda in Trenta denari, 1986). Lo scrittore muore nella sua abitazione romana il 5 novembre 2002.
Contenuto del Fondo: la corrispondenza indirizzata a Ferruccio Ulivi (insieme alle poche minute di cui si conserva copia) può essere ricondotta a suddivisioni di comodo: una prima categoria, tra i vari toni che un epistolario può assumere, comprende carteggi di natura formale e strettamente legati alle figure istituzionali ricoperte da Ulivi nel corso della sua lunga attività; altra tipologia di carteggi riguarda scambi epistolari più confidenziali con aspiranti poeti o scrittori; infine, si incontrano carteggi più consistenti di natura anche privata con personalità del panorama letterario italiano. Parte della corrispondenza è conservata in una sezione distinta dell’archivio, ossia nei fascicoli tematici relativi alle opere di narrativa pubblicate da Ulivi. La Serie dei “fascicoli tematici” si articola appunto in fascicoli relativi alle varie pubblicazioni di Ulivi: è stato lo stesso scrittore a raccogliere “per materia” documenti epistolari ricevuti in occasione dell’uscita delle sue opere o del riconoscimento di un premio letterario assegnato a un suo libro; in omaggio al principio del “rispetto del fondo” si è mantenuto tale ordinamento, incrementando ulteriormente la consistenza dei 16 dossier in cui si conservano materiali riguardanti altrettanti titoli uliviani con recensioni, presentazioni, materiale preparatorio e, in alcuni casi, bozze di stampa. Gli “altri scritti di Ferruccio Ulivi” comprendono materiale a stampa (articoli, estratti, recensioni, racconti, interviste, necrologi), bozze di stampa e manoscritti: documenti di natura eterogenea che riguardano l’attività dello scrittore al di là delle opere di narrativa edite e già descritte nella seconda Serie. La raccolta delle “recensioni agli altri scritti di Ferruccio Ulivi” si compone di articoli riguardanti i saggi, le antologie e le presentazioni pubblicate da Ulivi e che hanno avuto risonanza nel panorama culturale italiano. I materiali sulle conferenze tenute da Ulivi costituiscono una ulteriore sezione del fondo: si tratta di documentazione di varia tipologia (principalmente inviti a stampa ma anche opuscoli, ritagli di giornale, dattiloscritti, fotografie e locandine) riguardanti gli interventi orali di Ulivi quale relatore di conferenze, convegni, pubbliche letture, lezioni, presentazioni di volumi e di mostre effettuate nel corso della lunga carriera di studioso e critico letterario e artistico. La Serie delle fotografie comprende ritratti fotografici di Ferruccio Ulivi, ripreso in compagnia di altri intellettuali o immortalato in occasione di eventi di vario genere; non è stato possibile identificare con esattezza le circostanze che stanno dietro questi scatti, in caso contrario (cioè di sicura attribuzione di un soggetto o di una “cornice”) le fotografie sono state descritte in altre sezioni del fondo insieme a documentazione simile per oggetto o argomento. Completa il fondo la biblioteca personale di Ulivi, composta da circa 650 volumi tra titoli di Ulivi stesso e di altri autori: essenzialmente si tratta di opere di narrativa, molte delle quali recano una dedica autografa allo scrittore toscano.
Strumenti di ricerca: la descrizione del fondo interrogabile in un inventario scaricabile dalla rete in formato pdf e raggiungibile nella banca dati che risiede in una piattaforma on line; la sezione bibliografica schedata nel catalogo on line della biblioteca del Gabinetto Vieusseux.
Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto 1888 - Milano 1970)
Rimasto in Egitto fino al 1912, fu quindi per due anni a Parigi, dove frequentò assiduamente gli ambienti delle avanguardie. Partecipò alla campagna interventista e alla guerra, combattendo sul Carso. Stabilitosi nella capitale francese al termine del conflitto, si trasferì a Roma nel 1920; nel 1936 gli fu offerta la cattedra di letteratura italiana a San Paolo del Brasile, dove resterà fino al 1942. Tornato in Italia fu docente presso l’Università di Roma fino al 1948.
Contenuto del Fondo: manoscritti e dattiloscritti dell’opera poetica, dell’attività critica e di traduttore di Ungaretti. Scritti critici e recensioni su di lui, corrispondenza personale e di lavoro.
Strumenti di ricerca: descrizione della serie della corrispondenza ricercabile tra gli inventari on line; inventario di consistenza per le altre serie del Fondo.
Gianni Vagnetti (Firenze 1897 - 1956)
La pittura di Vagnetti è stata avvicinata (ed è un giudizio che suo malgrado lo ha sempre accompagnato) a immagini e ambientazioni crepuscolari, a un mondo di cose e persone (come le malinconiche figure femminili ritratte nella serie delle educande) che non stonerebbero in una “stampa” palazzeschiana (non occasionali sono le litografie eseguite per l’edizione delle Stampe dell’Ottocento uscita nel 1942 per i tipi dei Cento amici del libro) e Emilio Cecchi ha parlato (1943) di “sensualità quasi gozzaniana”. Per lui è stata usata anche la definizione di “pittura borghese” (Salvini, 1958) a delimitare un preciso retroterra culturale. La voglia di aggiornamento non accontentandosi di suggestioni municipali lo spinse comunque a documentarsi direttamente negli atelier parigini (il primo viaggio di studio in Francia è datato 1930) e se la lezione di riferimento rimane quella ottocentesca della “macchia”, il mondo della tradizione e della misura tipicamente toscana di Vagnetti è tutt’altro che chiuso e scosso piuttosto da una “temperie non regionalistica dell’intelligenza” (Betocchi, 1966). La sua tavolozza, dove i tratti figurativi e la volontà didascalica si riconoscevano ancora nitidi (tra i maestri di riferimento, per le sue prime stagioni, si fanno i nomi di Armando Spadini e di Felice Carena), arriva quindi a scomporsi fino a giungere ad approdi definiti post-cubisti, il nome tutelare che la critica evoca per la stagione matura di Vagnetti è infatti quello di Braque. Ma al di là di ogni avanguardia e di suggestioni per le novità, il vero legame con l’arte di Oltralpe lo annodò con la scuola impressionista (e per la sua interpretazione di questo movimento si faccia riferimento alla preziosa monografia, intitolata per l’appunto Impressionisti, che pubblicò alla fine della guerra). L’eredità più autentica che ci lascia rimane però sicuramente quella legata alle sue radici e alla serietà di un impegno tenacemente solitario svolto nel solco della tradizione. Proprio nell’ambito di un più generale ritorno all’ordine si può far rientrare la sua partecipazione, alla fine degli anni Venti, al “Gruppo Toscano Artisti d’Oggi” (poi rinominato “Gruppo Novecentesco Toscano”) che sotto la guida teorica di Raffaello Franchi si propose come sponda toscana del movimento sarfattiano. Ma Vagnetti mantiene un difetto di intimismo e di eccessivo psicologismo che gli impediscono di raggiungere i volumi e la retorica di quel linguaggio. Nonostante le amicizie che ha coltivato tra i critici e gli artisti di apparato (Antonio Maraini e Cipriano Efisio Oppo su tutti), rapporti personali che gli assicurarono una presenza costante alle esposizioni ufficiali in Italia e all’estero (ha partecipato con continuità a numerose edizioni della Biennale di Venezia dove nel 1932 allestì una sala personale, come una sala celebrativa gli fu dedicata nel 1956 per ricordarne la precoce scomparsa , così come alla Quadriennale di Roma e alla Triennale di Milano), Vagnetti rimane lontano dal clima eroico-monumentale del fascismo, e nell’arco della sua parabola si può considerare come accessoria l’esecuzione, datata 1929, di un ritratto per quanto apprezzato dal committente di Mussolini. A Firenze è stato tra i fondatori e presidente del “Premio del Fiorino”, ha insegnato presso l’Istituto d’Arte di Porta Romana e dal 1940 presso l’Accademia di Belle Arti (nelle cui aule, interrompendo studi tecnici, aveva iniziato il suo tirocinio artistico dopo la prima lezione appresa dal padre, lo scultore Italo), dove l’anno successivo fu nominato titolare della cattedra di scenografia, di nuova istituzione. Oltre al lavoro di pittore in studio Vagnetti si è infatti distinto dal 1934 come scenografo e costumista e molto proficua è stata a tal proposito la collaborazione, datata dall’anno 1937, con il Maggio musicale fiorentino e il Teatro Comunale della sua città. Come pure da non ignorare è il suo lavoro nel campo delle arti grafiche: accanto alle citate Stampe di Palazzeschi si segnalano le illustrazioni apparse a corredo di altri libri e riviste, tra cui un disegno pubblicato nella Casa dei doganieri, il volumetto di Montale premio dell’“Antico Fattore” 1931 (Firenze, Vallecchi, 1932).
Contenuto del Fondo: scelta di corrispondenze personali indirizzate al pittore da colleghi artisti, a cui si aggiungono carteggi (indirizzati a Vagnetti e a sua moglie) di natura in gran parte amministrativa (provenienti da gallerie, enti, premi, istituti o raccolti su un soggetto monografico come l’allestimento di scenografie ecc.), si conservano inoltre anche alcune minute di lettere di Gianni e Gioia Vagnetti. Una serie di manoscritti e dattiloscritti documentano i saggi di critica d’arte dello stesso Vagnetti (con anche un suo esempio di prova narrativa) e testi critici su di lui. Una rassegna stampa raccoglie la letteratura critica sull’opera del pittore (insieme a suoi interventi apparsi in varie testate) con contributi estratti da periodici o da cataloghi di mostre, dal 1929 fino ai ritagli con articoli di giornale relativi alle mostre e alle monografie uscite tra gli anni ’70 e ’90. Una serie di fotografie, a colori e in bianco nero, illustrano dipinti, disegni, affreschi, bozzetti, scenografie: nel complesso costituiscono una ricca fototeca che copre (seppure in modo disordinato) la produzione artistica di Vagnetti dal 1922 al 1956; si conservano anche diapositive e schede delle opere integrate da fotografie; le illustrazioni sono tratte anche da cartoline e da ritagli di giornale; oltre a questo genere di immagini/documento, si conserva un album con fotografie personali di Vagnetti e dei suoi familiari, fotografie di gruppo scattate insieme a colleghi in occasione di incontri pubblici, alcuni ritratti di amici artisti. Una piccola scelta di documenti personali presenta note biografiche, documentazione sulle sue attività professionali (di insegnante e di artista), sui titoli ricevuti, insieme a curricula e a materiale eterogeneo. Una sezione di materiale bibliografico contiene cataloghi di mostre personali e collettive, monografie, periodici e libri d’arte che dal 1922 al 2003 testimoniano la fortuna critica di Vagnetti; tra il materiale sciolto molti inviti e pieghevoli di mostre. Una collezione iconografica ospita circa 90 disegni (secondo varie tecniche: acquerello, matita, penna, carboncino ecc.) e un paio di dipinti a olio di Vagnetti; a cui si aggiunge una piccola raccolta di disegni di Ulisse Cambi.
Strumenti di ricerca: un elenco di consistenza del fondo disponibile in sala consultazione, un indice analitico delle carte che fanno parte del lascito della Regione Toscana (2011) scaricabile in formato pdf. Descrizione delle opere della collezione d’arte nel data base del Servizio Conservazione.
Enrico Vallecchi (Firenze 1902 - 1990)
Nato a Firenze il 25 marzo 1902, negli anni Trenta assume la piena responsabilità del settore letterario e artistico della Casa editrice Vallecchi fondata dal padre, Attilio. Ricordato per la sua figura di editore amico, compagno di strada e di avventura di tanti autori, si spenge a Firenze il 4 gennaio 1990.
Contenuto del Fondo: corrispondenza di autori vari alla Casa editrice Vallecchi, i carteggi sono indirizzati quasi esclusivamente a Enrico Vallecchi e, in minima percentuale, a Attilio Vallecchi; insieme a questa documentazione Enrico Vallecchi ha donato anche quella parte del carteggio di Giuseppe Prezzolini che aveva acquistato ad un’asta agli inizi degli anni Sessanta, si tratta delle corrispondenze indirizzate a Prezzolini rimaste nelle mani di Dolores Faconti, la prima moglie dello scrittore: questo materiale rimane dunque aggregato al fondo Vallecchi. Successivamente il fondo è stato incrementato con due piccole donazioni (con carte relative sia ai Vallecchi che a Prezzolini) da parte di Olga Ragusa e di James Beck. Nell’ottobre 2010 il fondo è stato integrato dalla ulteriore donazione di un archivio fotografico (creato da Alessia Lenzi, con la collaborazione del fotografo Adriano Bartolozzi) che documenta la raccolta di disegni servita da apparato iconografico per le edizioni Vallecchi.
Strumenti di ricerca: per la corrispondenza Vallecchi sono stati allestiti uno schedario cartaceo, disponibile per le ricerche in sala consultazione, e un indice dei mittenti scaricabile dalla rete in formato pdf; il carteggio Prezzolini è stato descritto in un inventario a stampa (Fondo Vallecchi. Carteggio Prezzolini, a cura di Guglielmo Bartoletti, Firenze, Tip. Mori, 1991) e elencato sinteticamente in un indice dattiloscritto dei mittenti scaricabile da internet. Descrizione di disegni e schizzi di mano di alcuni mittenti, conservati tra la corrispondenza Vallecchi, nel data base del Servizio Conservazione.
Atto Vannucci (Tobbiana, Pistoia 1810 - Firenze 1883)
Storico, letterato e patriota, sacerdote, pubblicò testi classici e collaborò a riviste risorgimentali; nel 1847 diresse “L’Alba”. Legato ai democratici toscani, nel 1848 fece parte del comitato romano per la Costituente. Dal 1859 fu direttore della biblioteca Magliabechiana di Firenze.
Contenuto del Fondo: carteggio indirizzato da Atto Vannucci a Carlo Martelli e ad altri corrispondenti, alcune minute di Martelli a Vannucci.
Strumenti di ricerca: inventario a stampa, a cura di C. Del Vivo (Firenze, Giunta Regionale Toscana - La Nuova Italia, 1986).
Sandro Volta (Lucca 1900 - Fregene 1986)
La confidenza con i fronti più caldi del secolo scorso, per i quali Sandro Volta ha dato prova di forte attrazione durante la sua carriera di giornalista, ebbe un precoce incipit nel 1915 quando il tentativo dell’aspirante soldato di arruolarsi nella Grande Guerra fu respinto per ovvi motivi vista l’età del volontario. Quel bambino che allora aveva quindici anni dovette quindi aspettare l’ultimo anno di guerra per partecipare al primo conflitto mondiale. Dopo la fine delle ostilità Volta ha da subito iniziato il suo tirocinio giornalistico, bagaglio professionale che arricchisce anche con esperienze all’estero (una vocazione per la testimonianza sul campo che sarà il punto forte del suo mestiere), nel 1924 lo si registra infatti come redattore di un quotidiano in lingua italiana in Argentina. Nel paese sudamericano incontra Ada Noacca, dal cui matrimonio è nato nel 1926 Pablo, il figlio della coppia. Negli anni successivi, di stanza a Roma, scrive su testate dal comune taglio paesano e combattivo, come “l’Italiano” di Leo Longanesi e “Il Selvaggio” di Mino Maccari. Come inviato speciale manda i suoi reportage a periodici come la “Gazzetta del Popolo” e il “Corriere della Sera” diventando un maestro di stile per un genere di prosa ai confini dell’elzeviro. Copre gli avvenimenti della guerra d’Etiopia (per i cui dispacci si veda il volume Graziani a Neghelli, fotografie originali eseguite dall’autore e tre cartine geografiche, Firenze, Vallecchi, 1936), mentre in Spagna segue la guerra civile dalla parte dei franchisti (le testimonianze da quest’ultimo fronte appariranno in un volume edito sempre da Vallecchi nel 1937, Spagna a ferro e fuoco). Nel 1937-38 viaggia tra la Cina e il Giappone. Alla fine degli anni Trenta partecipa anche ai primi esperimenti di giornalismo moderno collaborando ai nuovi rotocalchi “Omnibus” e “Oggi”. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale è testimone in Francia dell’avanzata tedesca. Nel 1941 esce da Garzanti un altro suo libro di corrispondenze: La corte di re Yahia. Con 49 fotografie e una carta del Yemen. Nel giugno 1941 si trova in URSS come corrispondente al seguito degli eserciti dell’Asse, vi si trattiene fino alla ritirata e le sue impressioni furono pubblicate in uno strano libro, l’Ultimo treno da Mosca, che nel 1943, in pieno conflitto, con l’Italia ancora schierata al fianco della Germania, fa la cronaca di una sconfitta cantando (seppure il fascio littorio troneggi sulla copertina) le lodi di un popolo nemico e in particolare di Stalin, dittatore visto con i crismi del condottiero. Al suo ritorno è inviato dal “Corriere” a Istanbul, in attesa che anche la Turchia si schieri nella guerra. Nel secondo dopoguerra risiede a Milano e scrive per il “Corriere Lombardo” e “L’Europeo”. Tra il 1950 e il 1952 dirige il giornale fiorentino “La Nazione”. Ma non rinuncia a lavorare all’estero: nel 1948 è a Bonn per il “Corriere della Sera”, mentre da Parigi scriverà per quasi due decenni le sue corrispondenze per “La Stampa”, fino a quando lascia la professione nei primi anni Settanta per ritirarsi a Roma. Oltre al giornalista caustico e distaccato Sandro Volta, che nel 1931 aveva pubblicato una monografia su Ottone Rosai data alle stampe presso la libreria Hoepli, è stato anche un collezionista raffinato. Le sue raccolte di arte africana e delle Avanguardie del ’900 (dada, surrealismo), che si potevano ammirare nell’ultima delle sue residenze parigine in una casa nei pressi di Piazza Fürstenberg dietro la chiesa di Saint-Germain-des-Prés, vanno al di là del gusto del dilettante rappresentando un punto di riferimento per i collezionisti e gli esperti del settore. Amico personale di Tristan Tzara, ha curato tra le altre cose la prima edizione italiana dei Manifesti del dadaismo e Lampisterie (traduzione di Ornella Volta, iconografia di Pablo Volta, Torino, Einaudi, 1964).
Contenuto del Fondo: piccola raccolta di carteggi indirizzati a Sandro Volta (i corrispondenti sono 23, poco più di 50 i documenti epistolari, datati tra il 1925 e il 1976); documenti privati e personali (tra cui una genealogia della famiglia Volta), certificati, tessere associative, una rassegna stampa con i necrologi usciti nel 1986 in memoria del giornalista (insieme ad altro materiale bibliografico); tra le fotografie le stampe (a cui si aggiungono un paio di ritagli di giornale illustrati) sono poco più di una trentina e sono relative a immagini “reduci” da lontani viaggi (Buenos Aires, Tokyo) o “bottino” del corrispondente di guerra (in Spagna, Francia, URSS, Turchia), ma anche a scatti ripresi in situazioni più domestiche o familiari, come le fotografie degli ospiti della villa lucchese dei Broglio a San Michele a Moriano, o le “istantanee” scattate all’interno di redazioni di giornali o quelle con i ritratti di amici e colleghi che lo riprendono accanto a Giovanni Battista Angioletti, Antonio Baldini, Amerigo Bartoli, Enrico Falqui, Leo Longanesi, Giorgio Morandi, Enrico Pea, Ardengo Soffici, Mario Tobino, per finire alle immagini di Volta bambino e giovinetto.
Strumenti di ricerca: descrizione nel Fondo ricercabile tra gli inventari on line.
Piccole raccolte di documenti:
- “L’Antico Fattore”: elenchi di firme che letterati e artisti che hanno lasciato in occasione dell’assegnazione del premio bandito dall’omonimo locale fiorentino.
- Alberto Arbasino: appunti scritti da Harold Acton alla fine degli anni Sessanta per Alberto Arbasino: la breve nota in cui il collezionista-dandy ricorda il gruppo cosmopolita degli anglo-fiorentini è entrata a far parte, tradotta in italiano, delle Due orfanelle: Venezia e Firenze, testo pubblicato dallo scrittore lombardo nel 1968.
- Gino Capponi: piccola raccolta di 5 lettere di Gino Capponi, i destinatari sono Giuseppe Tassinari, Ippolito Rosellini e M. Cellini, mentre in un paio di casi i corrispondenti restano sconosciuti.
- Bartolo Cattafi: manoscritti della raccolta di poesie postume Occhio e oggetto precisi (Milano, Scheiwiller, 1999).
- Corsini (famiglia, sec. XIX): album di fotografie, album di firme, carte varie.
- Diego Garoglio: 2 poesie intitolate Nirvana e Risalendo la Faella e una cartolina di Garoglio indirizzata a Odoardo Campa.
- Istituto SS. Annunziata (Collegio femminile, sec. XX): volume con attestati di merito.
- “Il Lauro”: corrispondenza e materiale vario dell’associazione culturale che ebbe fra i suoi esponenti Alessandro Bonsanti e Arturo Loria.
- Monaldo Leopardi: sei documenti relativi a un benefizio ecclesiastico in favore di Pier Francesco Leopardi e una lettera autografa di Monaldo.
- Alberto Moravia: trascrizione (in versione dattiloscritta e manoscritta, con numerose varianti e correzioni rispetto al testo dato alle stampe) dell’intervista concessa da Alberto Moravia a Alain Elkann: rappresenta la stesura preliminare di Vita di Moravia (1ª ed. Bompiani, 1990), l’autobiografia scritta a quattro mano dello scrittore romano.
- “La Regione”: quattro fascicoli con documenti, menabò, preventivi, progetti redazionali della rivista dell’Unione regionale delle province toscane, fondata e inizialmente diretta da Alessandro Bonsanti (uscita, con varia periodicità, dal 1954 al 1975, sospesa dal 1958 al 1962).
- Ridolfi Del Panta: collezione di raccolte, alcune rare e preziose, di periodici di epoca risorgimentale, appartenuti alla famiglia Ridolfi.
- G. Targioni Tozzetti: quaderno di memorie annotate dallo studente G. Garbocci.
- “Teatro Città di Firenze”: documentazioni relative all’attività del Circolo teatrale (Firenze, 1948 - 1949), di cui Bonsanti fu vicepresidente.
- “Teatro delle due città”: carte amministrative e documentazioni diverse relative all’attività del Teatro (Firenze, 1953) ed alla sua gestione.
Strumenti di ricerca: per questi piccoli fondi sono stati allestiti strumenti di ricerca di vario tipo (schede cartacei, elenchi di consistenza ecc.).
Collezioni storico-artistiche:
Raccolta di dipinti, disegni, grafica, di: Adriana Pincherle, Pier Paolo Pasolini, G. Settala, F. Franchetti, Q. Martini, R. Lucchese, E.G. Craig, L. Guarnieri, G. Morrocchi, L. Cecchi Pieraccini, M. Francesconi, R. Birolli ed altri artisti.
Scenografie e bozzetti di scena nei Fondi Savinio e Craig.
Raccolte di disegni architettonici nei Fondo Poggi e Giovannozzi.
Raccolta di oggetti personali nei Fondi: Orvieto, Viviani della Robbia, Savinio, De Filippo, Dallapiccola, Rosai, Poggi.
Arredi e mobili originali nei Fondi Orvieto, Savinio, Bucciolini, Dallapiccola, Poggi.
Inventari a stampa:
Le carte Vannucci, a cura di C. Del Vivo, Firenze, 1986.
Fondo Montanelli, a cura di C. Del Vivo, Firenze, 1988.
Fondo Letteratura, a cura di A. Albertini, Firenze, 1989.
Fondo Vallecchi. Carteggio Prezzolini, a cura di G. Bartoletti, Firenze, 1991.
Fondo Orvieto, Serie I. Lettere A-B, a cura di C. Del Vivo, Firenze, 1994.
Fondo Dallapiccola, a cura di M. De Santis, Firenze, 1995.
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